La metà di niente - Catherine Dunne

>> mercoledì 18 maggio 2011

Il titolo del libro La metà di niente è sicuramente uno dei più belli in cui mi sia imbattuto nella mia carriera di lettore. È diventato famoso per la citazione di Veronica Lario nella lettera a Repubblica in cui chiedeva pubbliche scuse al marito Silvio Berlusconi reo di indesiderati apprezzamenti su altre donne. Il tema affrontato è quello dell'abbandono della moglie da parte del marito e l'obiettivo della Dunne è raccontare il dramma interiore della protagonista alle prese con le difficoltà causate dalla separazione e il suo riscatto come donna e come madre. Il titolo, peraltro italiano perchè in originale In the Beginning è molto meno impattante, rimane la cosa più bella del libro. Il romanzo infatti non convince,  sembra artificioso, poco credibile e a tratti scritto in maniera sbrigativa. Dopo le prime pagine è diventato noioso e l'ho terminato per forza di volontà e rispetto verso l'autore (a dire il vero non ho mai lasciato un libro a metà, per i motivi citati).
Cosa non funziona: il marito non ha nessuna qualità, cinico e imbecille non si capisce cosa ci abbia trovato in lui la moglie e soprattutto l'amante che nel  momento della verità lo abbandona senza tanti complimenti; il marito se ne va senza che la moglie abbia il minimo sospetto che le cose non stiano andando per il verso giusto; i flashback che raccontano l'incontro tra moglie e marito e  i loro primi anni felici sono fine a se stessi perchè manca il collegamento con l'evoluzione dei loro rapporti che porta alla rottura; il finale semplicistico e consolatorio non rende giustizia a tante donne che vivono un dramma che le segna per sempre. Riporto il brano che descrive il momento culminante tra il marito e l'amante, quando lui comunica a lei, ormai dopo una settimana che hanno abbandonato le rispettive famiglie e sono in vacanza assieme, di aver lasciato la moglie. E lei costernata da questa improvvisa novità lascia lui.

Lei era passionale ed esigente, lui felicissimo e tenero. Era stato meglio del migliore incontro clandestino. Dopo, Caroline era sembrata perfettamente soddisfatta, a proprio agio con lui. Si rendeva conto di osservarla come un falco, terrorizzao all'idea di perderla.
Stava funzionando. Sapeva che stava funzionando. Ormai il riserbo di Caroline era quasi sparito: voleva farle sapere quanto aveva bisogno di lei. Voleva dirle che aveva lasciato Rose. Un appassionato rogo di vascelli, un rito di ingresso nella maturità. Non c'era nulla ad aspettarlo al suo ritorno. Non voleva che ci fosse nulla ad aspettarlo al suo ritorno. Voleva stare con lei. Decise di dirglierlo quella sera, la prima domenica piena in assoluto che trascorrevano insieme. Per lui, era una cosa definitiva. Sentiva che lo era anche per lei, ora che l'estraneità iniziale si era dispersa ridiventando novità. La guardò dall'altra sponda del tavolo, fondendo quella sera con le infinite altre in cui si era trovato di fronte a lei nello stesso modo. sentiva che non c'era alcuna separazione tra i loro io; i conflitti si dissolvevano quando era con lei; si sentiva tutt'uno con il resto del mondo. La guardò mentre si tirava i capelli dietro le orecchie, un vezzo che ripeteva incessantemente. Il piacere di osservarla compiere quel gesto gli provocava quasi un dolore fisico. Adorava quel punto in cui i capelli le sfioravano appena il lato della mascella, ricadendo serici in avanti quando chinava la testa. I suoi orecchini scintillavano. Erano gioielli che le aveva comprato lui, discreti e cari. Caroline era il tipo di donna che acquistava orecchini raffinati per sé; il suo regalo non avrebbe mai dato adito a commenti. Desiderava con tutto se stesso comprarle il genere di gioielli che, quando li avesse indossati, l'avrebbero proclamata sua pubblicamente, definitivamente.
Tese la mano sul tavolo che la luce delle candele avvolgeva in un' atmosfera intima. Lei aveva la mano fredda per aver toccato il bicchiere ghiacciato.
«Caroline, dobbiamo parlare. »
Lei alzò gli occhi di scatto, lisciandosi di nuovo i capelli dietro l'orecchio con la mano libera.
« Sì. »
Era un'affermazione la sua, non una domanda. Quindi, ovviamente, anche lei aveva pensato che fosse ora di prendere una decisione. Incoraggiato da quello che gli parve un consenso, Ben si lanciò a capofitto annegando nell'amore per lei.
«Ti amo, Caroline. Questa settimana me lo ha confermato, più che mai. »
Caroline si raddrizzò sulla sedia.
«Lo so che eravamo d'accordo di non fare passi definitivi prima che fossero trascorse queste due settimane, ma non ce la facevo ad aspettare. »
La voce di Ben era emozionatissima. Non aveva notato l'espressione di Caroline.
«Ho lasciato Rose. Non te l'ho detto prima perché non volevo che ti sentissi sotto pressione per quello che ho fatto. Ma è una cosa definitiva: gliel'ho detto. »
Finalmente il viso di Caroline parve fare effetto su Ben.
«Caroline, ascoltami. Io ti amo, e ho lasciato Rose. Ma anche se non fossimo arrivati a questo punto, il nostro non era più un matrimonio. L'avrei lasciata comunque. »
Caroline cominciò ad alzarsi. Le lesse in faccia quello che aveva capito nello stesso istante in cui lo aveva detto: era un bugiardo. Caroline si avviò a passi malfermi fuori dal ristorante. Il cameriere, arrivando per prendere le ordinazioni, rimase sbalordito. Ben balzò in piedi per andarle dietro. Il cameriere, con fare educato, gli sbarrò il passo. In preda al panico, Ben gli allungò un biglietto da mille pesetas per le bevande, e si fece largo a gomitate in mezzo a una chiassosa comitiva che stava entrando. Quando uscì, di Caroline non c'era più traccia.

