Ad occhi chiusi - Gianrico Carofiglio

>> martedì 10 aprile 2012

Legal thriller con cui Carofiglio affronta il tema degli abusi su minori e adulti. A tratti la storia è coinvolgente ma non tutto funziona alla perfezione. I personaggi sono a volte troppo scontati (il marito violento) e a volte poco probabili (la coprotagonista esperta di arti marziali). Buona la parte in aula ma i momenti migliori sono le digressioni che non centrano nulla con la storia. Come quella che trascrivo di seguito in cui l'autore descrive l'incontro del protagonista con un vecchio amico. E' l'occasione per una amara considerazione sulle amicizie dopo i quarant'anni e la precarietà della vita. L'altra divagazione interessante è la storia del ju-jitsu. Ah, ho imparato che il termine "kung fu" significa "lavoro duro."

Forse quindici anni che non ci vedevamo. Forse di più. Quando fummo vicini l'uno all'altro, dopo un attimo di esitazione mi abbracciò. Dopo un altro attimo di esitazione risposi all'abbraccio. Emilio Ranieri era stato mio compagno di scuola al liceo e poi, per due o tre anni, avevamo frequentato insieme l'università. Lui aveva smesso prima di laurearsi, per andare a fare il giornalista. Aveva cominciato con una radio in Toscana e poi lo avevano assunto all'Unità, dove era rimasto fino a quando il giornale non aveva chiuso.Ogni tanto me ne avevano parlato alcuni amici comuni; sempre di meno, col passare degli anni. Nel periodo mitico della mia vita, a cavallo fra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta, Emilio era stato uno dei miei pochissimi veri amici. Poi era scomparso; e in un certo senso, anch'io ero scomparso. «Guido. Sono contento. Cazzo se non sei uguale, a parte qualche capello in meno». Lui non era uguale. Aveva ancora tutti i capelli ma erano quasi completamente bianchi. Agli angoli degli occhi aveva rughe che sembravano scavate nel cuoio; violente e dolorose, mi parvero. E anche il sorriso aveva qualcosa di diverso; di spaurito e vinto.

Però anch'io ero contento. Anzi ero felice di averlo incontrato. Il mio amico Emilio. «Anch'io sono contento. Che cosa ci fai a Bari?». «Adesso ci lavoro». «Come sarebbe: ci lavori?». «Ero disoccupato da quando ha chiuso l'Unità. Poi ho saputo che qui a Bari cercavano gente per rinforzare la redazione dell'ANSA, mi sono proposto e mi hanno preso. Con i tempi che corrono si può dire che mi è andata bene». «Vuoi dire che adesso stai qua stabilmente?». «Se non mi cacciano. Cosa non impossibile, ma insomma cercherò di comportarmi bene». Mentre Emilio parlava provai uno stranissimo, doloroso misto di contentezza, rabbia e malinconia. Mi ero reso conto, a un tratto, di una verità che avevo tenuto accuratamente nascosta a me stesso: da tempo non avevo più un solo amico. Forse questo è normale, quando arrivi dalle parti dei quaranta. Tutti hanno i cazzi loro; famiglie,bambini, separazioni, carriere, amanti; e l'amicizia è un lusso che non si possono permettere. Forse l'amicizia vera è un lusso di quando hai vent'anni. O forse dico solo cazzate. Certo è che in quel momento mi resi conto, dolorosamente, del fatto che non avevo più amici. E però ero così contento che Emilio fosse lì con me; contento che quel processo fosse saltato;contento di aver deciso di prendermi un'ora di vacanza. «Andiamo a prendere un caffè, dai». Andiamo, fece lui, di nuovo con quel sorriso spaurito. Così incongruo su quella faccia da capo del servizio d'ordine della FOCI ai tempi delle botte con i fascisti da una parte e gli autonomi dall'altra. Ci sedemmo in un piccolo bar ai confini della città vecchia. Io presi un cappuccino ed un cornetto; Emilio solo il caffè. Dopo averlo bevuto si accese una delle emmesse che fumava sin dai tempi del liceo. Quella non era la sigaretta ultraslim, ultralight di Martina, cui era facilissimo rinunciare. Quella era un pezzo di storia, un prisma di emozioni, una specie di macchina del tempo.Quando dissi no grazie, con un banale gesto della mano, quasi a respingere il pacchetto che Emilio mi aveva offerto, notai una specie di disappunto sulla faccia del mio amico. Fumare insieme, lo sapevo bene, aveva sempre avuto un significato speciale. Come un rituale di amicizia. Scambiammo un po' di parole senza consistenza, di quelle che si dicono per ristabilire un contatto, quando è passato tanto tempo; di quelle che si dicono per ricreare le coordinate di un territorio che è diventato sconosciuto. E fu senza consistenza che gli chiesi di sua moglie – non l'avevo conosciuta, sapevo solo che Emilio si era sposato sei o sette anni prima, con una collega a Roma – facendo la solita, banale domanda che ci si scambia nei paraggi dei quaranta. «Tu sei separato o resisti?». Mentre la facevo, quella domanda, sentii calare un gelo metallico. Prima che Emilio rispondesse;prima ancora di finire quelle parole che ormai erano fuori e che non potevo ritirare. «Lucia è morta». La scena diventò in bianco e nero. Muta e assordante. E improvvisamente priva di senso.Mi venne in mente una frase di Fitzgerald, ma non me la ricordavo bene. Nella notte buia dell'anima sono sempre le tre del mattino.
Si mescolò ai frammenti di una conversazione inesistente tutta nella mia testa, che girava a vuoto. Quando è morta? Perché? Ah, si chiamava Lucia. Molto lieto. È un bel nome, Lucia. Mi dispiace. Quanti anni aveva? Era bella? Come stai, Emilio? Condoglianze. Bisogna andare avanti. Perché nessuno mi ha detto niente? E chi me lo doveva dire? Chi? Oh merda, merda, merda.

