Le Notti Bianche - Fedor Dostoevskij

>> martedì 31 gennaio 2012

Un inno a tutti i timidi e sognatori. Uno dei più poetici romanzi che siano mai stati scritti. Letto da adolescente più di vent'anni fa mi aveva convinto che l'amore per una donna può essere così forte da accettare che per la sua felicità  lei ci lasci per un altro (aiutandola addirittura a riconquistarlo). Ora penso invece che amore e possesso siano inscindibili. E ciò che sostiene la protagonista femminile, che dice di amare con la stessa intensità i due uomini, siano fandonie. Nonostante la vicenda e la situazione siano anacronistici, rimane il valore del romanzo che riesce a trasportarci in un mondo in cui tutto è soffuso, delicato, rispettoso dei sentimenti degli altri. Un mondo da sogno che non esiste.

"Ma voi volete proprio sapere chi sono io?".
"Certo, sì, sì!".
"Nel senso stretto della parola?".
"Nel senso più stretto della parola!".
"Allora lasciatemi dire: sono un tipo".
"Un tipo? Che tipo?", esclamò la ragazza scoppiando in una tale risata che sembrava che non avesse riso per un anno intero. "E' molto divertente stare con voi! Guardate: qui c'è una panchina; sediamoci! Qui non viene nessuno e nessuno potrà sentirci.
Cominciate la vostra storia, anche se volete convincermi del contrario, voi avete una storia, solo che la nascondete. Prima di tutto, che cos'è un tipo?".
"Un tipo? Un tipo è un originale, è un uomo ridicolo!", risposi io, scoppiando in una risata, dopo quella infantile di lei. "E' un carattere particolare. Sentite, voi sapete che cosa sia un sognatore?".
"Un sognatore? Permettete, ma come si può non saperlo? Anch'io sono una sognatrice! A volte, quando sto seduta accanto alla nonna, quante cose mi passano per la testa! Quando si comincia a sognare, si possono immaginare tante cose, addirittura che sto per sposare un principe cinese... Ma d'altra parte, fa bene sognare!
[...]
"Esistono a Pietroburgo, Nasten'ka, alcuni strani angolini, anche se voi non li conoscete. In quei posti sembra che non arrivi quel sole che brilla per tutti gli abitanti di Pietroburgo, ma un altro sole, quasi ordinato appositamente per quegli angolini, e risplende di una luce diversa, particolare. In quegli angolini, cara Nasten'ka, sembra svolgersi una vita diversa, che non somiglia affatto a quella che ribolle intorno a noi, una vita come potrebbe svolgersi nel trentesimo regno di fiaba e non da noi, nella nostra epoca così seria e così dura. Ecco questa vita è un miscuglio di elementi puramente fantastici, ardentemente ideali e, ahimè, Nasten'ka, di elementi banalmente prosaici e abitudinari, per non dire inverosimilmente volgari".
"Oh, Signore Iddio! Che introduzione! Che cosa sentirò ancora?".
"Sentirete, Nasten'ka (credo che non smetterò mai di chiamarvi Nasten'ka), sentirete che in questi angolini vivono degli uomini strani, dei sognatori. Il sognatore, se serve una definizione precisa, non è un uomo ma, sapete, una specie di essere neutro. Si stabilisce prevalentemente in un angolino inaccessibile, come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno, e ogni volta che si addentra nel suo angolino, vi aderisce come la chiocciola al guscio, e diventa simile a quell'animale divertente chiamato tartaruga, che è nello stesso tempo un animale e una casa. Perché pensate che egli ami tanto le sue quattro pareti, dipinte immancabilmente di verde, affumicate, tetre, annerite all'inverosimile? Perché questo signore ridicolo, quando va a trovarlo uno dei suoi rari conoscenti (e va a finire che tutti i suoi conoscenti si trasferiscono da qualche altra parte), gli va incontro così confuso, così alterato in volto e in preda a un tale turbamento, come se avesse appena commesso un crimine tra le sue quattro pareti, come se avesse fabbricato banconote false, o avesse mandato dei versi a qualche rivista insieme ad una lettera anonima, nella quale dichiara che veramente il poeta è ormai defunto, ma che un amico ritiene sacro dovere di far pubblicare l'opera poetica dello stesso? Perché, ditemi, Nasten'ka, la conversazione tra i due non lega? Perché dalla lingua dell'improvviso ospite e dell'amico titubante non esce fuori una risata o una parolina ardita? Eppure gli piace molto ridere, gli piacciono molto le paroline audaci, i discorsi sull'altro sesso e su altri argomenti divertenti. Perché infine questo amico, probabilmente conosciuto da poco, alla prima visita (perché in questo caso non ve ne sarà un seconda, né vi sarà un altro conoscente a fargli visita) si turba tanto, si irrigidisce, nonostante il suo animo scherzoso (se lo possiede), guardando il viso allarmato del padrone di casa, il quale a sua volta ha già fatto in tempo a smarrirsi ed a perdere completamente la bussola, dopo sforzi eroici, ma vani, per ravvivare e dare brio alla conversazione, per dimostrare da parte sua una certa familiarità con le conoscenze della buona società, per parlare del bel sesso e magari, per condiscendenza, per rendersi simpatico a quel poveretto fuori posto, capitato da lui in visita per errore?

