L'Ultimo ballo di Charlot - Fabio Stassi

>> sabato 20 aprile 2013

La serata che il gruppo lettori ha dedicato a L'ultimo ballo di Charlot è stata monopolizzata dalla discussione sui 5 Libri più belli letti nella propria vita. Ognuno di noi, spinto dalla curiosità ha chiesto informazioni su libri non conosciuti inseriti nella lista e ne è nato una vivace dibattito che ha portato a condividere ricordi, emozioni, conoscenze e da cui tutti siamo usciti più arricchiti.
Il libro di Stassi è quindi passato in secondo piano perchè ritenuto un po' leggero e non rispondente come biografia alla vita reale di Charlie Chaplin.
A me il libro è piaciuto per l'idea originale di far vivere la biografia del grande comico come se fosse una auto-biografia, con il racconto in prima persona, e per alcune storie-nella-storia che riporto di seguito (l'allenamento del pugile, l'annuncio di lavoro e il primo film, l'acrobata Estzer, la nascita del personaggio di Charlot,...), appassionanti e a tratti commuoventi.


Per diventare l'attore che volevo essere, dovevo imparare a stare nella testa della gente, a cavarmela da solo, a guardare. A far nascere ogni movimento dall'osservazione della vita. Non ci sono scorciatoie. Se volevo essere credibile, dovevo restituire nella finzione ciò che in qualche modo era stato vero per me. I trucchi che conoscevo non servivano da questo lato dell'oceano.
Fu quel giorno che diventai Charlot, the Tramp, il vagabondo con la bombetta e il bastone di bambù, e non nel magazzino di uno studio cinematografico, tre o quattro anni dopo. La tournée che feci allora in giro per l'America, nei miei abiti trasandati, non fu una capriola da un teatro all'altro, come ho sempre lasciato credere, ma un lungo viaggio solitario tra gente che campava d'espedienti o che non campava affatto, nel cuore di un'umanità stralunata, eccentrica e miserabile. La vita che vivevano gli altri attori, lontano da tutto, concentrati soltanto sulla loro professione, non m'interessava. In pochi mesi appresi una grande quantità di altri mestieri, oltre a quelli che avevo già imparato a Londra, e conobbi
un numero imprecisato di situazioni e di temperamenti. Si può dire che feci scorta di idee per tutto il resto della mia carriera. La mia pelle acquisì più colori di una seppia o di un camaleonte. Fu l'apprendistato dei miei vent'anni e combaciò perfettamente con quello che avevo intrapreso durante l'infanzia.
Prima che il cinema si mettesse di traverso sulla mia strada, o io sulla sua, non l'ho ancora capito bene, pensai anche di allevare maiali e produrre salsicce. Sfruttando la mia statura, lavorai come fantino in un paio di ippodromi del Texas e del New Mexico, raccolsi tulipani nelle ore di luce e boxai in almeno una decina di palestre degli stati del Sud, un'attività dura ma redditizia: mi pagavano per prendere pugni per tutto l'incontro e andare al tappeto solo all'ultima ripresa.
Osservavo una dieta ferrea, viaggiavo in treno e mi lavavo molto, i denti soprattutto, per essere sempre fiero di ridere, anche se spesso cadevo preda di irragionevoli scoppi di collera e di malinconia. Quando capitava, ma solo l'ultima notte in cui dormivo in una città, giocavo a carte. La mia meta era la California. A Las Vegas provai persino a vendere aspirapolveri multiuso che si trasformavano in frullatori. Un mio brevetto. Mi presentavo sempre allo stesso modo, con il sorriso più largo e sfrontato che conoscevo: Buongiorno, dicevo, mi chiamo Charlie e ho un'idea che vi farà ricchi. Solo due immigrati tedeschi con un occhio strabico per uno e una piccola impresa di elettrodomestici mi proposero di produrre in serie il prototipo. Sono ancora convinto che se l'avessero fatto per davvero, il mio nome avrebbe sostituito per sempre quello di William Hoover, il re degli aspirapolveri.
Nelle pause, suonavo il violino. Avevo riparato la tavola armonica con una colla da ciabattino simile ai mastici che usava mio nonno e montato le corde a rovescio, perché sono mancino; in ogni città che visitavo rubavo qualche segreto ai musicisti locali e lo ripetevo sullo strumento. Non ci crederai, Christopher, non ci credo neppure io, ormai, ma allora feci anche l'imbalsamatore, l'allenatore di pugili e il tipografo. 
[...]
Mi trovo molto più a mio agio in una palestra che in una chiesa, signore, dissi, ed è per questo che sono entrato qua. Avevo la barba sfatta e la faccia stanca. Webster Duncan si strofinò una guancia con una mano stringendo la mascella. Da quant'è che non dormi? Non è facile dormire con lo stomaco vuoto: negli ultimi tre giorni non ho mangiato che una zuppa. Non mi stai prendendo in giro, vero? No, signore, sinora le ho detto solo la verità. Allora facciamo questo patto, noi due: io ti faccio portare un piatto di cavolo e manzo e ti lascio dormire nello spogliatoio, per stanotte. Tu domani ti lavi e togli il disturbo, d'accordo? D'accordo, dissi, sentendo un groppo di commozione stringermi la lingua.
Passò un mese prima che mettessi un dito fuori da quella palestra. Webster mi prese come tuttofare e quando mi vide all'opera con i guantoni e un paio di scarpe leggere decise che avevo un mucchio di cose da insegnare ai suoi ragazzi.
L'atleta più promettente che mi trovai tra i piedi fu un sedicenne con un pizzetto appena accennato sul mento e una cera pensierosa. Lo chiamavamo Balbetta Groogan, perché aveva un difetto di pronuncia e terminava a fatica una frase. Il suo fisico era del tutto inadatto per la boxe: le braccia corte, il torace stretto e le gambe più friabili di due grissini. Ma quando tirava di destro, gli potevi contare le vene gonfie sul collo magro. E un'occhiata gelida, dietro i pugni chiusi, che ti seccava le ossa, come se fosse stato assalito da una tristezza improvvisa e ora tutta questa tristezza volesse uscire dal suo corpo con una rabbia che non si poteva contenere.
