Imprimatur - Rita Monaldi & Francesco Sorti

>> giovedì 8 dicembre 2011

Romanzo storico che è un caso letterario per via della censura a cui il libro è stato sottoposto. Pubblicato da Mondadori nel 2002 è diventato un best seller nazionale e internazionale e nonostante tutto è stato dopo qualche mese inspiegabilmente ritirato e non ha più visto la luce sul territorio italiano. Attualmente è possibile acquistarlo all'estero. Io l'ho trovato abbastanza agevolmente in biblioteca. Sul seguente sito è possibile approfondire tutti i dettagli del caso. I due autori dimostrano, tramite un'accurata documentazione, come papa Innocenzo XI abbia tradito la fede cattolica finanziando nel 1688 la conquista del trono d’Inghilterra da parte del protestante Guglielmo d’Orange a scapito del cattolico Giacomo II. L'uscita del libro di Monaldi e Sorti sembra comunque abbia impedito ad Innocenzo XI di diventare santo perchè proprio in quell'anno era in corso il processo di canonizzazione.
Ma il libro com'è? Onestamente non mi ha entusiasmato. Prolisso e ricco di divagazioni (di cui alcune comunque interessanti) si legge con fatica. Le prime 400 pagine sono quelle più impegnative, poi scorre abbastanza agevolmente. L'evento storico emerge poco per volta dientro l'indagine che un ambiguo detective, l'abate Atto Melani, svolge in una Roma ricca di sotterranei e misteri.  Se il riferimento è "Il nome della rosa" non regge il paragone e il romanzo di Eco rimane un insuperato punto di riferimento.


Ancora mezzo trafelato gli dissi che ero in grande apprensione per l'anima del mio padrone: l'olio aveva mondato la coscienza di Pellegrino dai peccati, affinché egli non corresse il rischio di perire all'Inferno? Oppure occorreva che si confessasse prima di morire? E cosa sarebbe accaduto se non avesse ripreso conoscenza prima del trapasso?
«Oh, se è per questo» rispose Robleda sbrigativamente «non ti devi preoccupare: non sarà colpa del tuo padrone, se prima di morire non tornerà in sé quel tanto che basta per poter rendere piena confessione dei suoi peccatucci al Signore».
«Lo so» ribattei pronto «ma ci sono anche i peccati mortali, oltre ai peccati veniali...».
«Sai forse di qualche peccato grave commesso dal tuo padrone?» chiese il gesuita allarmato.
«Che io sappia non è mai andato oltre qualche intemperanza e qualche bicchiere di troppo».
«Comunque, perfino se avesse ucciso» disse Robleda facendosi il segno della Croce «questo non vorrebbe dire molto».
E mi spiegò che i padri gesuiti, avendo particolare vocazione per il sacramento della confessione, avevano da tempo studiato con gran cura la dottrina del peccato e del perdono: «Vi sono delitti che provocano la morte dell'anima, ed essi sono la maggioranza. Ma ve ne sono anche di parzialmente permessi» disse abbassando verecondamente la voce «o perfino alcuni, beninteso in casi eccezionali, che sono permessi. È una questione di circostanze, e per il confessore ti assicuro che la decisione è sempre cosa difficile».
La casistica era sterminata, e andava considerata con grande cautela. Si deve dare l'assoluzione a un figlio che per legittima difesa ammazza il padre? Commette peccato colui che, per evitare di essere giustiziato ingiustamente, uccide un testimonio? E una moglie che uccide il marito, sapendo che lui sta per renderle identico servizio? Può un nobile, per difendere di fronte ai suoi pari l'onore (che è per lui quanto v'è di più importante), assassinare chi lo ha offeso? Commette peccato un soldato se per ordine di un superiore uccide un innocente? Ancora: una donna può prostituirsi per salvare dalla fame i propri figli?
«E a rubare, padre, si fa sempre peccato?» insistetti sovvenendomi che le troppo abbondanti prelibatezze della cantina del mio padrone non erano forse tutte di provenienza lecita.
«Tutt'altro. Anche qui devi considerare le circostanze interne ed esterne in cui l'atto è compiuto. È cosa certamente diversa se il ricco ruba al povero, o il povero al ricco, o il ricco al ricco o infine il povero al povero e così via».
«Ma non ci si può far perdonare in tutti i casi, restituendo ciò che si è rubato?»
«Sei troppo frettoloso! L'obbligo di restituzione è cosa importante, certo, e il confessore è tenuto a ricordarlo al fedele che a lui s'affida. Ma l'obbligo può anche essere limitato, o venir meno. Non occorre restituire quanto è stato rubato, se ciò significa impoverirsi: un nobile non può privarsi della servitù, e un cittadino distinto non può certo abbassarsi a lavorare».