Perché infine l'ospite afferra improvvisamente il cappello e se ne va in gran fretta, ricordandosi ad un tratto di un affare estremamente urgente, che non è mai esistito, e in qualche modo libera la sua mano dalle strette ardenti del padrone di casa, che in tutte le maniere cerca di mostrare un pentimento e di rimediare a ciò che sta perdendo? Perché l'amico, appena fuori dalla porta, scoppia in una risata e subito giura a se stesso di non andare più da quell'originale, nonostante che quell'originale sia in fondo un ragazzo delizioso, e nello stesso tempo in nessun modo può vietare alla sua immaginazione un piccolo piacere: quello di paragonare, anche da lontano, i lineamenti del recente interlocutore al momento del loro incontro con il muso di un gattino infelice, maltrattato dai bambini, spaventato, infastidito in tutti i modi, perfidamente imprigionato, del tutto smarrito, che finalmente è riuscito a nascondersi sotto una sedia, al buio, e lì, per un'ora intera, non fa che rizzare il pelo, sbuffare e lavare il suo musetto offeso con le due zampe, e a lungo considererà ancora in modo ostile la natura, la vita e il boccone dal pranzo del padrone, conservato per lui da qualche compassionevole domestica?".

"Sentite", m'interruppe Nasten'ka, che per tutto il tempo mi aveva ascoltato con stupore, con gli occhi e la piccola bocca aperti, "sentite, non so come tutto ciò sia potuto accadere e perché rivolgiate proprio a me domande così ridicole; ma so con sicurezza che tutte queste avventure sono successe proprio a voi, precisamente".

"Senza dubbio", risposi con un'espressione serissima in viso.

"Se è così, allora continuate", rispose Nasten'ka, "perché ho tanta voglia di sapere come va a finire".

"Volete sapere, Nasten'ka, che cosa faceva il nostro eroe nel suo angolino, o, per meglio dire, io, perché l'eroe di questo racconto sono io, proprio io, con la mia modesta persona; voi volete sapere perché mi ero sgomentato e smarrito per tutto il giorno, dopo un'improvvisa visita del mio amico? Volete sapere perché fossi così trasalito, così arrossito dopo aver aperto la porta della mia stanza, perché non avessi saputo accogliere un ospite e come fossi stato vergognosamente annientato dall'onere dell'ospitalità?".