Aveva un debole per i passerotti. Non so come facesse a catturarli: con delle molliche di pane, credo. Quando entrava in palestra ne portava sempre qualcuno nelle tasche, che accarezzava con i pollici. Li consegnava a Webster con riluttanza, prima degli allenamenti. Apriva le sue grandi mani, ch'erano due bestie calde, e dentro ci dormivano questi uccellini, con la noce del collo rotta, come delle marionette di legno. I suoi incontri li avrebbe potuti vincere solo con gli occhi, pensai la prima volta che mi venne incontro sul ring, con la guardia alzata. Un terrore irragionevole si propagò nelle mie braccia e a distanza di così tanto tempo non saprei ancora spiegarne il motivo. Balbetta Groogan ti faceva prendere coscienza di tutti i tuoi limiti e del luogo in cui ti trovavi in quel momento, del poco che nella vita avevi combinato sino allora e del niente che avresti combinato dopo. Questo ti squagliava irreparabilmente il coraggio. Era una dote che hanno soltanto pochi pugili. La molla che li fa ballare su un tappetino di gomma è diversa dalla musica che muove tutti gli altri. Non si tratta né di soldi, né di vanagloria, come per molti campioni. Sono sentimenti difficili da nominare, una spinta che viene da una profondità remota e riguarda la sconfitta piuttosto che la vittoria. I tipi alla Balbetta Groogan sono rari come un'azalea in un campo di papaveri. Il pubblico li riconosce sempre e se ne innamora, perché vede la fragilità prima della loro forza, e ogni volta che vincono gli sembra di assistere a un miracolo, a una ribellione all'ordine naturale delle cose. È come nelle comiche. Ma alla lunga, e loro stessi lo sanno per primi, la fragilità che li modella riprende fatalmente il sopravvento. Allenarli non è facile. Serve molta attenzione: non valgono le regole comuni. Ci vuole qualcuno che gli insegni a prendersi cura di sé. Questo fu il mio compito, per qualche settimana. Insegnare a Balbetta Groogan a difendersi, soprattutto dal proprio sconforto. Mi diedi una disciplina anch'io: mangiavo pane integrale, dormivo le ore necessarie alla mia salute e tenevo i muscoli in esercizio. Per la prima volta nella vita, dovevo essere da esempio a qualcuno. Ma non avrei potuto convincere a lungo neppure il più sprovveduto di quei ragazzini senza sale che giravano in palestra con i miei trucchetti da gabbamondo.
Webster Duncan apprezzava tuttavia il mio lavoro, perché era un uomo buono e aveva gli occhi di pane. Qualche volta veniva fuori dal suo ufficio per osservarci.
Io obbligavo il nostro campione a boxare con un paio di zoccoli sulla sabbia e gli mostravo tutti i movimenti che avevo imparato con gli Eight Lancashire Lads. Una miniera di finte che avrebbero disorientato qualsiasi avversario. Mi divertivo a nascondermi dietro di lui e a ricopiare i suoi stessi passi. Roteavo le braccia, mi ci aggrappavo da dietro, lo colpivo a tradimento. Si fermavano anche gli altri atleti, e scoppiavano a ridere. Volevo che saltasse come le sillabe delle parole che gli singhiozzavano in bocca per insultarmi senza trovare la strada. Nessuno, dopo di lui, seppe ballare a quel modo sopra un ring e bisognò aspettare Cassius Clay per rivedere qualcosa di simile. Un vero sand dancer. Certo che hai dei metodi originali, commentava Webster esaminando tutti i dondolamenti di Balbetta.
Sì, sapevo anche essere scorretto, se necessario. Prima che lo facesse qualcun altro, gli rovinai il profilo con un montante non annunciato e dopo lo mandai a piagnucolare davanti a uno specchio. Era quello che volevo: che sputasse la sua anima troppo giovane e delicata nel lavandino di uno spogliatoio e tornasse in palestra più nudo e sgualcito di un neonato. Non fare mai tramontare il sole dell'ira sul tuo orizzonte, gli dicevo, la rabbia è un dono.
Per giorni interi, lo sfinii con la corda e le finte di spalla e lo mandai a correre per il quartiere. Presto cominciò a somigliare a un autentico boxeur, con la sella del naso marcata e gli zigomi sporgenti. In capo a tre settimane eravamo giunti a buon punto e Balbetta Groogan era quasi pronto per 1a benedizione della campanella, come si dice in gergo. Mancava solo qualche dettaglio. A un mese esatto dal giorno in cui vi ero entrato uscii da quella palestra per andare, insieme a Webster e alla nostra giovane promessa, a un match di esibizione di Jack Johnson, il figlio di schiavi più famoso del  pianeta: un negro che ammirava Napoleone Bonaparte, amava l'opera italiana e quell'estate, alla quindicesima ripresa, di fronte a ventimila persone, aveva battuto quel latticino diJames J. Jeffries a Reno, in N evada. Anche il pugilato, a suo modo, era un circo di creature fuori misura, e come tutti i circhi richiamava sempre una gran folla. il cowboy di due metri che qualche anno dopo tolse a Johnson il titolo di campione del mondo avrebbe terminato la carriera al Wild West Show di Buffalo Bill. Ma quella sera sembrava che tutta San Francisco fosse venuta a rendere omaggio al gigante di Galveston.
[...]
Anche se mi ero licenziato dalla tipografia di Willie,decisi che non avrei smesso di coltivare la mia istruzione, che era ancora molto scarsa. Da quando non li facevo più, i libri iniziai a comprarli dai rigattieri. Ho avuto sempre un debole per le bancarelle piene di volumi ingialliti che odorano di cantina. Ora che conoscevo tutto il lavoro che c'era dietro, veder li abbandonati su un tavolaccio mi dava dolore, come un'ingiustizia. Sceglievo e mi facevo scegliere da quelli che costavano di meno - di solito vecchi trattati di filosofia o manuali di yoga - e li leggevo furiosamente, da capo a piedi, senza nessun ordine perché non avevo maestri. Lettere, dialoghi, frammenti, diari di seduttori ... I nomi di Epicuro, di Platone, Kierkegaard, Nietzsche mi divennero familiari come dei compagni di bevute. Molto più rapidamente di ogni previsione, però, spesi nei libri tutti i soldi che avevo guadagnato in quei mesi. Il giorno in cui avrei dovuto saldare l'affitto, in tasca mi erano rimasti soltanto dieci centesimi. Al signor Hood lasciai in pegno la valigia e tutte le mie cose, ma non il violino. Non so che farmene dei tuoi libri, mi disse. Ti do un giorno, altrimenti non rivedrai le tue mutande per il resto della vita.
Me ne andai a camminare senza meta per Carson Street. Quando mi sentii stanco, mi fermai su una panchina e analizzai la situazione. Un filare di torce, tra gli alberi, illuminava una piazzetta. Tutti i tavolini dei ristoranti erano affollati. La gente sembrava felice. Chissà cosa voleva dire sedersi a un ristorante senza avere controllato prima, con cura, il prezzo di ogni piatto e stabilito quale si può ordinare e quale no, nella migliore delle ipotesi. Ogni voce di donna, ogni tintinnio di bicchiere, mi provocavano un rimpianto lancinante per tutto ciò che non avrei mai provato. Avevo di nuovo lo stomaco vuoto e stavo quasi per mettermi a piangere quando vicino a me si accomodò un negro. Una folata di vento gli sollevò i capelli bianchi come se fossero stati piume. Da un lato, gli mancava la metà di un orecchio. Tuo padre è contento di te, amico? disse. Mi vennero i brividi. Che diritto aveva quell'uomo di farmi una domanda simile? Non so nemmeno perché, ma gli risposi.
Mio padre è morto, dissi. Il negro se ne restò in silenzio, ma non smise di fissarmi. Il suo fiato imperlava l'aria di alcol etilico e io non avevo mai visto degli occhi cosl gialli. Mi spazientii e gli diedi le spalle. Quell'ubriacone doveva essere stato mio padre in persona a mandarmelo, dall'inferno o da qualsiasi altro luogo fosse finito. Ma era improbabile: quando serviva, mio padre non c'era mai stato, e ora mia madre cuciva guanti in un manicomio, picchiava la gente e vedeva il Giordano scorrere sul pavimento ...