«Ma se non sono costretto a restituire il maltolto, come dite voi, allora cosa devo fare per ottenere il perdono?»
«Dipende. In alcuni casi è bene fare una visita al domicilio dell'offeso, e porgere le proprie scuse».
«E le tasse? Cosa accade se non si paga il dovuto?»
«Eppeppè, questa è una faccenda delicata. Le tasse rientrano tra le res odiosae, nel senso che nessuno le paga volentieri. Diciamo che è sicuramente peccato non pagare quelle giuste, mentre per le tasse ingiuste bisogna vedere caso per caso».
Robleda mi lumeggiò poi su molti altri casi che, senza conoscere la dottrina dei gesuiti, avrei senz'altro giudicato in modo assai diverso: chi è condannato ingiustamente può evadere dal carcere, e può ubriacare i guardiani e aiutare a fuggire i suoi compagni di cella; si può gioire della morte di un genitore che ci lascia una grossa eredità, purché lo si faccia senza odio personale; si possono leggere i libri proibiti dalla Chiesa, ma al massimo per tre giorni e per non più di sei pagine; si può rubare ai genitori senza fare peccato, ma non più di cinquanta monete d'oro; chi infine giura, ma lo fa solo per finta e senza l'intenzione di giurare davvero, non è obbligato a mantenere la parola.
«Insomma si può spergiurare!» riassunsi stupito.
«Non essere così rozzo. Tutto dipende dall'intenzione. Il peccato è il distacco volontario dalla legge di Dio» recitò solenne Robleda. «Se invece lo si commette solo in apparenza, ma senza volerlo davvero, allora si è salvi».
Uscii dalla stanza di Robleda in preda a un misto di spossatezza e inquietudine. Grazie alla sapienza dei gesuiti, pensai, Pellegrino aveva buone probabilità di salvarsi l'anima. Ma da quei discorsi pareva quasi che il bianco si chiamasse nero, che la verità fosse uguale alla menzogna, che bene e male fossero tutt'uno.
[...]
Ma proprio in quel mentre mi fu sopra, e ovunque attorno a me, una pioggia fragorosa e orribile di cadaveri teschi e ossa umane, e mandibole mascelle costole omeri misti a immondo sudiciume, travolto dal quale caddi e restai a terra, e solo allora in realtà conobbi da vicino la schifosa materia, restandone semisepolto e a mia volta quasi morto. Cercai di divinco-larmi dalla mostruosa e scricchiolante poltiglia mortifera, il cui infame gorgoglio si mescolava a un duplice muggito infernale di cui non indovinavo la provenienza né la natura. Quella che oggi riconoscerei per una vertebra m'ostruiva la visuale, e ciò che era stato un tempo il cranio d'un vivente mi osservava minaccioso, quasi sospeso nel vuoto. Cercai d'urlare, ma la mia bocca non emise alcun suono. Sentii le forze venirmi meno, e mentre gli ultimi pensieri si radunavano faticosamente in un'e-strema preghiera per la salvezza dell'anima mia, come in un sogno udii la voce ferma dell'abate risuonare nel vuoto.
[...]
Scesi in cantina. Mi spinsi fino al livello inferiore, assai interrato, e vi trascorsi credo oltre un'ora, buscandomi quasi un malanno a motivo del pungente frescolino che vi regnava sempre. Passai interamente sotto esame quello spazio dal soffitto basso, esplorandone col lume gli angoli più reconditi, là dove non m'ero ancora mai avventurato o soffermato, gli scaffali sino ai ripiani più alti e le casse di neve fin quasi a toccarne il fondo. In un ampio anfratto, celato dietro teorie di orci con vini, olio, e ogni sorta di legumi e semi secchi, frutta candita, verdure in barattolo e sacchi di maccaroni, gnocchetti, lasagne e zeppole, scopersi a riposare sotto ampi teli di iuta, o al fresco tra la neve, gran varietà di carni salate, affumicate, secche e in vaso. Lì il signor Pellegrino aveva messo a conservare, come amante geloso, lingue in pottaggio e porchette di latte, e poi pezzi di varie bestie: animelle di cervo e capretto; trippa di mongana; piedi, rognone e cervella di porco spinoso; zinne di vacche e di capre; linguattole di castrato e cinghiale; pezzi di coscia, di anneccia e camozza; fegato, zampe, collo e scannatura d'orso; fianchetto, costarelle e filetto di capriolo.