"Certo, sì, sì!", rispose Nasten'ka, "proprio così. Sentite, però, voi sapete raccontare meravigliosamente, ma non è possibile raccontare in modo meno meraviglioso? Sembra che parliate come un libro stampato".
"Nasten'ka!", dissi con voce solenne e severa, a fatica trattenendo il riso, "cara Nasten'ka, so di parlare in tono sublime, ma dovete scusarmi, non so raccontare in modo diverso.
Adesso, cara Nasten'ka, assomiglio allo spirito del re Salomone rinchiuso per mille anni dentro una giara con sette sigilli e dalla quale infine hanno strappato tutti e sette i sigilli.
Adesso, diletta Nasten'ka, noi ci incontriamo di nuovo dopo una così lunga separazione, perché è da molto che io vi ho conosciuta, perché è da tanto tempo che cercavo qualcuno, e questo incontro è un segno che cercavo proprio voi e che ci era destinato di incontrarci ora. Adesso nella mia testa si sono aperti mille torrenti e io devo rovesciare fuori fiumi di parole, altrimenti soffoco. E così vi prego di non interrompermi, Nasten'ka, e di ascoltarmi, rassegnata e docile, altrimenti dovrò soffocare".
"No, no, per niente! Parlate! Adesso non dirò più una parola".
"Continuo: nella mia giornata, Nasten'ka, esiste un'ora che io amo in modo particolare. E' l'ora in cui finiscono quasi tutti gli affari, gli impegni e i doveri, e tutti quanti si affrettano a casa per pranzare e per riposare, e qui, per strada, pensano ad altri argomenti allegri, come potrebbero passare la serata, la notte, e tutto il tempo libero che ancora loro rimane... A quell'ora anche il nostro eroe, permettetemi, Nasten'ka, di raccontare in terza persona, perché mi vergogno terribilmente a raccontarlo in prima persona, e così a quell'ora il nostro eroe, che non è rimasto inattivo, cammina dietro agli altri. Ma una strana sensazione di contentezza si nota sul suo volto, così pallido da sembrare leggermente avvizzito. Egli guarda immedesimato nel crepuscolo che si spegne lentamente sul freddo cielo di Pietroburgo. Quando io dico guarda, non dico la verità; egli non guarda, contempla senza rendersene conto, come se fosse stanco o occupato al tempo stesso con altri pensieri più interessanti, tanto da poter solo di sfuggita, quasi involontariamente, dedicare un po' di tempo a ciò che gli sta intorno. Egli è contento, perché fino a domani ha lasciato i tediosi "affari", e si sente come uno scolaro al quale è stato concesso di correre via dal banco verso i suoi giochi preferiti e le birichinate. Guardatelo in disparte, Nasten'ka: vi accorgerete subito che la sensazione di gioia ha già influito felicemente sui suoi nervi deboli e morbosamente sulla sua immaginazione eccitata.
Ecco che egli pensa a qualcosa... Credete che pensi al pranzo?
Alla serata di oggi? Che cosa guarda in questo modo? Guarda forse quel signore dall'aspetto rispettabile che in modo così pittoresco ha salutato con un inchino la signora passatagli accanto in una magnifica carrozza trainata da cavalli briosi? No, Nasten'ka, che cosa gli importa di queste inezie? Egli è già ricco, adesso, "della sua particolare" vita, come se si fosse arricchito improvvisamente, e gli ultimi raggi del sole al tramonto non risplendono invano così allegramente per lui e richiamano in quel cuore intiepidito un intero sciame di sensazioni. Ora egli si accorge appena di quella strada che prima colpiva la sua immaginazione con ogni suo più piccolo particolare. Ora la "dea fantasia" (se aveste letto Zukovskij, cara Nasten'ka) ha già tessuto con la sua mano capricciosa la propria trama d'oro e ha disfatto davanti a lui i ricami di una vita insolita e meravigliosa e, chissà, forse lo ha trasportato con quella mano capricciosa al settimo cielo di cristallo, sollevandolo dal massiccio marciapiede di granito, sul quale egli stava camminando.