Il negro continuò a studiarmi. Ero già in piedi quando mi fermò con un braccio. Aspetta, amico, voglio farti un regalo. Oggi deve essere il tuo giorno fortunato, prendi questo. Tirò fuori dalla tasca un biglietto tutto sgualcito, lo stirò con due dita, poi me lo diede. Era un ritaglio di giornale, che si leggeva appena. Un'offerta di lavoro. Il negro lanciò intorno a sé una sonora risata. Guardai meglio. La Levy Fritz Mutoscope Company, c'era scritto su quel brandello di carta, cercava uno scrittore di didascalie. Mai letta un'inserzione più bizzarra di quella, da quando spulciavo gli avvisi economici. Se avessi la tua età, mi precipiterei. Io sono troppo vecchio per loro, ma tu no. Devi solo stare attento. Lo vedi questo orecchio mozzo? È stata una tigre a strapparmi la parte che mi manca. È un miracolo che mi abbia lasciato vivo. Stavo perdendo il mio tempo: quell'uomo era pazzo. È successo quando lavoravo al circo Barnum & Bailey, come domatore. Dei circhi non ti puoi fidare, prima o poi ti strappano il cuore. A me è andata bene. Ma il cinematografo è il circo più grande che sia mai esistito, ci succhierà a tutti l'anima. Okay, dissi, ora torna a casa, a dormire. La gente come me non ce l'ha una casa. Cercai i miei ultimi dieci centesimi nella giacca, ma inutilmente. Mi dispiace, mi devono essere caduti in un buco della tasca. Il negro alzò le spalle. Gli presi la mano e gli chiusi la moneta nel pugno. Scherzavo: sono tutto ciò che ho, dissi.
Anch'io, adesso. Ci mettemmo a ridere, come due bambini. Un'ultima cosa, prima che te ne vai. Non fidarti di quello che si dice in giro: il cinema non possono averlo inventato i bianchi. Lo so, amico. I denti gli scintillarono. Bene, disse. Ricordati che tutte le coincidenze hanno un'anima. Non lo scorderò. Mi strinse il braccio e i suoi grandi occhi gialli mi seguirono fino alla fine della strada. Era il mio ultimo nichelino e ci avevo comprato l'annuncio di un giornale che suonava come un biglietto della lotteria.
CERCASI SCRITTORE DI DIDASCALIE
PER IL CINEMATOGRAFO
LEVY FRITZ MUTOSCOPE COMPANY
TAMARIND AVENUE
Lo levai dalla tasca e rilessi il nome della società che offriva quello strano lavoro e l'indirizzo. Tamarind Avenue. Beh, per quella sera non avevo niente in programma, tanto valeva dirigersi da quella parte. Naturalmente, la sede della Levy Fritz Mutoscope Company si trovava dall'altro lato della città e Los Angeles, già allora, era una città troppo grande anche per delle gambe allenate come le mie. Ci impiegai quasi tre ore e non l'avrei mai trovata se una comitiva di irlandesi non mi avesse scortato per un suburbio di case basse e grigie, cantando a squarciagola una ballata che aveva a che fare con l'indipendenza della loro isola e il Regno Unito. Fossi stato inglese, mi disse uno, non saresti tornato indietro, stasera.
Lo salutai con le poche parole francesi che conoscevo. Tamarind Avenue non aveva niente di esotico o di tropicale. Odorava solo di morchia e di campagna, di buio pesto. Ne percorsi un tratto, attraverso una nebbiolina umida che mi bagnava il naso. I muscoli mi pesavano come se fossero stati di calcestruzzo, ma di tanto in tanto si aprivano nel cielo piccoli bagliori luminosi che mi distraevano.
[...]
Per riassumere una scena con una sola frase, bisogna essere veloci, asciutti, dissi, il pubblico deve capire con un'occhiata cosa è accaduto o sta per accadere, dove si svolge l'azione e quali sono i rapporti tra i personaggi. Molto è affidato al regista e agli attori, ma buona parte del successo di un film dipende anche da questi dettagli.
Andavo a braccio, sperando che quel mestiere fosse talmente nuovo che nessuno sapesse ancora in cosa consisteva. Ma era come pattinare sul ghiaccio. E poi non credevo affatto che la pantomima avesse bisogno di istruzioni. La pantomima è una danza. Avrei dovuto propormi come attore, ma il ricordo del fiasco di New York ancora mi bruciava la pianta dei piedi come un ferro da stiro pieno di ruggine. Ho licenziato il tuo predecessore, disse Mister Fritz, perché aveva commesso degli errori di grammatica al primo quadro. Nessuno di noi se ne era accorto, presi da tutto il resto. La gente ha cominciato a ridere e non ha più smesso. Doveva essere un film serio: è diventato una comica. Con la grammatica come te la cavi? Benone, Mister Fritz, ho corretto bozze in una tipografia e la letteratura è sempre stata la mia passione. Non sciupiamo altro tempo, allora. Abbiamo in progetto un film tratto da Dickens. David Coppeifield. Conosci la storia? A menadito.
Saresti in grado di cominciare a lavorarci sopra? La mia idea è di partire dalle didascalie, questa volta.
Il primo passo è mio? Potrebbe. Non risposi subito. Non volevo fargli capire quanto mi interessasse quel lavoro. Ma a Mister Fritz serviva qualcosa di più di un semplice scrittore di cartelloni, voleva solo pagarlo poco. Puntuale arrivò la sua proposta. Sedici dollari la settimana ti vanno bene? Sono venuto in California perché sarà qui che il cinematografo metterà le sue radici. Ma a sedici dollari la settimana per me non verrà su nessun raccolto. Sei un tipo intraprendente, Chas. Nelle questioni finanziarie lo sono sempre stato. Quanto vuoi? Venticinque dollari e comincio subito. Gli altri se la prenderanno se ti pagherò cosi tanto. In fondo, nemmeno ti conosciamo. E allora lei mi assuma a sedici dollari, con un mese d'anticipo. Ma alla consegna del suo Copperfield mi aumenta lo stipendio a venticinque. Mister Fritz si appoggiò allo schienale. Credetti che la sedia sarebbe crollata da un momento all'altro. Le sue scarpe nere e lucide da uomo d'affari scricchiolarono.
D'accordo, disse. Mi alzai e mi esibii nel migliore inchino di cui fossi capace.
La biblioteca di Los Angeles aveva delle larghe tende azzurre. La sala di lettura, a forma di emiciclo, ricordava un teatro. Io sedevo sempre allo stesso posto, nel tavolo sotto la prima finestra, e cercavo di inventarmi un metodo di lavoro. Avevo chiesto tutto quello che possedevano su Dickens e David Copperfield e una bibliotecaria a cui piaceva sentirmi parlare di Londra nelle ore del pranzo mi lasciava portare in albergo un libro per notte, all'insaputa dei colleghi.