«Si è ammalata ed è morta in tre mesi». La voce di Emilio era tranquilla, quasi atona. Davanti alla mia faccia muta e dispersa raccontò la sua storia, e quella di Lucia. Ragazza di trentaquattro anni che un giorno di aprile andò dal medico a ritirare delle analisi, e seppe che il suo tempo era quasi scaduto. Anche se aveva tante cose da fare, ancora.Cose importanti, come un bambino, per esempio. «Sai, Guido, allora pensi un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l'amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale, ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non l'hai fatto e avresti dovuto. Cioè sempre. Non è solo il fatto che vuoi che non muoia. È il fatto che vorresti che il tempo non fosse stato sprecato, in quel modo». Parlava al presente. Perché il suo tempo si era spezzato. Mi raccontò tutto, con calma. Come se volesse esaurire l'argomento. Mi raccontò di come lei si era trasformata, in quelle poche settimane; di come la sua faccia era diventata piccola, e le sue braccia magre, e le sue mani senza forza. Io stavo zitto, e pensavo che in tutta la mia vita non avevo mai contemplato il dolore in una forma così tersa, nitida, pura. Disperata. Poi arrivò il momento di salutarci. Ci alzammo dal tavolino e facemmo qualche passo insieme. Emilio sembrava tranquillo. Io no. Tirò fuori il portafoglio, frugò un po' all'interno e poi ne tirò fuori uno scontrino. Di una lavanderia a gettone, di quelle che cominciavano ad apparire in città, con insegne gialle e un nome americano. Ci scrisse sopra il suo numero di telefono e me lo diede, mentre io gli passavo uno dei miei stupidi biglietti da visita. Mi disse di chiamarlo, e che comunque lui mi avrebbe chiamato. Sembrava tranquillo. I suoi occhi guardavano altrove.
[...]
La leggenda racconta che il Wing Tsun fu ideato da una monaca, per consentire anche a persone fisicamente deboli di prevalere su avversari molto grossi e forti. Del resto leggende del genere esistono in tutte le arti marziali. La più bella è quella sulle origini del ju-jitsu. Quella del medico giapponese e del salice piangente. La conosci?». «No. Raccontamela».«C'era un medico, nel Giappone antico, che aveva passato molti anni a studiare i metodi di combattimento. Voleva scoprire il segreto della vittoria ma era insoddisfatto, perché alla fine in ogni sistema a prevalere era la forza, o la qualità delle armi, o espedienti ignobili. Questo significava che per quanto uno si allenasse e studiasse le arti marziali, per quanto fosse forte o preparato, avrebbe sempre potuto trovare un altro più forte, o meglio armato, o più scaltro, che l'avrebbe sconfitto». Si interruppe, come se le fosse passato per la testa un pensiero molesto. «Ti interessa davvero o vuoi solo essere gentile?». Cosa si risponde a una domanda del genere? Fatta da una signorina – una suora – che ha appena finito di pestare un energumeno di un metro e novanta, come se stesse facendo un gioco di prestigio? Niente, si risponde. È chiaro.