Provate a fermarlo ora, a chiedergli improvvisamente dove si trovi, quali vie ho percorso. Egli certamente non si ricorderà di nulla, né dove sia andato, né dove si trovi ora e, arrossendo per il dispetto, certamente dirà una bugia qualunque, tanto per salvare la faccia. Ecco perché è trasalito così, e per poco non si è messo a gridare, guardandosi intorno con spavento, quando un'anziana signora molto rispettabile lo ha fermato in mezzo al marciapiede per chiedergli informazioni sulla strada smarrita.
Accigliato per la stizza, egli riprende il cammino, accorgendosi appena che più di un passante ha sorriso e si è voltato a guardarlo e che qualche bambina, dopo avergli ceduto timorosamente il passo, è scoppiata in una fragorosa risata vedendo il suo largo sorriso contemplativo e i movimenti delle sue mani. E intanto la stessa fantasia ha sollevato in un volo giocoso la signora anziana, i passanti curiosi, la ragazza ridente e i contadini che passano la serata nelle loro chiatte ancorate sulla Fontanka (immaginiamo che il nostro eroe a quell'ora sia passato di lì), ha intessuto giocosamente tutto e tutti nel suo canovaccio, come mosche in una ragnatela; arricchito da ciò che ha acquistato, quell'originale è già tornato nella sua tana consolante, si è seduto per pranzare, anzi ha già pranzato ed è ritornato in sé solo quando Matrëna, che lo serve, meditabonda e eternamente triste, ha portato via ogni cosa dalla tavola e gli ha portato la pipa, allora è tornato in sé e ha ricordato con stupore di aver già pranzato, non rendendosi conto del tutto di come lo abbia fatto. La stanza è invasa dal buio; nella sua anima regnano il vuoto e la tristezza; tutto il regno dei sogni intorno a lui è crollato senza lasciare traccia, senza rumori, senza chiasso, è svanito come una visione, ed egli stesso non ricorda che cosa ha sognato. Ma una sensazione oscura a poco a poco strugge e agita sempre più il suo petto, un desiderio nuovo, tentatore, pizzica e irrita la sua fantasia e impercettibilmente attira uno sciame di nuovi fantasmi. Nella piccola stanza regna il silenzio: la solitudine e la pigrizia accarezzano la sua immaginazione; essa si infiamma piano, e piano si mette a bollire, come l'acqua nella caffettiera della vecchia Matrëna che nella cucina accanto prepara placidamente il suo caffè. Ecco che l'immaginazione di lui già prorompe in nuovi bagliori, ecco che il libro, aperto senza scopo e a caso, cade dalle mani del mio sognatore che non è giunto nemmeno alla terza pagina. La sua immaginazione è di nuovo riacutizzata, risvegliata, e improvvisamente un nuovo mondo, una nuova e affascinante vita ardono davanti a lui in tutta la loro scintillante prospettiva. Un nuovo sogno, una felicità nuova, una nuova dose di raffinato e voluttuoso veleno! Oh, che importanza ha per lui la nostra vita reale! Secondo il suo sguardo corrotto, noi due, Nasten'ka, viviamo con tale lentezza, pigrizia, fiacchezza, siamo così insoddisfatti del nostro destino, siamo così annoiati dalla nostra vita! E, infatti, guardate come in realtà i nostri rapporti al primo sguardo possono apparire freddi, tristi, quasi ostili... 