E scoprii lacerti di lepre, gallo di montagna, pollancotte d'India, pollastro selvatico, pulcini, piccioni, palombelle selvatiche, fagiani e fagianotti, starne e starnotte, beccacce, pavone e pavoncino e pavoncelle, anatra e folaghe, papere, oche, pizzacchere, quaglie, tortore, malvezzi, francolini, ficedole, ortolani, rondanini, cocciarde, passarotti, beccafichi di Cipro e di Candia.
Immaginai col batticuore come li avrebbe apparecchiati il mio povero padrone: allessi, arrosti, in zuppe, in sorsichi, allo spiedo, fritti, in pasticcio con o senza sfogli, in arme, in brodi, in morselletti, in crostate, con salse, con aceti, con frutti e trionfi.
Attirato dal forte odore di affumicato e alga secca, portai oltre la mia ispezione; e sotto altra neve pressata e altri teli di iuta, come m'aspettavo, serrati in botticelle sotto sale o appesi in piccoli mazzi e in retine a uncini, trovai: agucchie, cappe di San Giacomo, cappe lunghe, cefali, cernie, chiocciole, corbi, dentali, fonghi, gambarelli, gongole, granci, lacce, lamprede, latterini, palaie, lumache, lucci, luvani, merluzzi, lorene, ombrine, patelle, filetti di pesci spada e pesci capone, pesci gallo, pesci rombo, reine, pesci ignudi, ranocchi, sarde, scorfani, sgombri, storioni, testuggini, telline e tenche.
[...]
Il giovane Re stava saggiando per la prima volta la propria potenza. Ciò si può fare solo imponendo l'arbitrio reale, e talora l'ingiustizia. Quale sfoggio di potere sarebbe favorire i migliori, già destinati alle vette grazie alle proprie qualità? Potente è invece colui che riesce a elevare il mediocre e il malvagio a capo dei saggi e dei buoni, sovvertendo col solo capriccio il corso naturale degli eventi.
[...]
In Inghilterra già il famoso Giovanni Dowland, liutista della regina Elisabetta, scriveva le sue musiche in modo che, tramite esse, i suoi padroni potessero inviare informazioni riservate.
Impiegò non poco Atto Melani per convincermi che la notazione musicale possa racchiudere significati del tutto estrinseci all'arte dei suoni. Eppure era così da sempre: sia i Regnanti che lo stesso Stato della Chiesa da secoli facevano ricorso alla criptografia musicale. E l'argomento era ben noto a tutti gli uomini di dottrina: per fare un esempio alla portata di tutti, disse, nel De furtivis litterarum notis il Della Porta aveva illu-strato gran copia di sistemi con cui celare nella grafia musicale messaggi segreti d'ogni tipo e lunghezza. Grazie a un'opportuna chiave, per esempio, si poteva associare ogni lettera dell'alfabeto a una nota musicale. La successione delle note, annotata sul pentagramma, avrebbe così fornito a chi possedeva la chiave parole e frasi compiute.
«Così si crea però il problema dei saltus indecentes, cioè di dissonanze ed enarmonie sgradevoli, che già ictu oculi possono insospettire chi legga accidentalmente la musica. C'è chi allora ha escogitato sistemi più raffinati».
«E chi?»
«Proprio il nostro Kircher, per esempio, nella Musurgia universalis. Invece di assegnare a ogni nota una lettera, ha distribuito l'alfabeto tra le quattro voci di un madrigale o di un'orchestra, in modo da poter meglio governare la materia musicale e rendere la composizione meno rozza e sgradevole: cosa che, nel caso il messaggio venisse intercettato, renderebbe sospettoso chiunque. Sono poi possibili infinite manipolazioni del testo cantato e delle note da intonare. Esempio: se la nota musicale - «fa», «la», oppure «re» - coincide con il testo, allora si prendono in considerazione solo quelle sillabe. Oppure si può fare il contrario, conservando solo il resto del testo cantato, che a quel punto mostrerà il suo significato nascosto. E di certo Corbetta sarà stato a conoscenza di tale innovazione di Kircher».
[...]
«Allo stesso modo» continuò come se nulla fosse «l'affezione o segreta attrazione che sentiamo imperiosa per certe persone sin dalle prime volte che le accostiamo, è causata da un'emissione di spiriti o corpuscoli di questa persona che giungono a imprimere dolcemente l'occhio o i nervi, fino ad arrivare al cervello e dare una sensazione di gradevolezza».
Tremolante, mi affaccendavo col pettine alle tempie.
«E sai una cosa?» aggiunse suadente. «Tale attrazione ha il magnifico potere di rendere perfettissimo e valentissimo ai nostri occhi l'oggetto dei nostri desideri».