Tornai al Las Alamitos Hotel ma solo per ritirare le mie mutande e saldare il conto. La faccia del signor Hood non la volevo più vedere. Trovai una stanza a poco prezzo a Bunker Hill e la presi per un mese. Meglio essere cauti e non offendere la buona sorte. Di notte, la coperta puzzava un poco di ammoniaca, ma per qualche giorno quello fu per me il letto più comodo del mondo. Per il momento, con i soldi dell'anticipo non ebbi più problemi a salire su un autobus. Lasciavo i decini liberi di navigare nella tasca e sentirli sbattere tra loro quando camminavo mi rendeva allegro. Mi ero comprato naturalmente della biancheria, e una giacca lunga usata con i polsini e il collo di velluto verde perché la mia era troppo lisa e non si adattava più al nuovo lavoro. L'avevo strappata per qualche dollaro a un rigattiere di Hancock Park, attenendone uno sconto
purché ascoltassi alcune sue poesie. Mi era parso un patto ragionevole. Da pochi giorni anche per me le parole avevano
un prezzo. Gli proposi di invertire qualche aggettivo e cambiare i titoli. N e fu così contento che mi scalò un altro mezzo dollaro dal costo della giacca. Il tempo in biblioteca passava veloce. Il problema era la sera, in camera. In una sola settimana avevo riletto per intero il romanzo e imparato a memoria buona parte dell'ultimo capitolo. Dopo cena lo recitavo alla moglie del mio albergatore, una donnina con le orecchie accartocciate che piegava sempre la testa da un lato, ma non avevo nessuna idea su quale fosse la cosa giusta da fare. Acquistai due piccoli quaderni e scelsi di tentare due strade diverse. Sul primo quaderno cominciai a scriverei di tutto, disordinatamente: il nome dei personaggi, il colore dei loro capelli, la data di nascita, gli aggettivi che Dickens usava più spesso e le frasi che mi erano piaciute. Il secondo quaderno lo lasciai invece bianco, per il testo definitivo. Man mano che uno si riempiva, l'altro restava comunque vuoto, e io mi innervosivo due volte: perché sul primo scrivevo troppo e sul secondo non scrivevo affatto. Mi ero ripromesso di compendiare novecento pagine in dieci quadri. Poche lettere su uno sfondo nero. Sapevo quali sarebbero state le prime. C'era una volta ... tutte le storie cominciano così, non si rischia di sbagliare. Ma poi? Mi affidai all'istinto. Decisi che dovevo isolare gli oggetti che apparivano nel libro e che si sarebbero potuti riprodurre nei capannoni di Mister Fritz.
I libri sono sempre pieni di cose, ma per estrarle bisogna trattare ogni capitolo come se fosse uno scantinato o un solaio, con i cimeli di famiglia, gli arnesi abbandonati e quelli che si continuano ancora a usare. Persi due giorni, ma alla fine avevo steso una lista lunga quattro pagine. La rilessi. In cima avevo segnato queste due parole:
BARCA CAPOVOLTA
Era la casa del fratello di zia Peggy, la governante di Copperfield. Un barcone rovesciato sulla spiaggia e usato come alloggio. L'unico luogo felice di tutta la storia. Pensai che doveva esserci una relazione tra quella felicità e il fatto che la casa fosse sottosopra. E che la gente l'avrebbe capita. Avevo la mia prima didascalia:
C'era una volta
una barca capovolta ...
Faceva anche rima. Tre giorni più tardi, salivo le scale dello studio di Mister Fritz. Lui era in piedi alla finestra e guardava fuori. Gli edifici cadenti della periferia. E i depositi di legname che circondavano i suoi studi. Cominciò a parlare senza nemmeno voltarsi. Bisogna essere dei pazzi per credere che si possa fare dei soldi con un lenzuolo bianco appeso a un muro. In molti ci stanno riuscendo, Mister Fritz. Lo so. Ma siamo perseguitati dalla malasorte, Chas. Ieri l'attore principale del nostro prossimo film è caduto da una scala e si è rotto una gamba. Il suo contratto prevedeva un'assicurazione contro gli infortuni. Riceverà il suo stipendio per altri due mesi, ma intanto il film resterà fermo. Era il progetto su cui contavo di più. Un piccolo ragno nero attraversò il suo tavolo. Le ho portato quello che mi ha chiesto, Mister Fritz. Lascia tutto sulla scrivania, disse lui. Si tratta soltanto di due pagine. Le ho battute su una macchina da scrivere a gettone della biblioteca di Los Angeles. Due pagine ? Ti pago sedici dollari la settimana soltanto per due pagine?
Se fossi riuscito a ridurlo a una pagina avrebbe dovuto pagarmi molto di più, Mister Fritz. Non lo sa che ci vuole più tempo a scrivere una lettera breve piuttosto che una lunga? Ti ho già detto, Chas, che sei un grande impertinente. La natura mi ha fatto abbastanza basso perché non debba mettermi in ginocchio davanti a nessuno. Mister Fritz si mise a ridere. Doveva essere la prima balsamica risata di quella mattina di cielo cupo. Hai ragione, scusa, mi girava male. Il vecchio mi aveva chiesto scusa. Avrebbe potuto licenziarmi per la mia alzata di scudi, e invece mi aveva chiesto scusa. Domani cominceremo a girare il tuo film, Chas. Non potrei sopportare la voce di mia madre cbe ripete: te l'avevo detto, piccolo Abraham, il cinematografo è un giocattolo cbe si romperà presto.
Il ragno si calò da una zampa del tavolo. Ti do due settimane e l'aumento cbe mi avevi chiesto. Per cosa, Mister Fritz?
Che diamine: per girarlo, Chas. Non mi hai detto che hai lavorato come aiutoregista a Chicago? Beh, questa è la tua occasione. Non è quello che vogliono tutti in questo paese? Hai abbastanza carattere per riuscirei. Non serve altro a un regista. Maledissi la mia lingua, molto più lunga di me. Sapevo a malapena indicare Chicago sulla carta geografica.
Intende dire che dovrei essere io ... ? Non conosci il proverbio? Per quanto tu ti nasconda, il destino ti trova sempre. Te lo sarai girato questo film nella testa, in questi giorni. Il mondo si era rovesciato, come la barca di David Copperfield.
Ma ... gli attori? Non li pago certo per assistere alla convalescenza di un loro collega. Userai la troupe che è rimasta bloccata, ma dovrai impiegarci al massimo due settimane, non un giorno di più. Mettiti subito al lavoro. Vai da Henry e chiedigli tutto quello che ti serve. Te lo darà. Quel posto era infestato di pazzi impastati di pazzia, pensai, o di disperati, se si affidavano a uno sconosciuto trovato a dormire per terra, una mattina, davanti al cancello del loro manicomio. Vado a conoscere la squadra, dissi con decisione. Ma la voce mi uscì rauca e incerta. Mister Fritz mi augurò buon lavoro.
[...]