'Poveri!', pensa il mio sognatore. E non è strano che pensi così! Guardate questi magici fantasmi che si dispongono in modo tanto ammaliante e capriccioso in un ampio quadro così accattivante, animato, dove in primo piano si trova sempre lui, il nostro sognatore, con la sua preziosa persona. Guardate quante avventure diverse, che infinito sciame di sogni esaltanti. Forse chiederete che cosa egli sogni. Che senso ha chiederlo? Egli sogna tutto...: sogna della missione del poeta, all'inizio non riconosciuto, poi rinomato, sogna l'amicizia con Hoffmann, la notte di San Bartolomeo, Diana Vernon, il ruolo eroico di Ivan Vasil'evitch alla presa di Kazan', Clara Movray, Evia Dens, il concilio di sacerdoti con Hus davanti a loro, la resurrezione dei morti di Robert (ricordate quella musica?, ha l'odore del cimitero), Minna e Brenda, la battaglia presso Berezina, la lettura di un poema nella casa della contessa V.D., Danton, Cleopatra e i suoi amanti, la casetta a Kolomna, il suo angolino e, vicino, una cara creatura che sta ad ascoltarlo in una sera d'inverno con gli occhi e la piccola bocca aperti, come mi ascoltate ora voi, mio piccolo angioletto... No, Nasten'ka, a che cosa servirebbe a lui, a quel voluttuoso pigrone, questa vita che noi due desideriamo tanto? Egli pensa che sia una vita povera, misera, non immaginando che anche per lui forse suonerà una volta quella triste ora, quando per un giorno di quella misera vita avrebbe dato tutti i suoi anni di fantasticherie, e non li avrebbe dati in cambio di gioia e di felicità, e non avrebbe voluto nemmeno scegliere in quell'ora di tristezza, di pentimento e di libero dolore. Intanto quell'ora, quell'ora non è ancora giunta; egli non desidera nulla, essendo superiore ad ogni desiderio e possedendo tutto, perché è sazio, perché lui stesso è artefice della sua vita creandola ad ogni momento, a suo capriccio. E con quanta leggerezza, con quanta naturalezza si crea questo mondo fantastico e fiabesco! Sembra addirittura che la sua visione sia palpabile! In quel momento egli si sente in diritto di credere che tutta quella vita non sia un effetto dell'eccitazione, un miraggio, un inganno dell'immaginazione, ma qualcosa di vero, di reale, di esistente. Ditemi, Nasten'ka, perché in momenti simili gli manca il respiro? Per quale magia, per quale volontà sconosciuta il polso gli si accelera, sgorgano le lacrime dagli occhi del sognatore, bruciano quelle guance pallide e umide, e tutta la sua esistenza si riempie di una gioia irresistibile?
Perché intere notti insonni passano come un lampo in una sconfinata felicità e allegria, e quando con i rosei raggi l'aurora brilla alla finestra e l'alba illumina la stanza con la sua luce fantastica e incerta, come da noi a Pietroburgo, il nostro sognatore affaticato e sfinito si butta sul letto e si addormenta nelle ansie della sua estasi, che avverte nel suo spirito morbosamente sconvolto, e con tale dolore languido-dolce nel cuore? Sì, Nasten'ka, ti inganni, e credi involontariamente dall'esterno che una vera passione agiti la sua anima, credi che vi sia qualcosa di vivo e di tangibile in quei sogni immateriali.
E quale inganno! Ecco, ad esempio, l'amore ha invaso il suo petto, con tutta la sua inesauribile gioia, con tutti i suoi languidi tormenti... Guardatelo, solo, e vi convincerete! Credete forse, guardandolo, cara Nasten'ka, che egli non abbia mai conosciuto colei che ha tanto amato nel suo frenetico sognare? Non l'ha forse veduta solo tra i seducenti fantasmi e l'ha solo sognata, questa passione? Non hanno forse passato, mano nella mano, molti anni della loro vita, da soli, in due, respingendo tutto il mondo e unendo ognuno il proprio mondo, la propria vita con la vita dell'altro? Non è stata forse lei, a quell'ora tarda, al momento della separazione, ad abbandonarsi, singhiozzante e in preda all'angoscia, sul petto di lui, sorda alla tempesta che si scatenava sotto il cielo oscurato, sorda al vento che strappava e portava via lacrime