Luther Blissett - Q

>> domenica 20 febbraio 2011

Era dai tempi de "Il nome della rosa" che non leggevo un romanzo storico così avvincente e stimolante per la conoscenza indotta sul periodo di riferimento. E' ambientato alla fine del Medio Evo (1520), all'epoca della riforma luterana, quando i contadini, stanchi dei soprusi, dei privilegi e dello sfruttamento perpetrato dai nobili e da un clero avido e corrotto, coalizzati da pastori riformatori, iniziarono una rivolta che interessò la Germania centrale e che fu soffocata nel sangue. Scritto con un ritmo incalzante, il romanzo copre un arco di tempo di trent'anni in cui il protagonista, giovane idealista unico sopravvissuto alla battaglia dei contadini più significativa, cercherà la vendetta al tradimento subito da parte di un oscuro e astuto ecclesiasta (Qoelet), servitore del potente capo dell'Inquisizione. Il romanzo mescola realtà e fantasia e la seconda completa la prima nella spiegazione degli antefatti e delle cause di importanti eventi storici. Mi è piaciuto per l'imponente affresco storico e per la disincantata visione del mondo, in cui il potere economico è capace di determinare il destino di popoli e nazioni. Tema quantomai attuale. Nei passi che riporto di seguito, la legge del denaro può essere sconfitta in due modi: promuovendo uno stile di vita votato al godere del quotidiano a scapito dell'accumulo di ricchezze fine a se stesso oppure mandando in tilt il sistema utilizzando le sue stesse armi.