2 commenti:

Anonimo 31 ottobre 2012 16:14  

ho appena letto questo libro e ne sono rimasta entusiasta, eppure non sono una lettrice di favole rosa... Ho un'idea completamente diversa dalla tua riguardo il libro e credo che lo scrivere "al femminile" (La Dunne parla da donna di una donna) lascia a te sicuramente qualche ombra riguardo i pensieri, le emozioni, e il riscatto che muove questa Rose in tutte le sue azioni e sui suoi rapporti con le altre donne e con il marito , si quel marito imbecille vestito da un uomo in carriera che come molti nella sua posizione non vede altro che il lavoro e gli affari...Vorrai scusarmi per quel che dico ora: io credo che un libro come la "Metà di Niente"non può essere compreso da molti uomini che spesso non concedono ai loro pensieri nel rapporto a due le analisi psicologiche così ben delineate dalla Dunne nel libro... in ogni caso ogni libro è uno strumento che muove corde diverse in ognuno di noi. buona prossima lettura.

Antonio De Bellis 2 novembre 2012 03:22  

Grazie per il commento che apprezzo e rispetto anche se non condivido. Penso che un libro vada giudicato nella sua interezza e non in una sua parte come fai tu che evidenzi quanto ti abbia coinvolto il vivere e il sentire della protagonista. Se la Dunne si fosse limitata a trascrivere i pensieri e le emozioni di una donna tradita ci poteva anche stare e avrebbe finito il lavoro in poche pagine. Il guaio e', invece, che ha scritto un romanzo con una trama e dei personaggi ed e' tutta questa architettura narrativa a non funzionare, a risultare artificiosa e superficiale per i motivi che ho descritto nel mio post. Io apprezzo molto le scrittrici femminili proprio per la possibilità che hanno di dare una prospettiva diversa dalla mia. Devono però saper scrivere un romanzo. Un libro scritto male non riesce a coinvolgermi e mi infastidisce per il tempo che mi ha rubato perchè non lo lascio a metà come fanno in tanti. Sono totalmente d'accordo, comunque, che ogni libro ha effetti diversi su ognuno di noi. Mi piacerebbe confrontarmi con te su un libro scritto da una donna che secondo me è scritto molto bene e riesce a rendere credibili trame e personaggi. Il libro è "L'isola sotto il mare" di Isabel Allende http://leggereconpiacere.blogspot.it/2011/03/lisola-sotto-il-mare-island-beneath-sea.html
Mi auguro tu possa inserirlo tra le tue prossime letture.

Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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