dalle ciglia nere? Tutto ciò era stato forse un sogno, e anche quel giardino, triste, abbandonato e selvaggio, con sentieri ricoperti di muschio, solitario, cupo, dove avevano passeggiato così spesso in due, dove avevano sperato, si erano angosciati, dove si erano amati così a lungo e così teneramente? E quella strana casa degli avi, dove lei era vissuta tanto tempo triste e in solitudine con il vecchio e tetro marito, bilioso, che taceva sempre e che spaventava loro, che erano timidi come bambini e si nascondevano a vicenda il loro amore reciproco con timore e con malinconia? Come soffrivano, come erano spaventati, come innocente e puro era il loro amore e come (e va da sé, Nasten'ka) erano cattivi gli uomini! Oh, Dio mio, ma non l'aveva incontrato forse dopo qualche tempo, lontana dalle rive della sua patria, sotto un cielo straniero, meridionale, caldo, in una città eterna e meravigliosa, nello sfolgorio di un ballo, al suono della musica, in un palazzo (proprio in un palazzo) immerso in un mare di luci, su quel balcone, ricoperto dal mirto e dalle rose? E lei, dopo averlo riconosciuto, si tolse in fretta la sua maschera e sussurrò: "Sono libera", e, tremando, si gettò tra le sue braccia, dopo un grido di esultanza, si abbracciarono e in un attimo dimenticarono la sofferenza, la separazione, tutti i tormenti, la casa triste, il vecchio, il giardino cupo nella patria lontana, la banchina sulla quale, dopo l'ultimo bacio appassionato, lei si strappò con disperata sofferenza dal suo abbraccio pietrificato...
[...]
Come la gioia e la felicità rendono l'uomo sublime! Come sussulta il cuore per l'amore! Sembra che lo si voglia riversare tutto in un altro cuore, si desidera che ogni cosa sia allegra, che ogni cosa rida. E come è contagiosa questa gioia! Ieri nelle sue parole c'era una tale tenerezza, e nel suo cuore una tale bontà... Come si preoccupava per me, come mi adulava, come incoraggiava e inteneriva il mio cuore! Oh, come era civettuola nella sua felicità! E io... Io prendevo tutto per moneta buona, credevo che lei...
[...]
"Sentite!", dissi in tono deciso. "Sentite, Nasten'ka! Ciò che vi dirò adesso sono tutte sciocchezze, castelli in aria, cose assurde! So che non potranno mai accadere, ma è lo stesso, non posso tacere. In nome delle vostre sofferenze, vi prego in anticipo di perdonarmi!...".
"Che cosa, che cosa?", domandò lei, smettendo di piangere e guardandomi con attenzione. Una strana curiosità brillava nei suoi occhi meravigliati. "Che cosa vi accade?".
"E' un castello in aria, ma io vi amo, Nasten'ka! Ecco, adesso ho detto tutto!", dichiarai, agitando le mani. "Ora considerate voi stessa, se potete parlare con me come avete parlato poco fa, se potete ascoltare ciò che vi dirò...".
"Che cosa, che cosa?", m'interruppe Nasten'ka. "Che cosa vuol dire questo? Sì, lo sapevo da tempo che voi mi amate, ma mi sembrava che voi mi amaste semplicemente così... Ah! Dio mio, Dio mio!".
"In principio fu così facile, Nasten'ka, ma ora, ora... Io sono nella stessa situazione vostra, quando siete andata da lui, col fagottino in mano. Ma io sto peggio di voi, Nasten'ka, perché lui allora non amava nessuno, voi invece sì".
"Perché me lo dite! Io non vi capisco per niente. Sentite, ma perché tutto questo, cioè per quale ragione voi così, ad un tratto, avete deciso di?... Dio! Io dico delle sciocchezze? Ma voi...".
Nasten'ka si turbò del tutto. Le gote le avvamparono ed abbassò gli occhi.