The Ballad of the Upside Down House è un cortometraggio fuori dal comune. Ci racconta la vera storia di David Copperfield e non la favola zuccherata che tutti conosciamo. Ogni scena è al tempo stesso intensamente visionaria e dolorosamente realistica. I personaggi di Dickens rivivono con una forza sconosciuta il loro destino e il film acquista, fotogramma dopo fotogramma, dignità e bellezza. Tutti gli occhi degli spettatori presenti all'Empire Theatre sono rimasti fissi sullo schermo fino all'ultimo quadro, alternando il divertimento alla commozione. Dopo un lungo silenzio dovuto alla sorpresa e al coinvolgimento è scoppiato nella sala un applauso spontaneo e interminabile. Siamo sicuri che alcuni episodi resteranno impressi nella memoria di questa nuova arte che inizia soltanto adesso a scoprire le sue straordinarie possibilità espressive. La lunga sequenza che descrive la morte del padre di Copperfield prima della sua nascita è un'innovativa intrusione della fantasia del regista sul canovaccio romanzesco. E così anche la scena nella quale l'usuraio Uriah Heep sfida ai dadi tutti gli uomini del suo quartiere e luciferinamente gli vince l'anima. Oppure quella in cui una donna dai lunghi capelli corvini somministra una cura di sanguisughe al piccolo David durante un attacco di febbre o il viaggio lungo una cupa campagna inglese verso Dover su un calesse ... il film soddisfa le migliori aspettative e incontrerà di sicuro il favore del pubblico e dei critici. Possiamo già affermare che il giovane regista di questa malinconica ma anche spassosissima Ballata si impone come una delle più talentuose promesse del cinema americano al pari di David Wark Griffith. Segnatevi il suo nome. Il produttore mi ha detto che si chiama Chas Chaplin. Per il futuro, potete tranquillamente scommettere su di lui.
[...]
Sapevo anche che non avevi mai scritto una sceneggiatura né una didascalia in vita tua ...
E allora perché, Mister Fritz?
Perché? Non lo so, è stata una scommessa. Chiamalo fiuto per gli affari. Eri l'unico che aveva abbastanza fegato
per andare fino in fondo e tornare indietro con i miei sogni intatti. Hai un mucchio di idee in quella testa, e la cosa che apprezzo di più in un uomo è l'inventiva. Ma sapevo anche che a cinque anni eri salito su un palcoscenico, e che avevi lavorato in un circo ... Questo è il tuo nuovo contratto: dodici cortometraggi fino alla fine del prossimo anno. Dovrai solo controllare la tua immaginazione, il resto è fatto.
Non la pensava così, la prima volta che ha visto il film.
Ho avuto paura.
Non conosco ancora il mestiere, Mister Fritz.
Sei tu ad avere paura adesso.
Quant'è lo stipendio?
Ti do un aumento di dieci dollari a settimana.
Venti.
Non se ne parla.
Neppure per me. Arrivederci, Mister Fritz.
Dodici, non uno di più.
Diciotto, non uno di meno.
Ci mettemmo d'accordo su quattordici. In un mese,
il mio bilancio era passato da dieci centesimi alla vertiginosa cifra di trentanove dollari la settimana. Fuori Henry e Ricardo mi aspettavano. Un sorriso fiorì a entrambi sulla bocca come un'orchidea.
[...]
Alcuni insetti si posarono sulle radici della quercia. Quella giornata prendeva una musica triste, che non mi piaceva. Poi Makrouhie fece una cosa strana. Inarcò lentamente la schiena, per quello che l'età le consentiva, e lasciò cadere il bastone a terra. I primi tempi lo facevo sempre, disse rimettendosi diritta con fatica. Venivo ogni settimana e le portavo un
bastone. Se la settimana dopo non lo trovavo più, ne portavo un altro, e dopo un altro ancora. Per un anno, non gliene feci mai mancare uno. Pensavo che le sarebbe servito, perché nessuno sa quanto si deve camminare nella morte. E lei aveva una gamba inutile.
La nostalgia macchiava la voce di Makrouhie allo stesso modo in cui la vecchiaia le aveva guastato il volto. Di colpo mi sentii esausto. TI mio viaggio finiva lì, in quel campo, intorno a quella pietra ricoperta d'erba. Makrouhie continuò a parlare, ma non l'ascoltavo più. All'inizio nessuno a Yo-Town ha creduto alla sua storia. La credevamo pazza. Come si può credere a una zoppa che arriva in un paese e con poche parole sbagliate dice di essere un'acrobata? Si misero a ridere tutti. Non l'ascoltavo più, e non ne avevo voglia. Provavo solo un gran vuoto allo stomaco, più che sul pallone aerostatico, il giorno prima. Ma ci sapeva fare coi fiori. Per quello aveva talento. Li legava insieme con rapidi movimenti sicuri, glielo aveva insegnato sua nonna. Nessuno, a Yo-Town, ha mai confezionato un mazzo di rose o un'orchidea meglio di lei. Me ne accorsi e le suggerii di aprire un negozietto di fiori a South Avenue insieme alla mia amica Viola, che era cieca e non sapeva come tirare avanti. Eszter disse: una zoppa e una cieca, va bene. Non ci avrebbe scommesso nessuno, ma l'idea funzionò.
Ormai la voce di Makrouhie la registravo solo involontariamente. Una sera mi chiese di accompagnarla. Andammo in riva al fiume, lei sempre con il suo passo stentato, incerto. C'era una bella luna, che illuminava la campagna. Sull'argine si sciolse i capelli. Erano rossi come le foglie di questi alberi. Lunghi. Mi lanciò il suo bastone. Non se ne era separata mai, fino ad allora, almeno davanti a me. Rimase su una gamba sola, come una cicogna. E ora guarda, disse. Prima cominciò a volteggiare, facendo leva soltanto sulle braccia e sull'unica gamba, ruote, salti, capriole, poi si tuffò nell'aria e per pochi minuti si trasformò in un pesce che guizzava sulla superficie delle cose, un essere senza peso che danzava sulla luce e attraversava le ombre, era tutto quello che non ti aspettavi di vedere, un'anomalia, una disubbidienza, la nota più alta di un violino, l'orgoglio di chi torna a essere se stesso da un'altra parte del mondo, su un altro fiume, a migliaia di chilometri dal luogo dove è nato, e questo lo capivo, lo sentivo sulla pelle, e avrei voluto scendere su quella riva e mettermi a saltare anch'io, con la stessa improvvisa e benedetta leggerezza, ma i miei piedi sono sempre stati pesanti, e le mie gambe non valevano neppure mezza delle sue. Non ho mai imparato ad ammaestrare le storture, i danni, il rimpianto, il fiato mi incatenava al luogo da cui osservavo quella scena, ma la sua ribellione mi faceva bene, un po' di quella gioia mi ricadeva addosso come una medicina, strappava le funi che ci legano a terra. Poi Eszter riunì i capelli con un nastro e riprese il suo passo intermittente e le sue sembianze di sempre.
[...]
 L'indomani mi ritrovai di fronte a un uomo con due lunghi drappi neri al posto delle sopracciglia, la mascella squadrata e la bocca carnosa. Nessuna cultura, ma un entusiasmo trascinante e irresistibile per tutto quello che gli piaceva. Sei troppo giovane per il cinema, mi disse Sennett la prima volta che ci parlai. Posso invecchiare quanto vuole, risposi. La battuta gli piacque. Mi diede una sonora manata sulle spalle e mi ingaggiò per un periodo di prova.
Quel pomeriggio di pioggia del 19I4 in cui cercavo nello spogliatoio maschile della Keystone un costume per una scena che stavamo girando, tenevo bene a mente quello che mi aveva detto Fred Karno, che in tutte le storie ci vuole un pizzico di malinconia. Per me non era difficile trovarla: la portavo già negli occhi, nelle mani, nel sangue. A sentire le donne, avevo un poco di tristezza anche negli inguini, ma questo finiva sempre per affascinarle. Pensai che se avessi potuto metteme un briciolo in una comica, forse avrei potuto sedurre chiunque. Era il comune senso delle proporzioni che dovevo stravolgere.