Mi limitai a guardarla in faccia con una espressione leggermente buffa del tipo: potremmo-anche-fìnirla-con-queste-schermaglie. O anche: non-sono-il-tipo-che-dice-una-cosa-solo-per-essere-gentile. Incredibilmente funzionò. I suoi tratti si rilassarono un poco, e la sua faccia per la prima volta perse un po' della sua durezza. Trasformandosi. Carina, mi scappò di pensare, ma subito repressi il pensiero, vergognandomene. Anche se molto, molto strana, Claudia era una suora; ed io dalle suore avevo fatto tutte le scuole elementari. Certi schemi, certi modelli, certe associazioni sono molto difficili da abbandonare, se hai fatto le elementari dalle suore. Non si dice, e nemmeno si pensa che una suora è carina. Claudia riprese a raccontare senza fare altri commenti. Io smisi di pensare alle suore, in generale ed in particolare; e ai miei banali tabù.«Insomma, questo medico era avvilito, perché non faceva progressi nella sua ricerca. Un giorno d'inverno era seduto vicino ad una finestra, mentre fuori nevicava da ore. Guardava fuori, seguendo i suoi pensieri. Tutto il paesaggio era imbiancato, con tanta, tantissima neve. I prati, le rocce, le case erano coperti di neve. Ed anche gli alberi. I rami degli alberi erano carichi di neve, e a un certo punto il medico vide il ramo di un ciliegio che cedeva per il peso della neve, e si spezzava. Poi successe la stessa cosa con una grossa quercia. Era una nevicata mai vista». Certamente io ho un'indole infantile. Mi piace che mi raccontino delle storie, se chi le racconta è bravo. Claudia era brava ed io volevo sapere come andava a finire.«Nel parco, un po' più lontano dalla finestra, c'era uno stagno e intorno dei salici piangenti. La neve cadeva anche sui rami dei salici, ma non appena cominciava ad accumularsi, quei rami si piegavano e la neve cadeva a terra. I rami dei salici non si spezzavano. Vedendo quella scena il medico provò un improvviso senso di esultanza e si rese conto di essere giunto alla fine della sua ricerca. Il segreto del combattimento era nella non-resistenza. Chi è cedevole supera le prove; chi è duro, rigido, prima o poi viene sconfitto, e spezzato. Prima o poi troverà qualcuno più forte. Ju-jitsu significa: arte della cedevolezza. Il segreto era la cedevolezza. Nel Wing Tsun è più o meno la stessa cosa». Pensai che se il segreto era la cedevolezza, non sembrava che lei se ne fosse impossessata del tutto. Per dirla chiaramente: Claudia non dava l'impressione di una persona cedevole.Lei mi lesse nel pensiero. O più probabilmente si limitò a proseguire il discorso che aveva in mente.«Ovviamente bisogna intendersi su cosa significhi cedevolezza. Significa resistere fino ad un certo punto, e poi sapere esattamente in quale momento cedere, e sviare la forza dell'avversario, che alla fine si ritorce contro di lui. Il segreto dovrebbe essere nel saper trovare il punto di equilibrio fra resistenza e cedevolezza; cedevolezza e resistenza; debolezza e forza. Il principio della vittoria dovrebbe essere tutto qui. Fare esattamente il contrario di quello che l'avversario si aspetta, e che ate verrebbe naturale, o spontaneo. Qualunque cosa significhino queste due parole». Già, pensai. Vale anche per altro. Fare esattamente il contrario di quello che l'avversario si aspetta, e che a te stesso verrebbe naturale o spontaneo. Qualunque cosa significhino queste due parole.

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Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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