"Che devo fare, Nasten'ka, che fare? Sono colpevole, ho abusato della vostra fiducia... No, no, io non sono colpevole, Nasten'ka; lo sento, perché il mio cuore mi dà ragione, perché io non vi posso offendere, non vi posso umiliare in nessun modo. Ero il vostro amico, e anche ora lo sono. Non sono cambiato. Mi scorrono le lacrime, Nasten'ka. Lasciate che scorrano, lasciate che pianga, esse non disturbano nessuno. Si asciugheranno, Nasten'ka...".
"Ma sedetevi, sedetevi", disse lei, facendomi accomodare sulla panchina. "Oh! Dio mio!".
"No, Nasten'ka, non voglio sedermi; non posso più rimanere qui, voi non dovete più vedermi; vi dirò tutto, ma poi me ne andrò.
Voglio soltanto dirvi che non avreste mai saputo del mio amore, avrei mantenuto il mio segreto. Non starei ora, in questo momento, a tormentarvi con il mio egoismo. No! Ma non sono riuscito a trattenermi; voi stessa avete toccato l'argomento prima di me.
Siete colpevole voi, siete colpevole voi e non io. Non mi potete scacciare...".
"No, no, io non vi scaccio", disse Nasten'ka, nascondendo come poteva la propria agitazione; poveretta!
"Voi non mi scacciate? No! Io stesso avrei voluto fuggire lontano da voi. Me ne andrò, ma vi dirò tutto dall'inizio, perché quando voi avete parlato, io non sono riuscito a rimanere seduto. Quando avete pianto, quando avete sofferto, a causa (lo chiamerò con il proprio nome, Nasten'ka), a causa del suo rifiuto, del vostro amore respinto, ho avvertito, ho sentito nel mio cuore un tale amore per voi, Nasten'ka, un tale amore... E mi sentivo così amareggiato perché non ero in grado di aiutarvi con questo amore... da farmi spezzare il cuore, e io, io non ho potuto tacere, ho dovuto parlare, Nasten'ka, ho dovuto parlare!...".
"Sì, sì, parlatemi, parlatemi così!", disse Nasten'ka con un gesto vago. "Magari vi sembrerà strano che io vi parli così, ma...
raccontate tutto! Io vi dirò poi, vi racconterò tutto poi!".
"Voi avete compassione di me, Nasten'ka; semplicemente compassione, mia piccola amica. Quel che è stato. è stato! Ciò che è detto non torna indietro! Non è così? Ora sapete tutto. Questo è un momento decisivo. Bene! Adesso tutto questo è stupendo, ma ascoltatemi. Quando voi stavate seduta lì e piangevate, pensavo (lasciate che vi dica ciò che ho pensato!), pensavo che... (ma questo non potrà accadere mai, Nasten'ka), ho pensato che voi.. .
ho pensato in modo del tutto astratto che voi non l'amaste più. In quel caso, lo pensavo ieri e l'altro ieri, Nasten'ka, avrei detto certamente di tutto perché voi mi poteste amare: l'avete fatto, voi stessa avete detto che eravate quasi sul punto di innamorarvi di me. Che cosa, ancora? Vi ho detto quasi tutto ciò che volevo dire; rimane solo da dire che cosa sarebbe successo se vi foste innamorata di me, solo questo, nient'altro! Ascoltate allora, amica mia, visto che siete la mia amica: io sono un uomo semplice, povero, insignificante, ma questo non c'entra (mi sembra di non dire le cose giuste, ma sono troppo turbato, Nasten'ka); io vi amerei in modo tale che anche se voi lo amaste ancora e continuaste ad amare colui che io non conosco, il mio amore non vi peserebbe affatto. Voi percepireste solo, voi sentireste in ogni attimo che accanto a voi batte un cuore grato, molto grato, ardente, che per voi... Oh, Nasten'ka, Nasten'ka, che cosa avete fatto di me!...".
"Smettete di piangere, non voglio vedervi piangere", disse Nasten'ka, alzandosi rapidamente dalla panchina. "Venite, alzatevi, venite da me, non piangete, non piangete", diceva, asciugando le mie lacrime con il suo fazzoletto, "venite, ora; forse vi dirò una cosa... Anche se lui mi ha abbandonata, anche se mi ha dimenticata, sebbene io lo ami ancora (non voglio ingannarvi)... Ma ascoltate, rispondetemi. Se io, per esempio, vi amassi, cioè se solo... Oh, amico mio, amico mio! Se ci penso, se penso all'umiliazione di allora, quando ridevo del vostro amore e vi elogiavo perché non vi eravate innamorato di me! Dio mio! Come non prevederlo, sì, proprio prevederlo, come sono stata stupida!