Scelsi così un paio di calzoni sformati, mi abbottonai a fatica un gilè e una giacca troppo stretti e calzai due scarpe enormi e logore. Mi guardai allo specchio. Non mi ero mai sentito così a mio agio. Il mio vestito era una disubbidienza. Ci aggiunsi una bombetta, un bastone, una cravatta a farfalla. Mancava solo un ultimo dettaglio: mi agitai i capelli e mi incollai sotto al naso un paio di baffetti neri e per la prima volta seppi qual era la mia faccia.
Quando uscii dalla baracca del trucco e mi avvicinai alla cinepresa con questo costume miserabile, mi bastò muovermi di fronte a quella volpe di Mack Sennett come se avessi avuto i pidocchi sotto le ascelle. Sennett cominciò a ridere in una maniera così esagerata e nervosa che gli venne la tosse, gli uscirono le lacrime e per poco non si soffocò. Lo tenevo in pugno. Gli mulinai il bastone sotto il naso come mi aveva insegnato Marceline e corsi via con i piedi piatti e l'aria impacciata, imitando l'anda tura di un vecchio cocchiere londinese che insieme a mia madre spiavamo tutte le sere dalla nostra soffitta di Pownall Terrace. Avevo l'impressione di pattinare su una gamba sola o di stare in verticale sull'orlo del Gran Canyon. Arricciai i baffi e strizzai gli occhi a tutte le signore presenti, ma mi tremavano le mani. Per dieci minuti non feci altro che inciampare seguendo la scia di ogni gonna che passasse, poi entrai con l'aria di un miliardario in vacanza in un set che riproduceva la hall di un albergo, ma di nascosto rubai una caramella a un bambino, mi attaccai a una boccetta d'alcol e chiesi scusa a una sputacchiera per averla urtata ... Quando finii a gambe levate per terra dopo avere preso un cane per la coda non rideva più soltanto Sennett, ma anche i macchinisti, le donne delle pulizie, i manovali, le comparse. Non ridevano di quello che accadeva, per quanto potesse essere buffo o comico, ridevano di me, delle conseguenze che ogni cosa che capitava aveva sul mio volto, della mia spaventosa inconciliabilità con il mondo, perché non dipende dal costume se si è davvero ridicoli.
Continuarono a ridere per anni, senza potersi fermare, e io firmai un contratto dopo l'altro, fino ad arrivare a essere l'attore più pagato di tutti i tempi: 670.000 dollari l'anno, più di 10.000 la settimana. Non passò molto che ebbi così tanti soldi da costruire i miei studios e i miei teatri di posa a sole due miglia da quelli di Mister Fritz, in un lotto di cinque acri di alberi d' arancio. Acquistai pure una Locomobile azzurra, dai copertoni bianchi, e assoldai un autista giapponese di nome Kono. Le sere in cui osservavo dai marciapiedi i ristoranti a Carson Street erano lontani anni luce; adesso potevo pranzare tutti i giorni da Armstrong Carlton, da Musso o dovunque avessi voluto a Hollywood Boulevard. Salmone, aringhe affumicate, cuore di pecora o pasticcio di fegato. Da quel momento in poi il cinematografo assorbì ogni mia energia. Avevo la pazienza di un asino. Ero capace di ripetere fino a cento volte la stessa scena e certe sere dovevano mettermi a letto ancora truccato, perché non avrei smesso mai. Per tenermi in forma, mi allenavo in palestra o in piscina prima di cena, e di giorno andavo dal pedicure, perché ho sempre provato per le mie mani e i miei piedi una grande devozione. Ormai avevo imparato a rispettare rigidamente gli orari, non giocavo mai a carte, bevevo appena un bicchierino di porto, di tanto in tanto, ma solo perché i miei nuovi colleghi non pensassero che fossi un monaco astemio e serio come avevano creduto gli attori della compagnia di Karno.
[...]
Arléquìn?
Qui tutti lo credono un po' tocco, ma gli consentono di dipingere e di parlare da solo. È un suo parente?
No, dissi a fatica. Una volta ho lavorato con lui, ma ero un bambino.
Gli farà piacere rìvederla, ma non ci stia troppo a lungo.
D'accordo.
E non sì impressioni.
Ho già visto altre persone nel suo stato.
A volte stringe i pugni, come se gli facessero male le mani, poi si getta nel letto e prende a tremare.
È per questo che non termina i suoi disegni?
Non lo so. A me piace credere che la sua sia una guerra personale contro tutte le cose che sono perfette
e poi si guastano. È per questo che disegna cavalli a due zampe, e uomini con un occhio solo, e soldati senza un braccio ...
Forse ha ragione, sarebbe stato meglio se si fosse venuti al mondo già storti dall'inizio.
Già.
Imparare a perdere la perfezione è troppo crudele e ìnseguirla per tutta la vita un gesto inutile e superbo.
Sembra un verso di Shakespeare.
Non mi ricordo più a chi appartiene.
[...]
Poi lentamente le ruote di ferro cominciarono a girare. Una di seguito all'altra.
Tetén tetén.
Tetén tetén.
Non terminarono tre giri che io sapevo la mia destinazione.
A Sacramento avrei comprato un altro biglietto per la First Transcontinental Railroad.
Tetén tetén.
Fino a Omaha.
Tetén tetén.
E dopo a Youngstown.
Tetén tetén, tetén tetén, tetén tetén.
Il treno ormai correva in mezzo alla campagna piena di brina.
Youngstown. Di colpo, sentii le mani di Naima che curavano i lividi di tutti quegli anni e mi insultai in ogni lingua che conoscevo per la mia ottusità. Se da qualche parte del mondo avevo un appuntamento con qualcuno, era con lei. Mi sentii come prima di girare la scena chiave di un film, con la stessa elettricità addosso per averla solo immaginata, quella scena ... Dall'agitazione, cominciai a ridere senza potermi frenare. Un signore mi cedette il posto e si allontanò velocemente, temendo di dover viaggiare accanto a uno squilibrato che rideva come Chaplin.
Youngstown mi accolse una settimana dopo con il suo solito aspetto incurante. Le case avevano lo stesso colore della prima volta, bianche e rugginose, il tram sferragliava sempre nel mezzo della strada principale, occupata da molte più autovetture ai bordi dei marciapiedi, e il cartello che dava il benvenuto sbatteva ancora al vento, ma con gli angoli di legno smagliati, come un messaggio passato di moda. Non so cosa mi aspettassi, ma tutto era in movimento per proprio conto e si mostrava indifferente al mio ritorno. Solo la panchina dove mi ero già seduto una volta aveva l'aria di una vedova che mi aspettava nella piazza alberata. Mi ci accomodai pesantemente. Con una certa soddisfazione osservai la sede della DOLLAR BANK che non mi scherniva più con gli enormi caratteri della sua insegna in cima al palazzo di fronte. Ora le mie tasche erano piene di dollari, eppure non ero felice. Percorrere la distanza da quella panchina fino al negozio di fiori di Viola e di Eszter mi costò una grande fatica. Le gambe mi pesavano più del piombo ed ebbi paura di essere divenuto come il personaggio di una favola che mi leggeva sempre mia madre: solo una creatura più leggera di una piuma avrebbe potuto salvarmi. Imboccai South Avenue sopraffatto dalla stanchezza e mi fermai davanti al negozio, ma dall'altro lato della strada.