Me, nessuno m'avrebbe mai potuto vedere perfettissimo, no di certo, ripetevo mentalmente cercando di dominare la violenta emozione; e intanto non mi riusciva di spiccicar parola.
Cloridia appoggiò lievemente la testa al mio petto e sospirò.
«Ora mi devi districare i capelli della nuca, senza però farmi male: lì i crini sono più intrecciati, ma anche più fragili e sensibili».
Detto questo, mi fece sedere davanti a lei, sul suo alto letto, e mi pose il capo in grembo, a viso in giù, mostrandomi il collo. Ancora stordito e confuso, sentii agl'inguini il calore del suo respiro. Ripresi a pettinarle i riccioli. Mi sentivo la testa completamente vuota.
«Non ti ho ancora spiegato il modo di usare la verga con successo» riprese lentamente, mentre la sentivo accomodarsi meglio nella sua posizione.
«Sappi anzitutto che la natura non ha che un solo meccanismo in tutte le sue operazioni, ed è la sola che possa rendere ragione del movimento della verga. Bisogna anzitutto intingere la punta della verga in qualche materia, possibilmente umida e calda (come il sangue o altri umori), che ha a che fare con quanto si cerca. Questo perché il tocco scopre talvolta ciò che gli occhi non possono. Poi si prende la verga tra due dita, ponendosela all'altezza del ventre. La si può anche portare in equilibrio sul dorso della mano, ma secondo me non funziona. Bisogna poi procedere lentamente nella direzione in cui si pensa sia quanto cerchiamo. Si deve andare avanti e indietro, su e giù più volte, finché la verga si solleva; e così si è sicuri che la direzione imboccata è quella giusta. L'inclinazione della verga, infatti, è la stessa cosa dell'inclinazione dell'ago della bussola: risponde a un'attrazione calamitica. L'importante, con la verga, è non agire mai bruscamente, altrimenti si rompe il volume di vapori ed esalazioni provenienti dal luogo cercato e che, impregnando la verga, la fanno sollevare nella direzione giusta. Ogni tanto è bene tenere nelle mani i due corni che stanno alla base della verga, ma senza troppo serrare, e in modo che il disopra della mano sia girato verso terra e badando che la punta della verga sia sempre ben sollevata a puntare davanti sé verso lo scopo. Devi inoltre sapere che la verga non si muove nelle mani di tutti. Ci vuole un dono particolare, e molta arte. Per esempio, non si muove nelle mani di chi ha una traspirazione di materia grossolana, rude e abbondante, in quanto tali corpuscoli vanno a rompere la colonna dei vapori, esalazioni e fumi. Ma capita a volte che la verga non si muova anche nelle mani di chi l'ha già usata con successo. Non che a me sia mai accaduto, per carità. Ma può capitare qualcosa che alteri la costituzione di chi deve maneggiare la verga, e ne faccia più violentemente fermentare il sangue. Qualcosa nel cibo o nell'aria può produrre sali acri e acidi. Oppure un lavoro troppo violento, veglie notturne o studio, possono creare una traspirazione acre e rude che dalle mani passa negli interstizi della verga e confonde il cammino alla colonna dei vapori, impedendole di muoversi. Questo perché la verga funziona da catalizzatore dei corpuscoli invisibili, come un microscopio. Vedessi che spettacolo, quando finalmente la verga giunge...».
Cloridia s'era interrotta. Bussò Cristofano.
«M'è parso d'udire un grido. Tutto bene lì?» chiese trafelato il medico, che aveva fatto le scale di corsa.
«Niente di cui preoccuparsi. Il nostro povero garzoncello s'è fatto male mentre m'aiutava, ma è una sciocchezza. Vi saluto, signor Cristofano, e grazie» rispose Cloridia con sottile ilarità.
Avevo urlato. E ora giacevo, sfinito di piacere e vergogna, riverso sul letto di Cloridia.
[...]
Non vi fu bisogno d'altre spiegazioni. In quelle parole Ciacconio aveva scolpito la propria fugace avventura terrena: siamo come lacrime nella pioggia, che appena stillate già si perdono nel prepotente flusso delle cose mortali.
[...]
Quella musica aveva come nessun'altra il potere inspiegabile d'incantare, di confondere, di avvincere la mente e il cuore. Dopo l'ascolto, la memoria non se ne liberava più. Non era una sorpresa che il garzone ne fosse tanto turbato, e che poi, anni dopo, continuasse a rimuginarne il motivo. Il mistero del secretum vitae era annidato in un altro mistero.
Non era abbastanza per dire che anche tutto il resto era vero. Ma era troppo per resistere alla tentazione di andare fino in fondo.