- Lo so cosa ti stai chiedendo.
Si versa altra birra.
- Cosa?
- Ti chiedi come facciamo a permetterci tutto questo.
- Immagino sia tutto fornito da messer Van Hove...
- Non proprio. Non è il solo ad aver dato fondo ai forzieri per mettere in comune il patrimonio.
- Vuoi dire che esistono altri ricchi che regalano tutto ai poveri?
Ride: - Noi non siamo poveri, Lot. Siamo liberi.
Con un gesto comprende tutta la tavolata: - Qui ci sono artigiani, carpentieri, copritetti, muratori. Ma anche bottegai e commercianti. La cosa che li accomuna non è nient'altro che lo Spirito di Dio. È la cosa che accomuna tutti gli uomini e le donne, del resto.
Lo ascolto e non riesco a capire se è veramente pazzo.
- I beni, Lot, i soldi, i gioielli, le mercanzie, servono al corpo affinché se ne giovi lo spirito. Guarda questa gente: è felice. Non deve uccidersi di fatica per vivere, non deve rubare a chi possiede di piú né lavorare per lui. E dal canto suo, chi ha di piú non ha nulla da temere, poiché ha scelto di vivere con loro. Ti sei mai chiesto quante famiglie si sfamerebbero con quello che Fugger ha nei suoi forzieri? Io credo che mezzo mondo potrebbe mangiare per un anno intero senza dover alzare un dito. Ti sei mai chiesto quanto tempo un mercante di Anversa spende per accumulare la sua fortuna? La risposta è semplice: tutta la vita. Tutta la vita per accumulare, per riempire casseforti, scrigni, fabbricare la prigione per sé e i propri figli maschi, e la dote per le femmine. Perché?
Vuoto il bicchiere: il suo sogno è stato anche il mio: - E tu vorresti convincere i mercanti giú al porto che è meglio per il loro spirito dare tutto a voi altri...?
- Nient'affatto. Voglio convincerli che è piú bella una vita libera dalla schiavitú del denaro e delle merci.
- Scordatelo. Te lo dice uno che i ricchi li ha combattuti per tutta la vita.
Stringe gli occhi e alza il bicchiere: - Noi non vogliamo combatterli, sono troppo forti -. Scola la birra. - Vogliamo sedurli.
[...]
Ci spostiamo verso un grande edificio di tre piani, questa volta riesco a leggere la scritta: CASA DEI MERCANTI E DEGLI ARMATORI.
- Qui i mercanti decidono quali imprese intraprendere: quali possono essere gli affari piú convenienti.
Sgomitiamo per uscire dalla bolgia, le lingue e i dialetti di mezza Europa ci attorniano come un unico canto incomprensibile, una Babele al contrario, in cui tutti sembrano capire tutti.
- Vedi quei carri? Vengono da Liegi. Trasportano tessuti di lana lavorati dai tessitori del Condroz: vengono stivati su quelle navi, che a loro volta reimportano in Inghilterra la lana che i mercanti di Anversa hanno acquistato dagli allevatori inglesi.
- Ma è assurdo!
Eloi ride forte: - No. È profitto. Forse un giorno gli inglesi si accorgeranno che è piú conveniente per loro sviluppare le officine tessili in casa propria, ma per il momento funziona cosí.
Proseguiamo, allontanandoci dal canale verso l'interno della città, attraverso viuzze strette dove i raggi del sole non riescono ad arrivare.
- Tutto il meccanismo è mosso dal denaro. Senza il denaro non si solleverebbe un ago ad Anversa e forse in tutta Europa.
Il denaro è il vero simbolo della Bestia.
- E con questo cosa vorresti dire?
Ci fermiamo vicino a un chiosco che vende cavoli e salsicce affumicati, l'odore penetrante ci avvolge.
- Come credi che Carlo V sia riuscito a farsi eleggere Imperatore nel' 19? Pagando. Ha comprato i Principi Elettori, qualcuno gli ha messo a disposizione una quantità di denaro maggiore di quella che aveva offerto Francesco di Francia. E la guerra contro i contadini? Qualcuno ha prestato ai principi tedeschi il denaro per equipaggiare le truppe che vi hanno sconfitti. E come pensi che Carlo V finanzi la sua guerra in Italia contro i francesi? E le spedizioni contro i pirati saraceni? E la campagna contro il Turco in Ungheria? Forse credi che i mercanti di qui abbiano a disposizione somme cosí grandi per armare le loro spedizioni commerciali? Neanche per sogno. Denaro, fiumi di denaro che viene prestato in cambio di una percentuale sugli utili. Cosí funziona, amico mio.
La domanda la sta aspettando da un pezzo: - Chi possiede un simile patrimonio?
Guarda dritto davanti a noi, poi punta l'indice sull'edificio che ci sta di fronte e mormora: - Le banche.
- Ora capisci dove si annida l'Anticristo che hai combattuto per tutta la vita.
- Lí dentro? - indico l'edificio imponente che ci fronteggia.
- No. Nelle borse che passano di mano in mano in giro per il mondo. Hai lottato contro i principi e i possidenti. Ti sto dicendo che senza il denaro quelli non sarebbero niente, li avreste sconfitti da un pezzo. Invece c'è sempre un banchiere che regge loro il moccolo finanziandone le iniziative.
- Vada per le imprese commerciali, ma cosa ci guadagna, un banchiere a finanziare una guerra contro i contadini?
- E me lo chiedi? Che tornino a lavorare i campi dei loro signori, a scavare nelle loro miniere. Da quel momento, di tutto quello che viene prodotto i banchieri otterranno una parte cospicua. Vedi, Carlo V e i principi sono un ceto di parassiti che non produce niente, ma ha un bisogno enorme di sperperare denaro: guerre, corti, concubine, figli, tornei, ambascerie... L'unico modo che hanno di saldare i debiti che contraggono con i banchieri è di fare loro delle concessioni, di lasciare a loro l'usufrutto di miniere, opifici, terre, regioni intere. In questo modo i banchieri sono sempre piú ricchi e i potenti sempre piú dipendenti dal loro denaro. È un circolo vizioso.
L'aria sorniona di Eloi non lascia dubbi sul fatto che si sta divertendo a dipingermi il mondo dal suo punto di vista. Acquista una salsiccia fumante e ci soffia sopra prima di azzannarla.
Indica la banca: - Avrai certo sentito nominare i Fugger di Augusta: i banchieri dell'Impero. Non c'è un porto in Europa dove non ci sia una loro filiale. Non c'è commercio in cui non ci sia una loro anche minima partecipazione. I nostri mercanti sarebbero persi senza il denaro che i Fugger mettono a disposizione per finanziare i loro viaggi. Carlo V non sposterebbe un solo soldato se non avesse un credito illimitato presso i loro forzieri. Del resto, l'Imperatore deve ai Fugger la sua corona, la guerra contro la Francia, la crociata contro i Turchi e il mantenimento di tutte le sue puttane. Li ha ricambiati donando loro l'usufrutto delle miniere ungheresi e boeme, la riscossione delle tasse in Catalogna, il monopolio dell'estrazione mineraria nel Nuovo Mondo, e chissà cos'altro -. La salsiccia punta verso l'edificio che si erge lí davanti. - Credimi, senza i Fugger e il loro denaro quell'uomo sarebbe in rovina da un pezzo -. Ruota la testa in tutte le direzioni. - E forse tutto questo non esisterebbe.
Si pilucca le dita unte con l'aria piú naturale del mondo.
Faccio qualche passo verso il centro della strada, scruto la costruzione anonima, massiccia, poi mi guardo intorno un po' confuso, sentimenti opposti mi si accavallano dentro, rabbia, stupore, anche ironia. Mi fermo e ad alta voce butto fuori tutto quanto: - Perché nessuno mi ha mai parlato delle banche!?
[...]
- Bene, signori -. Rivolto a Eloi: - Suppongo che il nostro amico abbia bisogno di molte spiegazioni.
- Sicuro. Ma se l'ho portato qua è perché è la persona che stavamo cercando.
Faccio una mezza smorfia e aspetto.
Polnitz si aggiusta sulla sedia: - Non indugiamo, allora. Tu sai chi sono i Fugger di Augusta?
Lo sguardo resta su di me.
- Dei banchieri.
- I banchieri -. Gli occhi scrutano attenti, sa già quello che vuole dirmi. - Permettimi di raccontarti una storia.
Eloi si accende un sigaro, e sprofonda zitto e sornione tra le volute.
- Dieci anni fa il piú potente banchiere di Anversa era un certo Ambrosius Höchstetter: un vecchiaccio scavato nella pietra che da decenni dominava la piazza. Ogni fiorino speso dal re d'Ungheria Ferdinando proveniva dalla sua borsa, al cambio di tutto il mercurio boemo e molto altro ancora. Per raggiungere quella posizione il vecchio Ambrosius, molti anni prima, aveva visto lungo. Oltre all'importanza dell'amicizia con gli Asburgo, aveva capito che se i principi potevano concedergli diritti d'usufrutto di miniere e territori, la moneta girava però per altre mani, piú sporche e piú agili. Quelle dei mercanti di Anversa. Cosí aveva cominciato a raccogliere i loro risparmi: il frutto dei commerci, delle manifatture, e di tutti i piccoli e grandi scambi di cui questo porto è teatro. A chi depositava anche piccole somme presso di lui, concedeva un interesse consistente. Prestava denaro ai mercanti emergenti, finanziava le loro attività, aveva un tale potere sulle fortune di chi intraprendeva traffici ad Anversa, che nessuno avrebbe mai potuto nemmeno immaginare di scalzarlo da quel trono.
Gotz von Polnitz mi tiene lo sguardo in faccia, a sincerarsi che non perda una parola della storia.
- Nel 1528 Höchstetter era ancora il re di Anversa, ma aveva dei problemi. Era vecchio, era quasi cieco e fuori dalla città molti aspiravano a soppiantarlo. Nel 1528 Lazarus Tucher, un mercante di origine norimberghese, gestiva un discreto traffico di scambi tra Lione e Anversa. Tucher era benestante e sveglio, ma non godeva dei favori di Höchstetter: sapeva dunque che non avrebbe potuto crescere piú di tanto. Dalla primavera di quell'anno, proprio da Lione cominciarono a giungere voci circa la reale disponibilità monetaria di Höchstetter: il vecchio era esposto ovunque per somme considerevoli, prestava denaro ai mercanti, foraggiava gli Asburgo e la guerra per il monopolio del mercurio era molto costosa. I gruzzoli dei piccoli mercanti e delle corporazioni artigiane di Anversa erano irrimediabilmente lontani, sui bastimenti in rotta per il Nuovo Mondo, alla corte di Ferdinando e nelle miniere boeme. Sembra incredibile, ma in poco tempo una folla reclamava la restituzione dei propri depositi.
Gotz prende fiato, mi lascia immaginare la scena, poi continua.
- La bancarotta fu inevitabile. Höchstetter non aveva nei suoi forzieri abbastanza denaro per soddisfare le richieste, cercò disperatamente di salvarsi chiedendo aiuto anche ai suoi piú feroci concorrenti, ma il suo destino ormai era segnato. Nel 1529 il giovane, aggressivo, Anton Fugger, nipote del patriarca Jacob il Ricco, faceva il suo ingresso trionfale in città, garantendo la massa dei creditori e rilevando d'un colpo le obbligazioni, i magazzini e l'intera attività di Höchstetter. Accusato d'aver ingannato i risparmiatori, il vecchio terminò i suoi giorni in galera.
In realtà il giovane Fugger coronava un'operazione a cui aveva dato inizio piú di un anno prima, quando aveva pilotato il discredito su Höchstetter grazie alla destrezza del suo piú ambizioso agente: Lazarus Tucher. Anversa incoronò un nuovo re.
La domanda mi esce da sola: - Che fine ha fatto Tucher?
Parole soppesate: - Non è importante, non è piú in città. Quello che ti insegna questa storia è la legge fondamentale del credito: chi vuole raccogliere il risparmio da molti deve godere della fiducia di molti.
Ancora una pausa. Eloi è un ascoltatore attento al mio fianco, non muove un muscolo.
Gotz estrae dalla giubba un foglio di carta non troppo grande e lo appoggia sul tavolo.
- Non ci crederai, ma la maggior parte degli affari che si svolgono qui, avvengono tramite lettere di credito. Pezzi di carta come questo.
Rigiro il foglio tra le mani: una specie di lettera in calligrafia elegante con due sigilli e una firma in fondo.
- Anton Fugger o chi per lui garantisce con la propria sigla l'entità del tuo deposito presso i suoi forzieri. Quando tu hai in mano un pezzo di carta come questo, è esattamente come se avessi con te il tuo denaro, che però, di fatto, è al sicuro nella cassaforte di Fugger. Puoi imbarcarti, puoi viaggiare, evitando il rischio e l'ingombro di portartelo dietro. Non appena vorrai indietro le tue monete d'oro e d'argento, potrai recarti presso una qualunque delle filiali dei Fugger sparse in giro per l'Europa e ritirarle mostrando la tua lettera di credito. Ma il punto è che, proprio in base alla legge del credito, potresti non avere mai bisogno di farlo.
Gotz si ferma davanti alle mie sopracciglia aggrottate, congiunge le mani, cerca le parole giuste e prosegue: - Io sono un mercante di spezie, tu vuoi comprare la mia merce e hai con te la lettera di cambio che garantisce il tuo credito presso i Fugger per duemila fiorini. Puoi pagarmi direttamente con quello -. Indica la lettera che ho in mano: - È sufficiente che lo giri e scrivi sul verso che trasferisci a me il tuo credito. Da quel momento sono io che posso ritirare duemila fiorini presso le casse di Fugger, perché è la sua sigla, non la tua, a garantirmelo. Capisci? Non sono costretto a fidarmi di te, non sei tu che prometti di pagarmi, è sufficiente che io dia credito alla parola di Anton Fugger.
Giro la carta e vedo una sfilza di cinque o sei annotazioni tutte seguite da firme diverse. Per sei volte, la lettera che ho in mano ha sostituito il metallo delle monete senza che queste lasciassero la cassaforte della banca.
- Fino a qui tutto chiaro?
- C'è una cosa che non capisco: qual è l'interesse del banchiere in tutto questo?
Gotz annuisce: - Mentre la lettera di credito passa di mano in mano, il denaro è comunque a sua disposizione. Ricordati del vecchio Höchstetter: raccoglieva il risparmio e lo reinvestiva in affari redditizi. Questo fa il banchiere. I tuoi duemila fiorini, insieme a quelli di tanti altri creditori, vanno a finanziare l'allestimento di flotte mercantili, il reclutamento di eserciti, l'estrazione mineraria, il mantenimento di corti principesche e quant'altro, per poi rientrare raddoppiati nelle casse di Fugger. Fugger ha il denaro in cassa, Fugger lo presta a principi e mercanti, Fugger lo reincassa con gli interessi -. Mi concede il tempo di realizzare. - Il denaro genera denaro.
Il silenzio mi avverte che siamo arrivati a un punto saliente dell'esposizione. Eloi non fuma piú, le braccia conserte, l'aria meditabonda. Gotz continua a rivolgersi a me.
- Adesso puoi capire perché Fugger è disposto ad aumentare il tuo gruzzolo se glielo lasci in deposito per molto tempo.
- Vale a dire?
- Che anche lui ti paga un interesse, dato che a tutti gli effetti, depositando una certa somma nel suo forziere, tu gli hai messo a disposizione del denaro, consentendogli cosí di aumentare il volume dei suoi investimenti.
Cerco di raccapezzarmi: - Stai dicendo che se deposito i miei duemila fiorini presso la banca e li lascio lí, un anno dopo saranno diventati duemila e cento?
Gotz si concede il primo sorriso: - Esattamente. In questo modo i creditori non saranno tentati di ritirare troppo frequentemente i loro depositi, e non lasceranno esposto Fugger all'eventualità di un'emorragia di moneta dai suoi forzieri -. Indica di nuovo la lettera di credito. - Da questo punto di vista, quel pezzo di carta facilita l'ingrossarsi delle somme depositate, visto che finché qualcuno non va a riscuoterle, quelle restano a lievitare nelle mani di Fugger.
Ho la testa un po' confusa, il meccanismo sembra semplice nelle parole di Gotz, ma sono afflitto dalla sensazione che qualcosa mi stia inevitabilmente sfuggendo.
- Mmh, vediamo se ho capito. La lettera di credito vale duemila fiorini. Posso decidere di scambiarla subito come fosse denaro, oppure conservarla e aspettare che il deposito cresca con gli interessi. - Gotz segue il ragionamento con ampi cenni d'assenso della testa. - Be', penso che la scelta dipenderebbe dal bisogno che ho di usare quel denaro nell'immediato.
- Benissimo.
- È un meccanismo diabolico.
Eloi ridacchia e finalmente parla: - Lasciamo il diavolo fuori da questo affare. È già abbastanza complicato.
Gotz cattura nuovamente la mia attenzione: - L'intero meccanismo si basa soltanto sulla fiducia che tutti quanti attribuiscono alla firma di Anton Fugger. È la sua parola che regge gli scambi.
- Sí. Questo è abbastanza chiaro.
- Bene -. Per la prima volta cerca con lo sguardo l'assenso di Eloi. Un piccolo cenno del capo dell'amico e la faccia butterata di Gotz è di nuovo per me: - Veniamo al punto allora. Cosa penseresti se ti dicessi che la lettera di credito che hai in mano è falsa?
Rigiro il foglio giallognolo, osservo bene le firme, i sigilli.
- Direi che non è possibile.
Gotz tradisce la soddisfazione. Dalla piccola borsa che ha al fianco tira fuori una scatolina nera, anonima, un foglio delle stesse dimensioni di quello che ho in mano, un calamaio e una lunga penna d'oca.
Scrive lentamente, attento a non macchiare la carta, soltanto il graffiare della penna nel silenzio dei suoi due spettatori.
Con la fiamma della candela scioglie due gocce da un bastoncino di cera rossa, lasciandole cadere sul foglio. Quindi apre la scatolina e ne estrae due piccoli timbri di piombo, che calca sulla cera calda. Gira il foglio e me lo allunga sul tavolo.
La scrittura è identica, stesse parole, stesso tratto. I timbri sono quelli, anche la firma di Anton Fugger campeggia nella stessa posizione, le stesse lievi sbavature d'inchiostro sulle consonanti, dove la mano ha calcato di piú.
Pianto lo sguardo in faccia a Gotz, cercando di immaginare chi diavolo è il tipo che ho di fronte. Lui non si scompone affatto.
- Sí, sono entrambe false.
- Come fai ad avere quei timbri?
Si ferma: - Ogni cosa a suo tempo, amico mio. Adesso guarda bene quelle due lettere.
Lo sguardo si sposta dall'una all'altra un paio di volte: - Sono identiche.
- Non esattamente.
Guardo con piú attenzione: - Su questa ci sono dei segni sul margine destro, in basso, ma sono quasi invisibili.
- Infatti. È un codice segreto. Il codice con il quale gli agenti di cambio che lavorano per Fugger nelle filiali sparse per l'Europa comunicano tra loro. Il primo segno indica la filiale che ha emesso la lettera di credito, vale a dire quella in cui è stato versato il denaro. Lo scarabocchio che vedi ad esempio dice che i soldi sono depositati ad Augusta. Il secondo è la firma personale, anch'essa cifrata, dell'agente che ha redatto la lettera, in questo caso Anton Fugger in persona. Il terzo segno indica l'anno di emissione.
- Come fai a conoscere il codice?
Gotz finge di non aver sentito la domanda: - Se tu ti presentassi con una lettera priva di codice a una qualunque delle agenzie Fugger, verresti arrestato immediatamente. Per quanto tu sappia riprodurre la firma di un agente dei Fugger, se non conosci il codice non puoi falsificare una lettera di credito.
- E tu come fai a conoscerlo?
Silenzio. Ci fissiamo.
Eloi lo incoraggia: - Diglielo, Gotz.
Sospira: - Ho lavorato sette anni come agente dei Fugger a Colonia
I pensieri si accavallano, confusione. Mi rivolgo a Eloi: - È questo l'affare? Falsificare lettere di credito e attingere a man bassa dai forzieri di Fugger?
Eloi ride: - Piú o meno. Ma non è cosí facile come sembra.
Gotz riprende la parola: - Fugger e i suoi agenti conoscono personalmente i loro piú grossi creditori, sono gli stessi con cui fanno gli affari piú proficui. Inoltre hanno un'idea abbastanza precisa del giro di scambi che passa dai porti tra il Baltico e il Portogallo: è il loro regno, non dimenticarlo. Anversa è esattamente nel mezzo del traffico commerciale: la loro piazzaforte. Se domani uno sconosciuto qualunque con le pezze al culo entrasse nella banca locale con una lettera che gli accredita cinquantamila fiorini, difficilmente ne uscirebbe indisturbato con quella cifra. Bisogna lavorare di fino. Passo passo.
Gotz è bravo, se vendesse fumo la farebbe piú semplice.
Adesso però devo sapere di cosa stiamo veramente parlando.
- Quanto?
Senza indugiare: - Trecentomila fiorini in cinque anni.
Deglutisco la montagna di soldi che non riesco a immaginare: il colpo ai banchieri piú ricchi di tutta la cristianità.
- In che modo?
Annuisce, sono ancora qui, è già un buon segno.
- Adesso te lo spiego.
- Innanzi tutto serve mettere in piedi un'attività di copertura. Cosa sai di come funziona il traffico delle merci?
- Ho derubato un mercante sulla via di Augusta e ucciso tre pirati vicino a Rotterdam. Probabilmente è redditizio, ma sembra che sia una cosa rischiosa.
Gotz gongola: - Ottimo. Infatti un'altra delle attività dei banchieri è quella di assicurare i carichi, perché con i tempi che corrono i mercanti fanno fatica ad assumersi tutti i rischi da soli.
- Vai avanti.
- Immagina di essere un mercante che ha l'opportunità di aprire un importante scambio di merci con l'Inghilterra. Acquisti zucchero di canna raffinato dalle manifatture di Anversa e Ostenda e lo rivendi sulle piazze di Londra e Ipswich. È un commercio molto redditizio ed è tua intenzione svilupparlo al meglio. Hai noleggiato due imbarcazioni, ma il proprietario ti ha chiesto di assumerti tutti i rischi del trasporto, navi incluse. Cosa fai per tutelarti?
Ci penso un attimo e capisco qual è la risposta: - Vado nella sede Fugger di Anversa a raccontare questa storia, per assicurare il carico e le navi.
Gli occhi piccoli e neri di Gotz non si muovono: - Te la senti?
- Cosa ne sarà del carico e delle navi?
Eloi precede la risposta: - Il primo carico di zucchero arriverà felicemente a Londra. Al secondo giro il carico destinato a Ipswich e le due navi che lo trasportano saranno vittime di un'imboscata di pirati zelandesi.
È Gotz a continuare: - Quindi avrai diritto a riscuotere i quindicimila fiorini dell'assicurazione.
Ci penso con calma, fin qui tutto chiaro: - E dopo?
- Invece di prelevare il denaro, te lo fai corrispondere in lettere di credito, confermando la tua intenzione di proseguire nell'attività e di continuare a essere cliente dell'agenzia. E infatti chiederai all'agente dei Fugger di vincolare le tue lettere a tre anni, in modo che chi le riscuota allo scadere del vincolo possa farlo ricevendo un cospicuo interesse, ma non prima.
- Tre anni?
- Per prendere tempo. Quanto piú tardi le nostre lettere verranno riscosse, tanto meglio sarà per noi. Perché in quei tre anni svolgerai i tuoi affari con le lettere di credito che attestano il tuo gruzzolo nei forzieri dei Fugger, ma intanto comincerai anche a mettere in circolazione quelle false che ti fornirò io. Con tutte le lettere, vere e false, compreremo merci su molte piazze diverse e poi le rivenderemo per moneta sonante. Una parte verrà nuovamente depositata in banca. Questo servirà a tenere vivo il rapporto con l'agenzia e ad attestare che l'attività commerciale prospera moderatamente. Tutto il resto sarà il meritatissimo premio alla nostra scaltrezza.
- Come fai a essere sicuro che non ci scopriranno subito?
- Questo è il mio mestiere. È soltanto una questione di equilibrio tra i pagamenti fatti con le lettere a cui corrisponde denaro realmente depositato in cassa e pagamenti fatti con le lettere false. Faremo circolare i falsi per la maggior parte sulle piazze, periferiche, in questo modo guadagneremo altro tempo e piú difficili saranno le verifiche da parte dei Fugger.
- Quanto durerà il gioco, se non ci fanno fuori prima?
- Secondo i miei calcoli, se stiamo attenti a diffondere le lettere false su piazze diverse, per scoprirci non impiegheranno meno di cinque anni. E del resto, quello è il tempo che ci serve per assicurarci la vecchiaia. Centomila fiorini a testa. Dico bene, signori?