Naima era in piedi. Potevo vederla, oltre la vetrina. Parlava con una cliente, una donna alta, dal viso allungato, che dava l'idea di non avere tempo. Le mostrava i fiori, le consigliava quali scegliere. Sollevò un mazzo di gardenie e mi accorsi soltanto allora di quanta delicatezza fosse capace ogni suo gesto. Trattava con rispetto tutte le cose, come se tutte le cose ne avessero bisogno, e restituiva importanza e dignità al mondo, con la sua cura discreta. Come avevo fatto a non capirlo prima? Era lei tutto quello che restava di Eszter. L'acrobata doveva averle insegnato ogni segreto, come a una figlia. Tutti i suoi trucchi da equilibrista, il mistero della sua leggerezza. Fui di colpo sicuro che se lo avesse voluto, Naima sarebbe stata in grado di esibirsi su quello stesso marciapiede in una serie mozzafiato di salti mortali. I capelli li teneva legati in una coda sulle spalle e i denti bianchi le illuminavano ogni espressione del viso. Indirizzò gli occhi verso di me, con uno sguardo che mi penetrò in ogni fibra, si spinse dentro ai miei capelli arruffati, alle mie piccole gambe nervose, nelle pieghe della mia giacca scucita, e di colpo ebbi pena di me, di come dovevo apparirle, di quello che ero e di quello che sarei stato. Della mia infelicità, nonostante il successo planetario. Mi augurai che non si ricordasse. Ma con terrore la vidi posare con calma le gardenie, liquidare con gentilezza la donna alta, uscire dal negozio e venirmi incontro. Si avvicinò lentamente, poi mi prese la mano e la tenne a lungo tra le sue.
... Tu?
Non ci fu bisogno di dire altro, per quella mattina. Quando la accompagnai a casa e lei rigirò la chiave nella serratura, mi stupii che non ci fosse nessuno, dentro. Devi promettermi una cosa, Charlie, mi disse Naima. Finché sarai qui, non mi farai nessuna domanda. Come vuoi. È un patto, allora? È un patto. Naima mi guidò oltre il vestibolo, attraverso il salottino dove ero stato accolto la prima volta, fino alla stanzetta che mi aveva ospitato pet quasi un mese. Indovinai il letto e l'armadio, e la finestra, dietro la tenda. N aima si girò dalla mia parte e mi diede una carezza sul viso. Credo fosse la prima v eta carezza che ricevevo da una donna da molto tempo. Divetsa da quelle di tutte le altre ragazze che avevo incontrato in quegli anni. Qualcosa si sciolse dentro di me, come una noce di ghiaccio. Rimasi Il in piedi, stordito dal buio e dal calore della sua mano in mezzo a tutto quel silenzio. Ti ricordi quanto eri malconcio quando ti portarono qui, quel giorno? Per la vetità, non mi ricordo molto. Chi lo avrebbe detto, allora: il più sconosciuto attore del mondo ... Eri tutto tumefatto, il viso ti era diventato grande quanto una zucca, gli occhi neri, i capelli impiastricciati, ma facevi ridere anche così.
[...]
Feci un passo avanti. Lessi il nome di Makrouhie Dolmayan, nata a Hrazdan nel 1831 e morta a Youngstown nel 1916. Poi quello di Viola Baldwin: Chicago, 1848 Yo-Town, 1917. La stele di Eszter Neumann era a pochi metri di distanza.
All'ora del tramonto, e nei giorni di sole, l'ombra di quella quercia le abbraccia tutte e tre, disse Naima. Il
custode di questo luogo è stato molto gentile e mi ha concesso di seppellirle vicine. Com'è successo?
Sono rotolate via una dietro l'altra, nel giro di pochi mesi, vinte da una malattia silenziosa e senza sintomi. Le ho viste sciogliersi giorno dopo giorno, consumarsi come due candele. Sono morte allo stesso modo: prima se ne sono andate le loro parole, poi tutto il calore che avevano nel corpo. Dai piedi, dalle gambe, dalle mani. Solo la pelle intorno al cuore è rimasta ancora calda, e gli occhi sbarrati, per catturare quel poco che si può ancora catturare della luce. Anche quelli di mia madre, che erano ciechi. Alla fine è rimasto solo il loro respiro. Per ore. Un fischio forte come una protesta, poi semplicemente un soffio. Finché non sono cadute nell'inesistenza. Come quando ci si immerge nell'acqua e si va sotto. Mia madre ha avuto una contrazione finale e ha teso le sue dita in un ultimo saluto. Chinai gli occhi, per pudore.
Che si possa smettere di colpo di vedersi, di parlare, di toccarsi, e che quest'assenza durerà per sempre, continuò Naima, è una cosa incomprensibile. Quasi ogni giorno, a casa, mi ritrovo a conversare con una sedia vuota.
Mi dispiace, Naima. Avevo molte cose da chiedere a entrambe, me ne rendo conto solo adesso. Mia madre diceva che qualsiasi domanda le avessi fatto, la tua risposta ero io, e che un giorno lo avresti scoperto.
[...]
Caro Christopher, che il desiderio fosse il tema della vita l'ho fatto dire anche all'ultimo clown che ho interpretato. Ma lo pensava pure Monsieur Verdoux, una delle maschere più sfuggenti che rubai alla cronaca, un tipo che aveva l'abitudine di bruciare le vecchie signore che sposava nella stufa della cucina e che portò alle estreme conseguenze la logica omicida del capitalismo. Semplicemente, senza desiderio non c'è mai stata vita per me. Ti diranno che sono i traumi del sesso a incidere la personalità. Non gli dare retta: il sesso è una malattia solo per i borghesi. Il vero trauma è la miseria, credimi. Da giovane, mi ero ripromesso di avere una ragazza per ogni lettera dell'alfabeto inglese. Agnes, Barbara, Carole, Dorothy ...
L'amore sarebbe stato il mio dizionario. Da quel momento in poi non c'è .mai stata una donna di cui non mi sia chiesto se mi sarebbe piaciuto o no baciare. È una domanda .che continuo a farmi anche ora, non te la prendere, non per questo voglio meno bene a tua madre. Eppure, da qualche tempo, mi ritrovo spesso a pensare che sia sempre il desiderio di qualcuno o di qualcosa a originare tutta la stupidità, la volgarità, la crudeltà e l'infantilismo degli esseri umani. Il desiderio mi ha reso tante volte ridicolo non solo agli occhi del mondo ma anche ai miei, mi ha fatto diventare sordo, e idiota, mi ha messo in pericolo. Come ha scritto un poeta, sono arrivato al punto di desiderare di non desiderare più niente. Vorrei metterri sull'avviso, ma è inutile. L'ipocrisia vuole che non se ne parli, ma è la forza più potente che esiste e nessuno ne è al riparo, a nessuna età. I tuoi I 5 anni valgono i miei; ho solo il vantaggio dell'esperienza, ma sono vulnerabile quanto te. Le cose  stanno così. Sei ancora un ragazzo, Christopher, e ti innamorerai molte volte, e anche tu dovrai inventarti l'imperfezione di qualche equilibrio. Io, tutta questa esuberanza, tutto questo vivere, insieme alla mia disperata timidezza, alla fine li ho riversati nel cinema, e il cinema mi ha salvato.