 Il mattino successivo acquistai una costosa registrazione integrale delle numerose Pièces de Clavecin di Couperin. Dopo averla ascoltata per giorni e giorni con somma attenzione, la conclusione mi sembrò evidente. Nessuna musica di Couperin assomigliava alle Baricades mistérieuses. Consultai dizionari, lessi monografie. I pochi critici che se n'erano occupati erano d'accordo: Couperin non aveva composto null'altro di simile. Le danze delle suites di Couperin hanno quasi sempre un titolo descrittivo: Les Sentiments, La Lugubre, l'Ame en peine, La Voluptueuse e così via. Vi sono poi titoli come La Raphaèle, L’Angélique, La Milordine o La Castelane: alludevano a qualche ben nota dama della Corte, che i contemporanei si divertivano a indovinare. Solo per le Baricades mistérieuses non esiste una spiegazione. Un musicologo definiva il pezzo «veramente mistérieux».
Era come se fosse opera di qualcun altro. Ma di chi, allora? Irte di audaci dissonanze, di struggenti e distillate armonie, le Baricades sono troppo lontane dallo stile sobrio di Couperin. In un ingegnoso gioco di echi, anticipi e ritardi, le quattro voci della polifonia si fondono nella delicata orologeria di un arpeggio. È lo stile brisé, che i clavicembalisti avevano copiato dai liutisti. E il liuto è il parente più prossimo della chitarra...
Cominciai ad ammettere l'ipotesi che forse Les Baricades mistérieuses erano state scritte davvero da Corbetta, come riferiva il garzone. Ma perché allora era stato Couperin a pubblicarle sotto il proprio nome? E come erano finite nelle sue mani?
[...]
Il Beato Innocenzo fu complice degli eretici protestanti a danno dei cattolici; lasciò che l'Inghilterra venisse invasa da Guglielmo d'Orange, e solo per farsi restituire un debito in denaro.
Papa Odescalchi fu poi finanziatore del traffico negriero, non rinunciò a possedere schiavi personalmente e trattò con crudeltà sanguinaria i vecchi e i moribondi.
Fu un uomo gretto e avaro, incapace di elevarsi al di sopra delle preoccupazioni materiali, ossessionato dal pensiero del lucro e del denaro.
La figura e l'opera di Innocenzo XI furono quindi celebrate ed elevate ingiustamente, con argomentazioni false, fuorvianti o parziali. Vennero occultate le prove: l'inventario del testamento di Carlo Odescalchi, le lettere e ricevute commerciali dell'archivio Odescalchi dal 1650 al 1680, la corrispondenza del segretario di Stato Casoni, i chirografi sugli schiavi citati da Bertolotti, più altre carte di cui segnalo la scomparsa, per lo più inspiegabile, nei documenti finali.
Alla fine trionfò dunque la menzogna, e il finanziatore degli eretici fu detto Salvatore della Cristianità. Il commerciante avido divenne un saggio amministratore, e il politico testardo uno statista coerente; la vendetta si travestì da orgoglio, l'avido venne chiamato frugale, l'ignorante si trasformò in uomo semplice, il male prese i panni del bene e quest'ultimo, abbandonato da tutti, si fece terra, polvere, fumo, ombra, nulla.
Ora forse capisco la dedica scelta dai miei due amici: «Ai vinti». Vinto fu Fouquet: a Colbert toccò la gloria, a lui l'infamia. Vinto fu Pompeo Dulcibeni, che non riuscì a ottenere giustizia: le sue sanguisughe fallirono. Vinto fu Atto Melani: venne costretto dal Re Sole a uccidere il suo amico Fouquet. E nonostante mille peripezie, non riuscì a carpire a Dulcibeni il suo segreto. Vinto fu poi il garzone, che di fronte alla visione del Male perse la fede e l'innocenza: da aspirante gazzettante finì per rifugiarsi nel semplice e duro lavoro dei campi. Vinta fu anche la sua memoria che, pur compilata con tanta cura e fatica, giacque dimenticata per secoli.

1 commenti:

Giuseppe Longo 15 febbraio 2013 10:15  

E' un grande libro. L'ho letto tutto d'un fiato e mi piaciuto tantissimo. Vorrei poter leggere anche gli altri della collana: Secretum, Veritas, Misterium, Unicum. Peccato che li hanno stamnpati all'estero e si trovano tradotti in tutte le lingue del mondo tranne che in italiano. Io non ho problemi a leggere in inglese, francese e spagnolo ma l'idea di dover leggere la traduzione di un romanzo italiano perche' qualcuno ha deciso cosi' , non mi va proprio.

Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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