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L'Isola dei Pirati - Michael Crichton

>> domenica 13 febbraio 2011

Crichton è uno dei miei scrittori preferiti perchè nelle sue prove migliori (che secondo me sono Timeline, Preda, Jurassic Park, Punto Critico, Rivelazioni) riesce a fondere mirabilmente scienza e fantasia, prefigurando scenari futuri su cui è stimolante ragionare per anticipare tendenze e costruire innovazione. Non tutta la sua produzione va nella direzione della techno-fiction, ha creato anche romanzi storici in cui ha sempre dato prova di essere uno scrittore attento, che studia accuratamente l'epoca e riesce con le conoscenze acquisite a dare veridicità all'ambientazione del racconto e, altra sua caratteristica che apprezzo tanto, ad acculturare il lettore. Avendo letto tutto di lui mi mancava questo libro, uscito postumo dopo la sua morte. Il romanzo purtroppo non è all'altezza degli alti livelli raggiunti nella sua carriera, sembra un racconto di gioventù dove si intravede un certo mestiere che però ha bisogno di tempo, lavoro, esperienza per evolversi nella giusta direzione. La storia e i personaggi sembrano piatti come i quadri dei pittori dilettanti che danno un'idea di cosa rappresentino ma le immagini non fuoriescono dalla tela. In diverse parti sono introdotti avvenimenti e situazioni che rimagono in sospeso, non portate a compimento o risolte molto frettolosamente. 
Riporto di seguito alcune parti in cui l'autore "accultura" il lettore e le ultime fasi dell'avvincente duello tra il galeone spagnolo e quello corsaro.