La prima volta che gabbai la Vecchia, Christopher, sei anni fa, fu la più difficile. Era venuta a prendermi, come sapevo dal 1910, ma trovò Charlot a riceverla. Uno Charlot di ottantadue anni, con una nuvola di capelli sulla testa e una geografia di rughe intorno ai baffi. Agitai il bastoncino e sollevai la bombetta in segno di saluto. Poi iniziai a girare in tondo per la stanza, con il mio passo di sempre, da pinguino, i piedi larghi e le scarpe fuori misura. Replicai tutte le mie antiche gag e trovate, anche se era una vita che non le facevo più. Ma la Vecchia se ne restò gelida a osservarmi e riprovai il panico che mi aveva preso la prima volta che andai in scena a New York, insieme a Stan Laurei, quando il Nuovo Mondo ci battezzò con un fiasco. Mi sforzai di fare delle facce buffe, ma mi veniva da piangere, perché non ti avrei visto crescere, Christopher, i baffi posticci mi si staccarono dallé labbra e mi caddero per terra, e quando mi chinai per raccoglierli gli acciacchi dell'età mi misero definitivamente al tappeto. Restai lì, con la schiena a metà, incapace di raddrizzarmi, vinto, decrepito e dolorante. Fu in quel momento che la Vecchia cominciò a ridere, come Mack Sennett negli studi della Keystone, come qualsiasi altro mi abbia visto all'opera nei miei giorni di grazia. Non è certo una signora apatica, bisogna riconoscerlo: il suo lavoro lo ha sempre svolto con un certo entusiasmo. Ah, Ah! Fai ancora ridere, Chaplin, mi disse con la sua voce cavernosa, ti do un altro anno, te lo sei guadagnato: ci vediamo il prossimo Natale. E sparì dalla mia poltrona. Mi ci vollero parecchi impacchi d'acqua calda e una pomata al pino mugo per rimettermi dal mio mal di schiena, ma ero ancora vivo.
Da allora, approfittai di ogni pretesto che mi offriva la vecchiaia: l'abbassamento della vista, la perdita della memoria, il rimpianto della giovinezza. La mia stessa condizione mi offriva un repertorio inesauribile di soluzioni. Il trucco è sempre lo stesso: fare in modo che qualcosa vada storto e che il mondo appaia rovesciato, sottosopra. Il meccanismo della comicità è un meccanismo sovversivo. Se un gigante cerca in ogni modo di aprire una porta e non ci riesce, ma subito dopo la porta si apre a un gatto, a un bambino, a un povero vagabondo o a un vecchio senza nessuno sforzo, noi ridiamo. Perché è tutto il contrario di quanto accade nella vita. La comicità è una capriola, un uomo che si rialza dopo un capitombolo o un altro che sta sul punto di cadere ma non cade mai. La comicità è mancina come me, Christopher. Irride i ricchi, rimette le cose a posto, ripara le ingiustizie. Come diceva Frank Capra, chiude le porte ai prepotenti e le fa aprire ai deboli e agli indifesi, anche se solo per il lampo di un sorriso. È quest'incredulità che ci riempie gli occhi di lacrime. Sin dall'inizio, da quando cantai la canzone di Jack Jones al posto di mia madre, suscitare il riso e le lacrime è stata la mia infantile protesta contro la miseria, la malattia e il disprezzo, e il mio rifiuto dell'odio e di tutte le forme sbagliate che finiscono per governare le relazioni umane. È stupefacente, a pensarci, quanto sia facile a contagiarsi l'allegria e quanto triste e malato sia invece il mondo.
Ogni Natale, fino a questo, sono riuscito a strappare alla Vecchia almeno una risata e a salvarmi. Ma stasera fallirò, Christopher. Proprio stasera che mi sento terribilmente a posto e Ìni sembra di essere tornato agli splendori di un tempo. Sono sicuro che sarò capace di una gag perfetta, al primo ciak, come neppure nei film migliori. Non c'è ancora nessuno che sa fare l'ubriaco meglio eli me. Mi fumerò per l'ultima volta un fiammifero al posto della sigaretta. Ma la Vecchia non riderà, me lo sento. La gente non ama la perfezione, e io non posso migliorare più di così.
Domani ti porteranno nella mia stanza, e mi vedrai lì steso su un letto. Quando mi condussero da mio padre, all'ospedale di St. Thomas, scappai via, ma ero più piccolo di te, e avevo di fronte un estraneo. La pietà per lui mi sarebbe venuta dopo, quando ebbi anch'io paura di perdere tutto. Mia madre, invece, l'accompagnai quasi per mano. L'avevano ricoverata per un'infezione, solo qualche mese dopo la prima proiezione del Circo. L'ultimo giorno la sentii rivolgere un complimento a un'infermiera, per una collana di perline di vetro e di legno che aveva al collo. Le promisi che sarebbe guarita e la feci ridere per ore. Ma di notte lei si mise a sedere sul letto e mi disse Aiutami, Charlie. Sul certificato scrissi che era nata un anno dopo di quello reale perché potesse barare anche nell'aldilà. Lo so, tutto questo è troppo sentimentale. Mala musica avrebbe detto il mio amico Picasso. Ma è la mia musica, Christopher, e non posso più cambiarla. Non ho scritto più di dodici lettere in tutta la mia vita, ma ho avuto il tempo per questa, e mi basta. La Vecchia è già arrivata. È qui davanti, nella poltrona sotto la finestra, mi aspetta. Sa che non esco da questa villa da due mesi, da quando ti ho portato a vedere l'inconfonclibile tendone del circo Knie, a ottobre. Tra poco verrete a chiamarmi, tu, e tua madre, e i tuoi fratelli e nipoti, per la cena, ma io sarò già a spasso con lei, sulla luce indecente della Luna o chissà dove. Ma non stare in pena per me, non ho paura. Mi sono sempre sentito sull'orlo eli un trasloco.  Siamo ai titoli eli coda, caro Christopher, e non posso che esserti grato per la tua funambolica pazienza se hai resistito sin qui a tutte queste chiacchiere. Per una volta non sono stato fedele al mio principio che ogni storia dovrebbe essere come un albero che si scuote e tutto quello che non serve si fa cadere a terra, lasciando solo l'essenziale. Questa lettera non è un film, e io volevo che sapessi tutto, anche le cose superflue, perché non mi ricordo più dove ho nascosto la verità. Sarebbe bello dissolversi con un ultimo abracadabra. Su un'aeronave, un treno o una mongolfiera. Ma in fondo sono contento di andarmene a cavalcioni solo delle mie parole. Dicono che l'universo sia nato da una grande e incomprensibile esplosione. Secondo me, deve essere successo sulla pista di un circo. Una donna volteggiava in aria e un uomo ne catturò il movimento in una scatola magica, e lo riprodusse all'infinito, fino a popolare di ombre la terra, e a riempirla di segatura, di risate, di lacrime. Non può che essere andata così, Christopher, perché solo nel disordine dell'amore ogni acrobazia è possibile.

1 commenti:

Start from Scratch 3 giugno 2013 10:50  

E' un bel libro, me ne rendo conto ancor di più rileggendo i passi che hai pubblicato. Molto commovente.
Grazie per averli condivisi con noi.
Un saluto.

Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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