Ma... insomma, mi sono decisa: vi dirò tutto...".
"Ascoltate, Nasten'ka, sapete che cosa? Andrò via da voi, ecco cosa farò! Io vi tormento soltanto. Voi sentite ora i rimorsi di coscienza per i vostri scherzi, ma io non voglio, sì, non voglio che oltre al vostro dolore... Sono io il colpevole, Nasten'ka, addio!".
"Fermatevi, ascoltatemi: potete aspettare?".
"Aspettare che cosa?".
"Io lo amo, ma questo passerà, deve passare, questo non può non passare; sento che sta già passando... Chissà, magari tutto finirà oggi stesso, perché io lo odio, perché lui mi ha presa in giro, proprio quando voi qui piangevate con me, perché voi non mi avreste abbandonata come lui, perché voi mi amate e lui no, perché io in fondo vi amo, sì, vi amo! Vi amo come mi amate voi! Io, io stessa ve l'ho detto prima, e voi l'avete sentito. Vi amo perché siete migliore di lui, avete un cuore più nobile, perché, perché lui...".
[...]
"Perdonatemi, perdonatemi!", mi scriveva Nasten'ka. "Ve ne prego in ginocchio, perdonatemi! Ho ingannato voi e me insieme. E' stata una visione, un sogno... Il pensiero di voi mi ha fatto soffrire tanto. Vi chiedo perdono, perdono!... Non mi accusate, perché io non sono cambiata nei vostri riguardi. Vi dissi che vi avrei amato, e anche adesso vi amo, anzi sento per voi qualcosa di più dell'amore. Dio mio! Se potessi amarvi tutti e due insieme! Oh, se voi foste lui!".
"Se lui fosse voi!", queste parole mi balenarono per la mente.
Nasten'ka, non scordo queste tue parole!
"Dio vede ciò che io vorrei fare adesso per voi! Siete triste e angosciato, lo so. Io vi ho umiliato, ma voi sapete che chi ama non ricorda a lungo le offese. E voi mi amate!
"Vi ringrazio! Sì, vi ringrazio per questo amore, perché nella mia memoria si è impresso come un dolce sogno, che ricordo a lungo dopo il risveglio. Ricorderò per sempre il momento in cui, come un fratello, mi avete aperto il vostro cuore e avete accettato in dono il mio, mortificato, per proteggerlo, accarezzarlo, guarirlo... Se mi perdonerete, il vostro ricordo sarà reso sublime in me dall'eterno sentimento di gratitudine verso di voi, che non potrà mai essere cancellato dalla mia anima... Io custodirò questa memoria, le sarò fedele, non la tradirò, non tradirò il mio cuore: esso è troppo costante. Ieri è tornato così in fretta a colui al quale già apparteneva.
"Ci rivedremo, voi verrete da noi, non ci abbandonerete, sarete per sempre il mio amico, il mio fratello... Quando ci vedremo, mi tenderete la mano... vero? Me la darete? Mi perdonerete, è vero?
Mi amerete 'come prima'?
"Oh, amatemi, non mi abbandonate, perché io vi amo così in questo momento, e perché sono degna del vostro amore, lo meriterò...
amico mio caro! La settimana prossima lo sposerò. Egli è tornato innamorato, non mi aveva mai dimenticata... Non vi arrabbiate, se vi ho scritto di lui. Voglio venire da voi con lui. E' vero che gli vorrete bene?
"Perdonate, ricordate e amate la vostra Nasten'ka".

2 commenti:

Alessia Sandoli 21 marzo 2013 18:04  

Ciao, ho scoperto il tuo blog adesso. Mi piace la tua classifica e sono quasi d'accordo con te. Ho appena letto questo magnifico romanzo, un gioiellino. Passa se ti va www.tramestiointeriore.blogspot.it
Saluti
Alessia

Antonio De Bellis 22 marzo 2013 21:59  

Grazie, molto gentile. Ci faccio un salto

Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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