«Per prima cosa vi eravate raccomandato di procurare una miccia lunga e a lenta combustione. Giusto?». Hunter annuì. «Le micce abituali sono inutilizzabili», spiegò diligente l’Ebreo. «In alternativa, si potrebbe ricorrere a una riga di polvere da sparo, che però brucia troppo rapidamente, o alle normali micce a lenta combustione, che però sono troppo lente.» Queste ultime erano costituite da pezzi di cordicella o spago impregnati di salnitro. «E la fiamma, inoltre, è spesso troppo debole per dar fuoco all’esplosivo vero e proprio. Mi spiego?»
«Sì.»
«Bene. Quanto a intensità della fiamma e velocità di combustione della miccia si può trovare una via di mezzo accrescendo la proporzione di zolfo contenuta nella mistura infiammabile. Tale mistura, però, è nota per la sua inaffidabilità. E noi non vogliamo che la fiamma si metta a tremolare per poi spegnersi.»
«No, infatti.»
«Ho provato diversi tipi di corda e di stoppino e di tessuto, senza apprezzabili risultati. Nessuna delle soluzioni sperimentate si è rivelata utile allo scopo. Allora mi sono messo a cercare qualcosa che potesse contenere la polvere di innesco e ho trovato questo.» Mostrò a Hunter una bianca e sottile sostanza membranosa. «Le
budella di un topo», sorrise felice, «leggermente asciugate su carboni tiepidi per depurarle di ogni umore e succo, preservandone al contempo l’elasticità. Ebbene, introducendo un certo quantitativo di polvere nell’intestino, si ricava una miccia con le caratteristiche richieste. Ve lo dimostro.»
Ne prese un pezzo lungo all’incirca tre metri, biancastro, al cui interno si coglieva, in trasparenza, l’ombra della polvere. Lo posò sul terreno e ne incendiò un’estremità. La miccia cominciò a bruciare in silenzio, con pochi scoppiettii, lentamente, consumandosi mediamente al ritmo di quattro o cinque centimetri al minuto.
L’Ebreo si illuminò. «Visto?»
«Avete ottimi motivi per andar fiero di voi», si complimentò Hunter. «È trasportabile questo tipo di miccia?»
«Con le appropriate precauzioni», disse l’Ebreo. «L’unico problema è il tempo. Se il budello diventa troppo secco, si sfalda e potrebbe rompersi. Questo fenomeno si verifica più o meno a distanza di un giorno.»
«Allora dovremo portarci dietro un certo numero di topi.»
«Lo credo anch’io», disse l’Ebreo. «Comunque, c’è un’altra sorpresa: una cosa che voi non avevate richiesto. Magari non saprete che cosa farvene, ma a me pare ugualmente uno strumento assai apprezzabile.» Si interruppe per un istante. «Avete mai sentito parlare di quell’ordigno che i francesi chiamano grenade?»
«No.» Hunter scosse la testa. «Che cos’è? Un frutto avvelenato?» Grenade, in francese, indicava la melagrana, e gli avvelenamenti, a quei tempi, erano all’ordine del giorno alla corte di re Luigi. «In un certo senso...» ammise l’Ebreo con un vago sorriso. «Il nome deriva dal fatto che l’ordigno contiene “semi” come la melagrana. Sapevo dell’esistenza di armi del genere, ma sapevo anche che la loro fabbricazione era  estremamente pericolosa. Io, però, sono riuscito a produrla senza danni. Il segreto sta nella proporzione del
salnitro. Guardate.» L’Ebreo sollevò un bottiglia di vetro dal collo corto in cui versò una manciata di pallini da caccia e alcuni frammenti di metallo. Mentre era così occupato, precisò: «Non voglio che pensiate male di me. Avete mai sentito parlare della Complicidad Grande?».
«Solo vagamente.»
«Tutto ebbe inizio con mio figlio», iniziò a raccontare l’Ebreo con una smorfia, continuando a preparare la granata. «Nell’agosto dell’anno 1639 mio figlio aveva da molto tempo abbandonato la fede ebraica. Viveva a Lima, in Perù, Nuova Spagna. La sua famiglia prosperava, e lui si fece diversi nemici. «Fu arrestato l’11 di agosto», proseguì l’Ebreo infilando altri pallini nel recipiente di vetro, «e accusato di praticare la religione ebraica in segreto. Dicevano che non apriva mai il suo negozio di sabato e che non mangiava pancetta a colazione. Fu marchiato come giudaizzatore e torturato. Gli chiusero i piedi nudi in scarpe di ferro incandescente e gli bruciarono le carni. Finì per confessare.» Ormai la bottiglia era piena di polvere da sparo e l’Ebreo la sigillò facendo sgocciolare della cera sull’imboccatura. «Rimase in prigione per sei settimane», riprese. «Poco dopo undici uomini furono messi al rogo. Sette erano ancora vivi. Tra questi ultimi c’era anche mio figlio. Il comandante della guarnigione era Cazalla, e fu lui a sovrintendere all’esecuzione dell’autodafé. Le proprietà di mio figlio furono requisite. Sua moglie e i bambini... scomparvero.» L’Ebreo rivolse una fugace occhiata a Hunter e si asciugò le lacrime. «Non cerco compassione», disse, «forse il mio racconto vi aiuterà a comprendere meglio questa mia idea.» Sollevò la granata e vi innestò una miccia corta.
[...]
Le colubrine pesavano più di due tonnellate ciascuna. Con gli affusti fuori uso, quei cannoni sarebbero risultati inservibili, perché diventava impossibile puntarli e far fuoco. E se anche nella fortezza ci fossero stati altri affusti di scorta, sarebbero servite decine di uomini e molte ore di lavoro per sostituire quelli distrutti e rimettere in funzione l’artiglieria. «Prima di tutto, però», disse don Diego sorridendo compiaciuto, «ci occuperemo delle culatte.» Hunter non ci aveva pensato, ma si rese subito conto dell’astuzia di quella mossa.
Le colubrine, come tutti i cannoni, venivano caricate dal davanti. Per prima cosa gli artiglieri infilavano nella bocca del cannone un sacchetto di polvere da sparo e subito dopo il proietto, la palla. Quindi introducevano nel focone situato nella culatta un oggetto sottile e appuntito, per lacerare il sacchetto contenente la polvere da sparo, e poi una miccia accesa. La miccia si consumava all’interno del focone e raggiungeva la polvere da sparo che, esplodendo, scagliava lontano il proietto. Questo metodo risultava efficace finché il focone aveva dimensioni limitate. Dopo molti spari, però, la miccia infuocata e le esplosioni finivano per corroderlo e allargarlo, trasformandolo in una valvola di sfogo per i gas in espansione. In tali condizioni, la gittata del cannone si riduceva notevolmente e talvolta il colpo non partiva neppure, mettendo in serio pericolo l’incolumità degli artiglieri. Per rimediare a questo inevitabile deterioramento, i costruttori di cannoni avevano
dotato le culatte di un pezzo metallico intercambiabile e rastremato, al centro del quale veniva praticato un sottile forellino. Il pezzo veniva inserito dalla bocca del cannone, in modo che l’espansione dei gas dovuta all’esplosione finisse per spingerlo al suo posto - sempre di più e meglio - dopo ogni nuovo sparo. Quando il focone, cioè il forellino centrale, diventava troppo largo, bastava rimuovere il pezzo e sostituirlo con uno nuovo. A volte, però, quell’inserto metallico veniva sparato fuori tutto intero, all’indietro, provocando un grosso buco nella culatta del cannone. A questo alludeva don Diego: voleva rendere inutilizzabili quei cannoni almeno finché qualcuno non avesse sostituito il pezzo e fatto le necessarie riparazioni, procedure che avrebbero richiesto molte ore di lavoro.
[...]
«Signora», riprese Hunter, «in questa comunità...»
«Comunità? É questa», lo interruppe lei, facendo un ampio gesto a indicare la nave e gli uomini addormentati sul ponte, «voi la chiamate “comunità”?» «Certo! Ovunque vi siano uomini riuniti, ci sono regole da seguire. Questi individui seguono leggi diverse da quelle vigenti alla corte di re Carlo e di re Luigi o anche solo nella colonia del Massachusetts, dove io sono nato. Eppure, anche qui ci sono regole da rispettare, e pene per chi le trasgredisce.»
«Ma voi siete un filosofo!» La voce di lady Sarah suonò sarcastica nel buio. «Parlo per esperienza. Alla corte di re Carlo che cosa vi accadrebbe se mancaste di inchinarvi al cospetto del monarca?» Lei sbuffò, rendendosi conto di dove quell’argomento andasse a parare. «Lo stesso vale anche qui», continuò Hunter. «Questi uomini sono orgogliosi e violenti. Se spetta a me governarli, pretendo che mi obbediscano. E l’obbedienza comporta anche il rispetto, oltre al riconoscimento della mia autorità, che è assoluta.»
«Voi parlate come un re.»
«Un capitano è il re del suo equipaggio.»
[...]
Hunter attese per un altro istante. Quindi cominciò a contare ad alta voce. «Tre», gridò, mentre il mirino inquadrava il cielo. Poi la nave cominciò la fase discendente, e per un istante il suo profilo comparve nello strumento dell’Ebreo. «Due», gridò, con il mirino che mostrava il mare ribollente. Ci fu una breve esitazione nel movimento. Hunter attese. «Uno!» urlò, quando ricominciò il movimento ascendente. «Fuoco!»
Il Trinidad fu scosso da un rollio impressionante e sbandò bruscamente, nel momento in cui tutti e trenta i cannoni esplosero la prima salva. Hunter fu scaraventato all’indietro contro l’albero maestro con una violenza che lo lasciò senza fiato. Eppure, ci badò a malapena. Era in attesa, infatti, della fase discendente dell’oscillazione, ansioso di vedere che cosa fosse accaduto al nemico. «L’avete colpita!» gridò Lazue.
E il colpo era stato durissimo. L’impatto aveva fatto ruotare la nave spagnola, che ora si trovava con la poppa verso il mare aperto. Il profilo del castello di poppa era ridotto a una linea frastagliata, e l’albero di mezzana stava cadendo nell’acqua con un movimento rallentato, trascinandosi dietro vele e sartie. Nello stesso istante, però, Hunter si rese conto di aver colpito un po’ troppo vicino alla prua: di certo il timone e il timoniere non avevano subito danni. La nave spagnola, quindi, era ancora in condizioni di navigare. «Ricaricate e spingete fuori i cannoni!» gridò. A bordo del vascello nemico c’era molta confusione. Hunter era cosciente di aver guadagnato tempo. Non era certo, però, di poter contare su tutto il tempo necessario per preparare una seconda salva. Sulla nave nera, a poppa, l’equipaggio si affannava ad abbattere definitivamente l’albero di mezzana e liberarsene. Per un attimo si ebbe l’impressione che, cadendo in acqua con l’attrezzatura, potesse andare a impigliarsi nel timone, ma alla fine quell’eventualità sfumò. Hunter sentì giungere dal ponte di batteria del Trinidad il frastuono dei cannoni che, dopo essere stati ricaricati, venivano nuovamente sospinti fuori dai portelli. La nave da guerra spagnola era più vicina, a quel punto - meno di quattrocento metri a sinistra - ma da quell’angolazione non poteva sparare bordate. Passò un minuto; poi ne passò un altro... Il vascello nemico fu rimesso in sesto, mentre l’albero di mezzana con le sue vele si allontanava alla deriva nella sua scia. La prua della nave nera cambiò rotta. Gli spagnoli stavano virando per muovere contro l’indifeso lato destro del Trinidad. «Maledizione!» urlò Enders. «Lo sapevo che quel Bosquet era un astuto bastardo!» Il vascello agli ordini del francese si allineò per sferrare la bordata, e un attimo dopo la carica arrivò a segno con una precisione micidiale. Altri pennoni e sartie varie ricaddero sul ponte tutt’intorno a Hunter. «Non siamo in grado di reggere altri colpi», disse Lazue con un filo di voce. Hunter stava pensando esattamente la stessa cosa. «Quanti sono i cannoni già in posizione?» gridò. Don Diego fece un rapido calcolo. «Sedici!»
«Li faremo bastare», disse Hunter. L’ennesima bordata spagnola li investì con effetti catastrofici. Il Trinidad stava andando in pezzi sotto i piedi di Hunter. «Signor Enders!» strillò il capitano. «Preparatevi a virare!»
L’artista del mare guardò Hunter con espressione incredula. Un cambiamento di rotta, in quel momento, avrebbe portato il Trinidad davanti alla prua della nave da guerra... e molto più vicino a essa. «Preparatevi alla virata!» ripetè Hunter. «Pronti a virare!» gridò Enders. I marinai sbalorditi corsero alle cime, lavorando
freneticamente per sbrogliarle. La nave da guerra era sempre più vicina. «Trecentocinquanta iarde», avvertì Lazue. Hunter la udì a malapena. Non gli interessava più la distanza. Stava scrutando attraverso il mirino la sagoma della nave spagnola offuscata dal fumo. Gli bruciavano gli occhi, aveva la vista annebbiata. Sbatté le palpebre per mettere a fuoco l’immagine e si concentrò su un punto non visibile della nave spagnola. In basso,
appena sotto la linea di galleggiamento. «Pronti! Timone sottovento!» gridò Enders. «Pronti a far fuoco!» urlò Hunter. Enders era sbalordito. Hunter se ne rendeva conto anche senza guardarlo in faccia. Aveva, infatti, l’occhio puntato dentro il mirino e stava per sparare mentre la nave era ancora in fase di manovra. Era una cosa inaudita, una vera follia. «Tre!» gridò Hunter. Nel mirino, vide il Trinidad che cambiava orientamento come per puntare verso la nave spagnola...«Due!» Il galeone di Hunter si muoveva con lentezza, ora: il capitano vedeva la sagoma del vascello nemico passare ai margini dell’inquadratura. Sfilarono i portelli dei cannoni e a quel punto c’era solo legno...«Uno!» Il mirino continuava a muoversi lungo il bersaglio, sempre più avanti, ma era troppo alto. Aspettò il movimento discendente della propria nave, tenendo conto che contemporaneamente quella spagnola si sarebbe un po’ sollevata, esponendo il fianco. Aspettò. Non osava respirare. Non aveva neppure il coraggio di sperare. Il Trinidad risalì a fatica e...«Fuoco!» Di nuovo il galeone fu scosso dalla violenza degli spari simultanei. Ne uscì una salva un po’ irregolare; Hunter se ne rese conto con l’udito e con l’istinto, perché i suoi occhi non riuscivano a vedere nulla. Attese che il fumo si diradasse, e che il Trinidad si riassestasse. A quel punto potè finalmente vedere i risultati. «Madre di Dio», sospirò Lazue.
La nave spagnola non dava segno di essere stata colpita. Hunter l’aveva completamente mancata. «Che mi pigli il demonio!» imprecò Hunter, rendendosi conto della strana preveggenza contenuta in quelle sue parole. Erano tutti destinati all’inferno: la successiva bordata degli spagnoli sarebbe stata il colpo di grazia. «È stato un nobile tentativo, condotto con freddezza e audacia», disse don Diego. Lazue scosse la testa e andò a dargli un bacio su una guancia. «Che i santi ci proteggano», disse. Una lacrima le scivolò sulla guancia. Hunter si sentiva schiacciato dalla disperazione. Aveva sprecato la loro ultima possibilità: li aveva delusi tutti. Non c’era altro da fare che alzare bandiera bianca e arrendersi. «Signor Enders», ordinò, «fate sventolare la bandiera...»
Non terminò la frase, perché Enders stava ballando dietro il timone, dandosi delle violente pacche su una coscia, in preda a un clamoroso accesso di ilarità. A quel punto dal ponte di batteria si levò un boato di giubilo. Erano tutti impazziti? Accanto a lui, Lazue lanciò un gridolino estasiato e cominciò a ridere sguaiatamente come Enders. Hunter si voltò verso la nave spagnola. Vide la prua sollevarsi dall’acqua e a quel punto comparve l’enorme buco nello scafo, largo quasi tre metri, sotto la linea di galleggiamento. Subito dopo la prua tornò a immergersi, nascondendo il danno sott’acqua. Non ebbe quasi il tempo di rendersi conto del significato di quel fatto, perché nuvole di fumo si sprigionarono dal castello di prua del vascello nemico, gonfiandosi con sorprendente rapidità. Un attimo dopo, un’esplosione rimbombò sulla superficie del mare. La nave spagnola scomparve in una gigantesca sfera di fiamme, tra esplosioni che si susseguivano, perché le polveri immagazzinate nella stiva avevano preso fuoco. Si udì una nuova detonazione, così potente che anche il Trinidad risentì dell’onda d’urto. Poi un’altra, e un’altra ancora, e nel giro di poco il vascello di Bosquet venne inghiottito dal mare. Hunter non riusciva a scorgere altro che frammentarie immagini di devastazione: gli alberi che crollavano, i cannoni scaraventati in aria da mani invisibili, l’intera struttura della nave che si accartocciava su sé stessa, per poi esplodere verso l’esterno. Qualcosa urtò l’albero maestro poco sopra la testa di Hunter e gli scivolò giù sui capelli e sulle spalle, per poi cadere sul ponte. D’acchito pensò che potesse trattarsi di un uccello, ma guardando meglio vide che era una mano umana recisa all’altezza del polso. C’era un anello infilato su un dito. «Santo Dio!» bisbigliò. Quando rialzò lo sguardo verso la nave spagnola fu testimone di un’altra scena sconvolgente. La nave nera era sparita. Letteralmente svanita, e un attimo prima era lì. Certo, divorata dal fuoco e dalle nubi incandescenti delle esplosioni, ma c’era. A quel  punto, invece, non si vedeva più: solo frammenti, relitti infuocati, vele e pennoni che galleggiavano nell’acqua
accanto ai cadaveri dei marinai. E si sentivano le grida lancinanti dei sopravvissuti. La nave nera non esisteva più. Tutt’intorno a lui, l’equipaggio esultava. Hunter non riusciva a staccare gli occhi dal punto in cui fino a poco prima veleggiava la nave nemica. Tra i resti ancora in fiamme, il suo sguardo si posò su un corpo che galleggiava a faccia in giù tra le onde. Era il cadavere di un ufficiale spagnolo: lo si capiva dalla giubba blu che aveva ancora addosso. Chissà come, i pantaloni di quell’uomo erano stati lacerati sul didietro dalle esplosioni, sicché le sue natiche nude affioravano dall’acqua. Hunter osservò la parte esposta del corpo di quell’uomo, incapace di spiegarsi come mai la casacca, a differenza dei calzoni, fosse intatta. C’era qualcosa di osceno nella casualità, nella stranezza di quella morte. Poi, quando il cadavere fu fatto sobbalzare da un’onda, Hunter vide che era senza testa. Avvertì d’istinto che, a bordo della propria nave, l’equipaggio aveva smesso di gioire. Erano tutti ammutoliti e lo stavano guardando. Lui guardò a sua volta le loro facce, sfinite, sporche di fuliggine e sangue, gli occhi stravolti e spenti per la fatica, eppure stranamente pieni di speranza. Lo stavano guardando, in attesa che lui facesse qualcosa. Per un attimo, non riuscì a capire che cosa mai volessero da lui. Poi, però, sentì qualcosa su una guancia e comprese all’istante. Pioggia.

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Donna di Porto Pim - Antonio Tabucchi

>> giovedì 27 gennaio 2011

Donna di Porto Pim è una raccolta di racconti brevi, spesso troppo brevi per avere una propria ragione di esistere. Metaforici, evocativi, irrilevanti. Vi sono comunque due perle che meritano di essere colte: una è la caccia alla balena, che riesce magistralmente a descrivere con pochi tratti la dinamica dell'assalto ricco di concitazione e frenesia; l'altra è la visione degli uomini  da parte di una balena che ci mostra quanto può essere insulsa, incomprensibile e banale la nostra vita. La trascrivo di seguito.

Sempre così affannati, e con lunghi arti che spesso agitano. E come sono poco rotondi, senza la maestosità delle forme compiute e sufficienti, ma con una piccola testa mobile nella quale pare si concentri tutta la loro strana vita. Arrivano scivolando sul mare, ma non nuotando, quasi fossero uccelli, e danno la morte con fragilità e graziosa ferocia. Stanno a lungo in silenzio, ma poi tra loro gridano con furia improvvisa, con un groviglio di suoni che quasi non varia e ai quali manca la perfezione dei nostri suoni essenziali: richiamo, amore, pianto di lutto. E come dev’essere penoso il loro amarsi: e ispido, quasi brusco, immediato, senza una soffice coltre di grasso, favorito dalla loro natura filiforme che non prevede l’eroica difficoltà dell’unione né i magnifici e teneri sforzi per conseguirla. Non amano l’acqua, e la temono, e non si capisce perché la frequentino. Anche loro vanno a branchi, ma non portano femmine, e si indovina che esse stanno altrove, ma sono sempre invisibili. A volte cantano, ma solo per sé, e il loro canto non è un richiamo ma una forma di struggente lamento. Si stancano presto, e quando cala la sera si distendono sulle piccole isole che li conducono e forse si addormentano o guardano la luna. Scivolano via in silenzio e si capisce che sono tristi.

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Ferito - Percival Everett

>> sabato 22 gennaio 2011

Questo romanzo è un piccolo capolavoro di un autore poco noto in Italia ma identificato tra i più importanti scrittori emergenti americani. Ambientato nel West odierno e scritto in modo asciutto ed essenziale ricorda i romanzi di Cormac McCarthy da cui però se ne distacca per la molteplicità dei temi trattati all'interno di una storia che scorre semplice e senza forzature. Coinvolge e rende partecipi per come descrive le giornate ordinarie in fattoria e per come affronta il dolore non risolto del protagonista per la perdita tragica della moglie, la nascita di un nuovo amore, il razzismo (più o meno strisciate o esplicito nei confronti delle persone di colore e dei gay), il rapporto tra padre e figli. Di grande sensibilità e introspezione la descrizione delle reazioni del protagonista, eterosessuale, di fronte al bacio ricevuto da un altro uomo.

Il cavallo non dovrebbe prendere decisioni. Questa è la regola numero uno. La regola numero due è che le decisioni dovrebbe prenderle il cavaliere. Se il cavallo ti anticipa, rischi di restare indietro. È un vecchio proverbio. Quindi ogni tanto devi cambiare direzione al cavallo, rompere la routine, farlo passare in mezzo a dei espugli senza alcuna ragione apparente. Non lasciarlo partire al galoppo su una collina ripida.
Non appena l'addestratore vede che il cavallo che gli hanno affidato prova ad alzare il muso, deve mettergli la martingala da caccia. Se gli lascia sollevare il muso, allora è troppo tardi per mettere gli anelli.
[...]
"Ti piacciono i miei occhi, Hunt?", ha chiesto lei.
"Perché, pensi di avere gli occhi da mucca?".
"Ti piacciono?", ha chiesto di nuovo.
"Se ti dico che sono buoni e dolci, sembrerà che per me hai gli occhi da mucca", ho risposto. Dove stavo andando a parare?
"Ti piacciono?".
"Certo che mi piacciono, Morgan". Ho rovesciato indietro il cappello e l'ho guardata negli occhi. "Si può sapere che c'è?".
"Adoro Gus", ha detto lei, "ma non è per lui che vengo a trovarvi tanto spesso". Mi stava guardando dritto negli occhi., "Mi piacciono i tuoi occhi, John. Mi piacciono molto".
Mi sembrava quasi in preda al panico. "Eh, me ne sono accorto", ho detto io.
"Allora?".
"Allora cosa?".
"Sto perdendo tempo?".
"Cosa vuoi da me? " ,le ho chiesto. "Siamo amci, no?".
"Siamo amici", ha ripetuto Morgan. Era rassegnata. È smontata da cavallo, ha mollato le redini e si è allontanata di qualche passo.
Ho fatto passare la gamba destra sopra la sella e sono scivolato giù. "Morgan", le ho detto avvicinandomi lentamente. Le ho appoggiato le mani sulle spalle e l'ho fatta girare. In quel momento sembrava così docile e così stranamente fragile. "Lo so che ci è voluto un bel coraggio per dirlo".
"Hip hip, urrà. Appendimi una medaglia sulle tette che non guardi mai e vediamo chi rende gli onori".
"Senti, io sono molto attratto da te", le ho detto. "Davvero, Morgan. Ma ... lo so che non vuoi sentirtelo dire ... ma continuo a pensare ad altre cose".
"Susie è morta, Hunt".
[...]
Mentre riportavo il cavallo verso la stalla, ho pensato che il mio vecchio corpo non poteva permettersi tante altre cadute da cavallo. Mi ha preso un'ondata di panico e ho sentito il cavallo reagire: i muscoli possenti si sono tesi. Ho lasciato che il mio corpo si distendesse e il cavallo si è rilassato all'istante. Ho contratto i muscoli di proposito e non c'è stata reazione. Ho cercato di ripensare a quello che stavo pensando prima che Crimen schizzasse via. Mi era venuto in mente qualcosa di sgradevole, forse a proposito della morte di mia moglie, non ricordavo, ma di sicuro avevo pensato a qualcosa di brutto. Non riuscivo a credere che il cavallo potesse essersene accorto. Ho ripensato alla morte di Susie. Niente. Ho pensato di chiamare il fratello di Wallace Castelbury. Niente. Ho pensato di fare sesso con Morgan, e Crimen si è irrigidito. Ero incredulo. Avrei dovuto addestrare questo cavallo tollerare i cattivi pensieri del cavaliere.
[...]
Sono uscito dal negozio e forse stavo guardando altrove o non stavo guardando per niente perché sono andato a sbattere contro qualcuno. Mi sono scusato e poi ho visto la faccia ossuta di uno di quelli che avevano attaccato briga con David e Robert. L'ho riconosciuto subito. La faccia del compare lo seguiva a ruota.
"Guarda dove vai, negro", ha detto quello.
Io sono bello che cresciuto e ho una buona capacità di autocontrollo,così l'ho ignorato e sono andato alla jeep.
"Ho detto: 'Guarda dove vai, negro'.", ha ripetuto e mi ha rifilato una manata alla spalla.
Non mi sono disturbato a spiegare a quella creatura deforme che aveva scelto l'uomo sbagliato nel giorno sbagliato per dire la cosa sbagliata. Se l'avessi fatto, forse non sarebbe rimasto così sorpreso dal sinistro fulmineo che ho fatto partire, sparato da
una molla caricata per anni. La benda sulla mano si è arrossata di nuovo, ma questa volta il sangue non era il mio, peerché il naso di quell'idiota è esploso contro il mio cazzotto. Il suo amico scimmiesco mi si è avventato contro, ma sarà stato per lo sguardo iniettato di sangue o per il sangue che avevo sul pugno, fatto sta che si è bloccato. Quello più grosso ha guardato in faccia l'amico, poi mi ha guardato in cagnesco. Io mi sono sistemato il pacchetto sotto il braccio destro. "E dire che mi stava simpatico", ho detto e non mi sono mosso di un passo.
[...]
Dentro il recinto gli ho insegnato le nozioni base per tenere le redini. "Toccale il collo con le redini sul lato sinistro e andrà a destra. Non devi tirare. Il cavallo va dove punta il tuo ombelico. Punta l'ombelico verso la direzione che vuoi prendere, lascia andare le redini sul collo e via. Adesso, fai schioccare un bacio per lei e dalle una strizzatina con le caviglie".
[...]
Mentre tornavamo, ho pensato a David. Era sciocco che quel bacio in un momento di delirio dovesse far sentire me o lui in modo strano, ma ovviamente era cosÌ. Cercavo di convincermi che l'essere stato baciato da un uomo non mi aveva fatto né caldo né freddo. Forse mi sforzavo anche troppo e quello sforzo mi faceva sentire strano almeno quanto il bacio in sé. David mi stava a cuore. Avrei potuto dire "come un figlio", ma non era mio figlio.
Prima del bacio, se qualcuno me l'avesse chiesto, avrei potuto ammettere che gli volevo bene. Adesso quelle parole, quel sentimento, erano più confusi. La cosa che mi dava più fastidio di quel bacio era che non mi aveva dato fastidio: era un gesto di affetto e quell'affetto l'avevo percepito. Ma era anche qualche altra cosa, perché era avvenuto alla cieca, nel buio della caverna e nello stato confusionale di David.

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Donne dagli occhi grandi - Mastretta Angeles

>> sabato 15 gennaio 2011

Non sono attratto dai racconti brevi perchè solitamente è difficile descrivere in poche pagine personaggi e situazioni in modo che risultino coinvolgenti e convincenti. Donne dagli occhi grandi è un po' un'eccezione ed il merito dell'autrice è proprio quello di creare storie semplici ed intense. Non tutte le quattro storie narrate sono allo stesso livello: quella che trascrivo di seguito è probabilmente la migliore.

La zia Daniela s'innamorò come s'innamorano sempre le donne intelligenti: come un'idiota. Lo aveva visto arrivare un mattino, le spalle erette e il passo sereno, e aveva pensato: «Quest'uomo si crede Dio». Ma dopo averlo sentito raccontare storie di mondi lontani e di passioni sconosciute, si innamorò di lui e delle sue braccia come se non parlasse latino sin da bambina, non avesse studiato logica e non avesse sorpreso mezza città imitando i giochi poetici di Góngora e di suor Juana Inés de la Cruz come chi risponde ad una filastrocca durante la ricreazione. Era tanto colta che nessun uomo voleva mettersi con lei, per quanto avesse occhi di miele e labbra di rugiada, per quanto il suo corpo solleticasse l'immaginazione risvegliando il desiderio di vederlo nudo, per quanto fosse bella come la Madonna del Rosario. Gli uomini avevano paura di amarla, perchè c'era qualcosa nella sua intelligenza che suggeriva sempre un disprezzo per il sesso opposto e le sue ricchezze.
Ma quell'uomo che nulla sapeva di lei e dei suoi libri le si accostò come a chiunque altra. Allora la zia Daniela lo dotò di un'intelligenza abbagliante, una virtù angelica e un talento d'artista. Il suo cervello lo guardò in tanti modi che in capo a dodici giorni credette di conoscere cento uomini.
Lo amò convinta che Dio possa aggirarsi tra i mortali, abbandonata con tutta se stessa ai desideri e alle stramberie di un uomo che non aveva mai avuto intenzione di rimanere e non aveva mai capito neppure uno di tutti i poemi che Daniela aveva voluto leggergli per spiegare il suo amore.
Un giorno così com'era venuto, se ne andò senza neppure salutare. Non ci fu allora in tutta l'intelligenza della zia Daniela una sola scintilla in grado di spiegarle ciò che era successo.
Ipnotizzata da un dolore senza nome né destino, diventò la più stupide delle stupide. Perderlo fu un dolore lungo come l'insonnia, una vecchiaia di secoli, l'inferno.
Per pochi giorni di luce, per un indizio, per gli occhi d'acciaio e di supplica che le aveva prestato una notte, la zia Daniela sotterrò la voglia di vivere e cominciò a perdere lo splendore della pelle, la forza delle gambe, l'intensità della fronte e delle viscere.
Nel giro di tre mesi divenne quasi cieca, le crebbe una gobba sulla schiena e dovette succedere qualcosa anche al suo termostato interno, perché, nonostante indossasse anche in pieno sole calze e cappotto, batteva i denti dal freddo come se vivesse al centro stesso dell'inverno. La portavano fuori a prendere aria come un canarino. Le mettevano accanto frutta e biscotti da becchettare, ma sua madre si portava via il piatto intatto mentre Daniela rimaneva muta, nonostante gli sforzi che tutti facevano per distrarla.
All'inizio la invitavano in strada, per vedere se, guardando i colombi e osservando la gente che andava e veniva, qualcosa in lei cominciasse a dare segni di attaccamento alla vita. Provarono di tutto. Sua madre se la portò in Spagna e le fece girare tutti i locali sivigliani di flamenco senza ottenere da lei nulla più di una lacrima, una sera in cui il cantante era allegro. La mattina seguente inviò un telegramma a suo marito:«Comincia a migliorare, ha pianto un secondo». Era diventata come un arbusto secco, andava dove la portavano e appena poteva si lasciava cadere sul letto come se avesse lavorato ventiquattr'ore di seguito in una piantagione di cotone. Alla fine non ebbe più forze che per gettarsi su una sedia a dire a sua madre:«Ti prego, andiamocene a casa».
Quando tornarono, la zia Daniela camminava a stento, e da allora non volle più alzarsi dal letto. Non voleva neppure lavarsi, né pettinarsi, né fare pipì. Un mattino non riuscì neppure ad aprire gli occhi.
«E' morta!», sentì esclamare intorno a sé, e non trovò la forza di negarlo.
Qualcuno suggerì a sua madre che un tale comportamento fosse un ricatto, un modo di vendicarsi degli altri, una posa da bambina viziata che, se di colpo avesse perso la tranquillità di una casa sua e la pappa pronta, si sarebbe data da fare per guarire da un giorno all'altro. Sua madre fece lo sforzo di crederci e seguì il consiglio di abbandonarla sul portone della cattedrale. La lasciarono lì una notte con la speranza di vederla tornare, affamata e furiosa, com'era stata un tempo. La terza notte la raccolsero dal portone e la portarono in ospedale tra le lacrime di tutta la famiglia.
All'ospedale andò a farle visita la sua amica Elidé, una giovane dalla pelle luminosa che parlava senza posa e che sosteneva di saper curare il mal d'amore. Chiese che le permettessero di prendersi cura dell'anima e dello stomaco di quella naufraga. Era una creatura allegra e attiva. Ascoltarono il suo parere. Secondo lei, l'errore nella cura della sua intelligente amica consisteva nel consiglio di dimenticare. Dimenticare era una cosa impossibile. Quel che bisognava fare era imbrigliare i suoi ricordi perchè non la uccidessero, perchè la obbligassero a continuare a vivere.
I genitori ascoltarono la ragazza con la stessa indifferenza che ormai suscitava in loro qualsiasi tentativo di curare la figlia. Davano per scontato che non sarebbe servito a nulla, ma autorizzarono il tentativo come se non avessero ancora perso la speranza, che ormai avevano perso.
Le misero a dormire nella stessa stanza. Pasando davanti a quella porta, in qualsiasi momento, si udiva l'ifaticabile voce di Elidé parlare dell'argomento con la stessa ostinazione con la quale un medico veglia un moribondo. Non stava zitta un minuto. Non le dava tregua. Un giorno dopo l'altro, una settimana dopo l'altra.
«Come hai detto che erano le sue mani?», chiedeva.
Se la zia Daniela non rispondeva, Elidé l'attaccava su un altro fronte.
«Aveva gli occhi verdi? Castani? Grandi?».
«Piccoli», rispose la zia Daniela, aprendo bocca per la prima volta dopo un mese.
«Piccoli e torbidi?», domandò Elidé.
«Piccoli e fieri», rispose la zia Daniela, e ricadde nel suo mutismo per un altro mese.
«Era sicuramente del Leone. Sono così, i Leoni», diceva la sua amica tirando fuori un libro sui segni zodiacali. Le leggeva tutte le nefandezze che un Leone può commettere. «E poi sono bugiardi. Ma tu non devi lasciarti andare, sei un Toro: sono forti le donne del Toro».
«Di bugie sì che ne ha dette», le rispose Daniela una sera.
«Quali? Non te ne scordare! Perché il mondo non è tanto grande da non incontrarlo mai più, e allora gli ricorderai le sue parole: una per una, quelle che ti ha detto e quelle che ha fatto dire a te».
«Non voglio umiliarmi».
«Sarai tu a umiliare lui. Sarebbe troppo facile, seminare parole e poi filarsela».
«Le sue parole mi hanno illuminata!», lo difese la zia Daniela.
«Si vede, come ti hanno illuminata!», diceva la sua amica, arrivate a questo punto.
Dopo tre mesi ininterrotti di parole la fece mangiare come Dio comanda. Non si rese neppure conto di come fosse successo. L'aveva portata a fare una passeggiata in giardino. Teneva sottobraccio una cesta con frutta, pane, burro, formaggio e tè. Stese una tovaglia sull'erba, tirò fuori la roba e continuò a parlare mettendosi a mangiare senza offrirle nulla.
«Gli piaceva l'uva», disse l'ammalata.
«Capisco che ti manchi».
«Sì» disse la zia Daniela, portandosi alla bocca un grappolo d'uva. «Baciava divinamente. E aveva la pelle morbida, sulla schiena e sulla pancia».
«E com'era... sai di che cosa parlo», disse l'amica, come se avesse sempre saputo che cosa la torturava.
«Non te lo dico», rispose Daniela ridendo per la prima volta dopo mesi. Mangiò poi pane e burro, formaggio e tè.
«Bello?», chiese Elidé.
«Sì», rispose l'ammalata, ricominciando a essere se stessa.
Una sera scesero a cena. La sia Daniela indossava un vestito nuovo e aveva i capelli lucidi e puliti, finalmente liberi dalla treccia polverosa che non si era pettinata per tanto tempo.
Venti giorni più tardi, le due ragazze avevavo ripassato tutti i ricordi da cima a fondo, fino a renderli banali. Tutto ciò che la zia Daniela aveva cercato di dimenticare, sforzandosi di non pensarci, a furia di ripeterlo divenne per lei indegno di ricordo. Castigò il suo buon senso sentendosi raccontare una dopo l'altra le centoventimila sciocchezze che l'avevano resa felice e disgraziata.
«Ormai non desidero più neppure vendicarmi», disse un mattino a Elidé. «Sono stufa marcia di questa storia».
«Come? Non mi ridiventare intelligente, adesso», disse Elidé. «Questa è sempre stata una questione di ragione offuscata: non vorrai trasformarla in qualcosa dilucido? Non sprecarla, ci manca la parte migliore: dobbiamo ancora andare a cercare quell'uomo in Europa e in Africa, in Sudamerica e in India, dobbiamo trovarlo e fare un baccano tale da giustificare i nostri viaggi. Dobbiamo ancora visitare la Galleria Pitti, vedere Firenze, innamorarci a Venezia, gettare una moneta nella Fontana di Trevi. Non vogliamo inseguire quell'uomo che ti ha fatto innamorare come un'imbecille e poi se n'è andato?».
Avevamo progettato di girare il mondo in cerca del colpevole, e questa storia che la vendetta non fosse più imprescindibile nella cura della sua amica era stata un brutto colpo per Elidé. Dovevano perdersi per l'India e il Marocco, la Bolivia e il Congo, Vienna e soprattutto l'Italia. Non aveva mai pensato di trasformarla in un essere razionale dopo averla vista paralizzata e quasi pazza quattro mesi prima.
«Dobbiamo andare a cercarlo. Non mi diventare intelligente prima del tempo», le diceva.
«E' arrivato ieri», le rispose le rispose la zia Daniela un giorno.
«Come lo sai?»
«L'ho visto. Ha bussato al mio balcone come una volta».
«E che cosa hai provato?»
«Niente».
«E che cosa ti ha detto?»
«Tutto».
«E che cosa gli hai risposto?»
«Ho chiuso la finestra».
«E adesso?», domandò la terapista.
«Adesso sì ce ne andiamo in Italia: gli assenti si sbagliano sempre».

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Ti ricordi di me - Sophie Kinsella

>> venerdì 14 gennaio 2011

Mi sono avvicinato a questo romanzo incuriosito dal genere cosiddetto chick lit che sarebbe la versione moderna del romanzo rosa femminile nato con titoli come "Il diavolo veste Prada" e "Il diario di Bridget Jones". Quest'opera della Kinsella parte da una storia inverosimile: la protagonista, a causa di una botta alla testa, dimentica tutto quello che è successo nei due anni precedenti compresa la "personalità" che nel frattempo ha avuto modo di cambiare. I personaggi che si avvicendano sono poco credibili perchè  hanno molto dello stereotipo. Ciononostante il romanzo si legge molto facilmente merito di dialoghi frizzanti e ben costruiti. In alcuni momenti è anche molto divertente.

«Senti, perché non vieni da me domani sera, quando è tutto finito? Ti preparo gli spaghetti alla carbonara.» «Sì, mi farebbe piacere. Ti chiamo.» Già non vedo l’ora. Un piatto di pasta deliziosa, un bicchiere di vino, e io che le racconto tutti i particolari del funerale. Fi ha la capacità di cogliere il lato divertente anche nelle cose più tristi, e so già che finiremo per spanciarci dalle risate... «Ehi, ecco un taxi! Taxiiii!» Corro verso il bordo del marciapiede mentre l’auto accosta. Faccio segno a Debs e Carolyn, tutte prese a berciare Dancing Queen. Carolyn ha gli occhiali bagnati di pioggia ed è avanti a Debs di almeno cinque note. «Salve! » Mi chino verso il finestrino del tassista con i capelli sgocciolanti sul viso. «Ci può portare prima da Balham, e po.. .» «Mi spiace, cara, ma niente karaoke» taglia corto lui, con un’occhiata ostile a Carolyn e Debs. Lo guardo perplessa. «Che intende con niente karaoke?» «Quelle li non ce le voglio a trapanarmi il cervello con le loro canzonette del cavolo.» Probabilmente scherza. Mica si possono bandire le persone che cantano.
«Ma...» «il taxi è mio e le regole le stabilisco io. Niente ubriachi, niente droga, niente karaoke.» Senza aspettare la mia risposta, ingrana la marcia e parte a tutto gas. «Non può avere la regola “niente karaoke”» gli urlo dietro, infuriata. «E una...discriminazione! E contro la legge! E...» La voce viene meno e mi guardo intorno. Fi è scomparsa di nuovo tra le braccia di Mister Belloccio. Debs e Carolyn continuano a storpiare Dancing Queen in modo orripilante, e in fin dei conti non me la sento di dare torto al tassista. Le macchine ci sfilano accanto veloci, inzaccherandoci di fanghiglia, e la pioggia tamburella sul giubbotto di denim ormai fradicio colandomi in testa. I pensieri continuano a girarmi per la mente come calzini in una centrifuga.
Non lo troveremo mai un taxi. Passeremo la notte qui, bloccate sotto la pioggia. Quei cocktail alla banana erano tossici: avrei dovuto fermarmi al quarto. Domani c’è il funerale di papà, e io non sono mai stata a un funerale.
E se scoppio in singhiozzi e tutti mi fissano? Probabilmente Dave lo Sfigato in questo secondo è a letto con un’altra, e le dice che è bella mentre lei mugola “Butch! Butch! “. Io ho i piedi gelati e pieni di vesciche...
«Taxi!» grido d’istinto, quasi prima di aver registrato la luce gialla in lontananza. Sta risalendo la strada con la freccia a sinistra. «Non svoltare!» Gli faccio segnali frenetici con il braccio. «Qui! Qui!»
Devo prendere assolutamente questo taxi. Devo. Con il giubbotto sopra la testa, corro lungo il marciapiede, scivolando spesso, e intanto grido fino a diventare rauca. «Taxi! Taxi! » Arrivata all’angolo, mi imbatto in un capannello di persone. Le aggiro e salgo i gradini di un maestoso palazzo municipale. C’è una balaustra con le scale ai due lati. Faccio segno al taxi da lassù, poi mi precipito in basso per infilarmi dentro. «TAXI! TAAA-XIII !» Sì, sta accostando! Grazie a Dio! Finalmente posso andare a casa, farmi un bagno e dimenticare questa orribile giornata. «Qui!» grido. «Arrivo subito, un sec...» Con grande costernazione noto sul marciapiede sottostante un tizio in giacca e cravatta che si dirige verso il taxi. «È nostro! » grido e mi scaravento giù per la scalinata. «È nostro Sono stata io a fermano! Non le venga in mente...Aaaagh! Aaaahi!» Mentre il piede slitta sul gradino bagnato, non capisco bene cosa stia succedendo. Poi comincio a cadere, e il cervello è investito da un’ondata di incredulità. Sono scivolata sulla suola liscia di questo cavolo di stivale da due soldi. Capitombolo giù per i gradini come una bambinetta di tre anni. Mi aggrappo come una disperata alla ringhiera graffiandomi, storcendo le dita, e molo la borsa Accessorize nel tentativo di trovare un appiglio. Ma non riesco a fermarmi. Oh, merda.
L’asfalto viene dritto verso di me e non posso fare proprio niente; sono sicura, sicurissima, che la botta sarà tremenda.

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Novecento - Alessandro Baricco

>> mercoledì 12 gennaio 2011

E' il monologo teatrale da cui è stato tratto il film di Tornatore "La leggenda del pianista sull'oceano".  Difficile dire se è preferibile il libro o il film, secondo me l'uno completa l'altro. Il merito del libro è quello di riuscire in pochissime pagine a raccontare efficacemente una storia emozionante e non proprio originale (vedasi "Il barone rampante" di Calvino). Il merito del film è quello di aggiungere al tutto una colonna sonora indimenticabile in cui il "duello" al pianoforte ne è il capolavoro.

A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'è una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. [...] È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all'Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave". Ci rimasi secco. Fran.

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Bambino 44 - Tob Rob Smith

>> venerdì 31 dicembre 2010

Ambientato nella russia staliniana, è un thriller che si lascia leggere molto facilmente. I personaggi sono ben descritti e la storia particolarmente articolata. E' incentrata sulla caccia ad un killer seriale ed è interessante per tutto quello che vi fa da sfondo: la Russia con la sua miseria e povertà, i metodi coercitivi usati dalla polizia per estorcere confessioni, l'ideologia che pone il bene della nazione al di sopra del singolo e non ammette l’esistenza di alcun tipo di crimine, segnale di corruzione morale dei costumi e deleteria per l'immagine del socialismo. 
Mi hanno lasciato perplesso le motivazioni che spingono il criminale ad uccidere le sue vittime.

Pavel non credeva ai propri occhi. Era strano, magro, con gli occhi verdi e il pelo nero maculato: era senza ombra di dubbio un gatto. Stava facendo legna quando vide l'animale schizzare fuori dalla casa di Marija Antonovna, attraversare la strada coperta di neve e dirigersi verso il bosco. Trattenendo il fiato si guardò rapidamente attorno. Nessun altro lo aveva visto. Non c'era nessuno in giro, e nessuna luce alle finestre. Sbuffi di fumo uscivano da meno della metà dei comignoli, unico segno di vita. Era come se il villaggio fosse stato soffocato dalla pesante nevicata, spenta ogni traccia di vita. La neve era in gran parte intatta: c'era a malapena qualche impronta e nemmeno un sentiero spalato. I giorni erano silenziosi come le notti. Nessuno si alzava per lavorare. Nessuno dei suoi amici giocava, rimanevano tutti dentro casa, sdraiati sui letti, abbracciati ai famigliari, file di occhi enormi e infossati a fissare il soffitto. Gli adulti avevano cominciato a sembrare bambini, i bambini a sembrare adulti. Quasi tutti avevano smesso di darsi da fare per trovare del cibo. In quella situazione, l'apparizione di un gatto aveva del miracoloso: una creatura da tempo considerata estinta che ricompare.
Pavel chiuse gli occhi e cercò di ricordare l'ultima volta che aveva mangiato carne. Quando li riaprì, sbavava per l'acquolina. La saliva gli colava giù ai due lati del mento, in grossi rivoli. Si pulì con il dorso della mano. In preda all'eccitazione, gettò a terra il mucchio di legna e corse a casa. Doveva riferire a sua madre Oksana la straordinaria notizia.

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Lettera ad un bambino mai nato - Oriana Fallaci

>> martedì 21 dicembre 2010

Lettera a un bambino mai nato è un lungo monologo drammatico e poetico in cui la protagonista affronta i dubbi, le incertezze e le delusioni della sua maternità di donna sola. Sembra che la Fallaci lo abbia scritto al posto di un'inchiesta sull'aborto che le era stata commissionata dall'editore della rivista per cui lavorava. Sicuramente c'è molto di autobiografico perchè nel corso della sua vita ha vissuto lo stesso dramma narrato. Di enorme valore la parte iniziale, più prosaica invece quella finale. L'edizione in audiolibro, letto dalla stessa autrice con la sua voce grave, ha un ulteriore valore aggiunto. Uno dei libri più belli letti quest'anno.


La mia mamma, vedi, non mi voleva. Ero incominciata per sbaglio, in un attimo di altrui distrazione. E perché‚ non nascessi ogni sera scioglieva nell'acqua una medicina. Poi la beveva, piangendo. La bevve fino alla sera in cui mi mossi, dentro il suo ventre, e le tirai un calcio per dirle di non buttarmi via. Lei stava portando il bicchiere alle labbra. Subito lo allontanò e ne rovesciò il contenuto per terra. Qualche mese dopo mi rotolavo vittoriosa nel sole, e se ci sia stato bene o male non so. Quando sono felice penso che sia stato bene, quando sono infelice penso che sia stato male. Perché, anche quando sono infelice, penso che mi dispiacerebbe non essere nata perché‚ nulla é peggiore del nulla. Io, te lo ripeto, non temo il dolore. Esso nasce con noi, cresce con noi, ad esso ci si abitua come al fatto d'avere due braccia e due gambe. Io, in fondo, non temo neanche di morire: perché‚ se uno muore vuol dire che é nato, che é uscito dal niente. Io temo il niente, il non esserci, il dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per sbaglio, sia pure per l'altrui distrazione. Molte donne si chiedono: mettere al mondo un figlio, perché‚? Perché‚ abbia fame, perché‚ abbia freddo, perché‚ venga tradito e offeso, perché‚ muoia ammazzato alla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra. Forse hanno ragione loro. Ma il niente é da preferirsi al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non nascere, finisco con l'esclamare che nascere é meglio di non nascere. Tuttavia é lecito imporre tale ragionamento anche a te? Non é come metterti al mondo per me stessa e basta? Non mi interessa metterti al mondo per me stessa e basta. Tanto più che non ho affatto bisogno di te.
[...]
Mi prendo la responsabilità della scelta.
Me la prendo senza egoismo, bambino: metterti al mondo, lo giuro, non mi diverte. Non mi vedo camminare per strada col ventre gonfio, non mi vedo allattarti e lavarti e insegnarti a parlare. Sono una donna che lavora ed ho tanti altri impegni, curiosità : te l'ho già detto che non ho bisogno di te. Però ti porterò avanti lo stesso, che ti piaccia o no. Te la imporrò lo stesso quella prepotenza che fu imposta anche a me, e ai miei genitori, ai miei nonni, ai nonni dei miei nonni: su fino al primo essere umano partorito da un essere umano, che gli piacesse o no. Probabilmente, se a costui o a costei fosse stato concesso di scegliere, si sarebbe
impaurito e avrebbe risposto non voglio nascere, no. Ma nessuno gli chiese un parere, e così nacque e visse e morì dopo aver partorito un altro essere umano cui non aveva chiesto di scegliere, e costui fece lo stesso, per milioni di anni fino a noi, e ogni volta fu una prepotenza senza la quale non esisteremmo. Coraggio, bambino. Pensi che il seme di un albero non abbia bisogno di coraggio quando buca la terra e germoglia? Basta un colpo di vento a staccarlo, la zampina di un topo a schiacciarlo. Eppure lui germoglia e tiene duro e cresce gettando altri semi. E diventa un bosco. Se un giorno griderai "Perché mi hai messo al mondo, perché? Io ti risponderò: "Ho fatto ciò che fanno e hanno fatto gli alberi, per milioni e milioni di anni prima di me, e credevo di fare bene".
L'importante é non cambiare idea ricordando che gli esseri umani non sono alberi, che la sofferenza di un essere umano é mille volte più grande della sofferenza di un albero perché‚ é cosciente, che a nessuno di noi giova diventare un bosco, che non tutti i semi degli alberi generano alberi: nella stragrande maggioranza
vanno perduti. Un simile voltafaccia é possibile, bambino: la nostra logica é piena di contraddizioni. Appena affermi qualcosa, ne vedi il contrario. E magari ti accorgi che il contrario é valido quanto ciò che affermavi.
Il mio ragionamento di oggi potrebbe essere rovesciato così, con uno schiocco di dita. Infatti ecco: mi sento già confusa, disorientata Forse perché‚ non posso confidarmi con nessuno al di fuori di te. Sono una donna che ha scelto di vivere sola. Tuo padre non sta con me. E non me ne dolgo sebbene, ogni tanto, il mio sguardo cerchi la porta da cui egli uscì, col suo passo deciso, senza che io lo fermassi, quasi non avessimo più nulla da dirci.
[...]
Bambino, io sto cercando di spiegarti che essere un uomo non significa avere una coda davanti: significa essere una persona. E anzitutto, a me, interessa che tu sia una persona. E una parola stupenda, la parola persona, perché‚ non pone limiti a un uomo o a una donna, non traccia frontiere tra chi ha la coda e chi non ce l'ha. Del resto il filo che divide chi ha la coda da chi non ce l'ha, é un filo talmente sottile: in pratica si riduce alla facoltà di maturare o no una creatura nel ventre. Il cuore e il cervello non hanno sesso. Nemmeno il comportamento. Se sarai una persona di cuore e di cervello, ricordalo, io non starò certo tra quelli che ti ingiungeranno di comportarti in un modo o nell'altro in quanto maschio o femmina. Ti chiederò solo di sfruttare bene il miracolo d'essere nato, di non cedere mai alla viltà. E una bestia che sta sempre in agguato, la viltà. Ci morde tutti, ogni giorno, e son pochi coloro che non si lasciano sbranare da lei. In nome della prudenza, in nome della convenienza, a volte della saggezza. Vili fino a quando un rischio li minaccia, gli umani diventano spavaldi dopo che il rischio é passato. Non dovrai evitare il rischio, mai: anche se la paura ti frena. Venire al mondo é già un rischio. Quello di pentirsi, poi, d'esser venuti.
[...]
Dopo l'esercito inglese venne l'esercito americano. Tutti dicevano che gli americani sarebbero stati più cordiali, più buoni, e la ragazzina sperò che fosse vero giacché‚ molti di loro ridevano grasse risate colme di umanità. Presto però s'accorse che con le loro risate grasse, colme di umanità, anch'essi violentavano e corrompevano e si comportavano da padroni: il domani era una paura nuova. La fame invece era la stessa. Per placarla alcune donne si prostituivano, altre lavavano i panni dei nuovi padroni. Ogni terrazza, ogni cortile era un ciondolar di uniformi e calzini e magliette; un vantarsi di chi ne lavava di più. Sei paia di calzini, un pane a cassetta. Tre maglie, una scatoletta di carne e fagioli. Una uniforme, due scatolette di carne. Il padre della ragazzina non permetteva che sua moglie e sua figlia toccassero quei panni sporchi. Diceva che bene o male il domani era incominciato e bisognava difenderlo con dignità. Per dimostrarlo invitava a mangiare gli "amici" e gli dava la sua razione di cibo fresco. Una sera gli dette perfino il suo orologio d'oro, pronunciando un bel discorso dove ricordava i prigionieri aiutati per il domani che restava una causa comune. Gli amici presero l'orologio d'oro e, per risposta, offrirono panni da lavare. La ragazzina si offese. Ma la fame é una bestia piena di tentazioni: pochi giorni dopo, di nascosto a suo padre, essa ci ripensò e chiese di lavare i panni. Giunsero due sacchi. Uno conteneva roba sporca e uno il cibo. Quello del cibo fu subito aperto e vuotato di tre scatolette di fagioli col sugo, due pani a cassetta, un vasetto di noccioline, un barattolo intero di gelato alla fragola. Quello della roba sporca fu aperto più tardi. E quando la ragazzina lo rovesciò nel lavatoio, arrossì di rabbia. Erano tutte mutande sporche.
Fu lavando le mutande sporche degli altri che me ne resi conto: il nostro domani non era giunto, e forse non sarebbe mai giunto. Avrebbero sempre continuato a imbrogliarci con le promesse: in un rosario di delusioni alleggerite da falsi sollievi, miserandi regali, pietose comodità per tenerci quieti. Giungerà mai per te il mio domani? Ne dubito. Sono secoli, sono millenni che la gente mette al mondo figli fidando nel domani, sperando che domani essi stiano meglio di loro.
[...]
Ha preoccupazioni? . Gli ho risposto sì. Ha avuto qualche trauma psicologico, che so un dispiacere? Gli ho risposto sì. Mi ha fissato senza chiedere che specie di trauma, che specie di dispiacere, poi mi ha esposto la sua tesi. A volte le preoccupazioni, le ansie, gli shock sono più pericolosi delle fatiche fisiche perché‚ causano spasmi, contrazioni uterine, e minacciano seriamente la vita dell'embrione o del feto. Non dimenticassi che l'utero é in relazione con l'ipofisi, che ogni stimolo si trasmette subito agli organi genitali. Una sorpresa violenta, un dolore, una collera, possono provocare il distacco parziale dell'uovo. Lo può addirittura un nervosismo costante, un perpetuo stato d'angoscia. Al limite, e lungi da lui l'intenzione di sconfinare nella fantascienza o nella fantapsicologia, si poteva parlare di un pensiero che uccide. Al livello inconscio, s'intende, e per questo dovevo assolutamente impormi d'esser tranquilla. Dovevo rigorosamente evitare ogni  emozione, ogni pensiero nero. Serenità, placidità erano le parole d'ordine. Dottore, ho risposto, é lo stesso che chiedermi di cambiare il colore degli occhi: come faccio ad essere placida se la mia natura non lo é? Mi ha squadrato di nuovo con freddezza: Questo é affar suo. Si arrangi. Ingrassi . Poi mi ha prescritto antispastici e altre medicine. Se per caso appare una goccia di sangue, corra da lui. Sono impaurita. Ed anche adirata con te. Cosa credi che sia: un contenitore, un barattolo dove si mette un oggetto da custodire? Sono una donna, perDio, sono una persona. Non posso svitarmi il cervello e proibirgli di pensare. Non posso annullare i miei sentimenti o proibirgli di manifestarsi. Non posso ignorare una rabbia, una gioia, un dolore. Ho le mie reazioni, io, i miei stupori, i miei scoramenti. Anche se potessi, non vorrei disfarmene per ridurmi allo stato di un vegetale o di una macchina fisiologica che serve a procreare e basta! Quanto sei esigente, bambino. Prima pretendi di controllare il mio corpo e privarlo del suo più elementare diritto: muoversi. Dopo pretendi addirittura di controllare la mia mente e il mio cuore: atrofizzandoli, neutralizzandoli, derubandoli della loro capacità di sentire, pensare, vivere ! Accusi perfino il mio inconscio. Questo é eccessivo, é inaccettabile. Se vogliamo restare insieme, bambino, dobbiamo scendere a patti. Eccoli. Ti faccio una concessione: ingrasso, ti regalo il mio corpo. Ma la mia mente no. Le mie reazioni no. Me le tengo. E con quelle pretendo una mancia: i miei piaceri spiccioli. Infatti ora bevo un abbondantissimo whisky, e fumo un pacchetto di sigarette, una dopo l'altra, e riprendo a lavorare, ad esistere come persona e non come barattolo, e piango, piango, piango: senza chiederti se ti fa male. Perché‚ sono stufa di te!

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Bambini nel tempo - Ian McEwan

>> sabato 18 dicembre 2010

Romanzo che parte bene, con la misteriosa scomparsa di una bambina nel supermercato, e poi si perde in piani narrativi, considerazioni, storie che sembrano inserite a caso. Non si capisce perchè tra i due genitori i rapporti degenirino con la scomparsa della figlia. Se avessi inziato a leggere McEwan con questo libro mi sarei perso quel capolavoro che è Chesil Beach.

In ogni caso, qualunque cosa sia il tempo, la versione che ne fornisce il buon senso, e cioè qualcosa di lineare, regolare, assoluto, che procede da sinistra verso destra, dal passato al presente al futuro, o è una stupidaggine o una minuscola frazione di verità. Lo sappiamo per esperienza. Un'ora può sembrarci un minuto o una settimana. Il tempo cambia. Lo sappiamo da Einstein, che in questo ambito resta il nostro punto di riferimento. Nella teoria della relatività, il tempo dipende dalla velocità dell'osservatore. Avvenimenti simultanei per qualcuno, possono apparire conseguenti per qualcun altro. Non esiste un "adesso" assoluto, universalmente accettato.
Esistono corpi opachi dotati di enormi campi gravitazionali, o buchi neri, in cui il tempo può fermarsi di colpo. Il balenare di certe particelle nella camera di Wilson può essere spiegato solo con il movimento a ritroso del tempo. Nella teoria del Big Bang, si pensa che il tempo sia stato creato insieme alla materia e ne sia inseparabile. E anche questo fa parte del problema; per considerare il tempo come entità, siamo costretti a separarlo dallo spazio e dalla materia, dobbiamo distorcerlo per osservarlo. Ho sentito dire che la stessa struttura del cervello limita la nostra comprensione del tempo esattamente come ci permette di percepire soltanto tre dimensioni dello spazio. Ma questo mi pare frutto di un materialismo piuttosto vago, oltre che pessimistico. E' vero però che dobbiamo  restare legati a dei modelli - il tempo come massa fluida, il tempo come complicata sacca con punti di contatto tra i vari momenti.

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Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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