La valle delle donne lupo - Laura Pariani

>> venerdì 29 marzo 2013

Il libro che il Circolo Lettori ha discusso ieri sera ha incontrato un apprezzamento unanime. Il romanzo trae ispirazione dai racconti tramandati oralmente dagli anziani delle alte valli piemontesi registrati dall'autrice su nastro nel corso degli anni. La scrittura è molto particolare perchè unisce l'italiano al dialetto italianizzato. La storia della protagonista, ormai anziana, emerge poco per volta nell'intervista che questa concede ad una giornalista con la quale ripercorre, dall'adolescenza ai giorni nostri, le sue vicende e quelle della sua famiglia e delle persone del piccolo paese in cui vive.  Lo sfondo è quello epico e leggendario delle valli ma l'umanità che le abita non ha nulla di bucolico e idiliaco, anzi. Sin dalle prime pagine si delinea il ritratto di una società rude, opprimente, fortemente maschilista. Il ruolo della donna è quello della serva silente su cui sfogare ogni genere di impulso. Peggior sorte è destinata alle "balenghe", quelle che uniscono alla sventura di essere nate donne un comportamento fuori dagli standard che si può manifestare con la testa un po' per aria o con un timido desiderio di emancipazione. Nel migliore dei casi queste sono mandate al riformatorio, nel peggiore all'ospedale psichiatrico o trucidate. Molto bella a riguardo la storia di Anna che riporto integralmente di seguito.
Il pessimismo è assoluto e tutto il romanzo è permeato da dolore, freddo, violenza e solitudine. L'uomo è più cattivo del più cattivo degli animali che per antonomasia è il lupo e che viene a sua volta riabilitato da un originale processo di straniamento che lo accomuna alle balenghe e al loro tragico destino.
    
Nel maggio successivo alla morte della Tilde, la Grisa scappa per la prima volta. Il cancello dell’orto è rimasto socchiuso: un vecchio sportellino cigolante che non serra bene. La bambina – che va per i tre anni – si inoltra a passettini incerti nel prato deserto, puntando poi dritto verso il bosco. Chi lo sa cosa l’attrae? Forse il canto di un uccello, un battere d’ala di farfalla, il muschio verde e cedevole, il balenio di una pietra sotto un raggio di sole che filtra tra i rami, una pigna che cade pesante per terra; o magari l’ombra della Tildina che le è sembrato vedere muoversi tra i rovi... Un passo dietro l’altro, sempre piú nel folto.
La sera, quando il Biâs e la Terésia chiamano per la cena, della piccolina non c’è traccia. Frugano tutti gli angoli della casa, sotto i letti, negli armadi, nel grotto che funge da cantina. Madonna Santa, non c’è. Le voci scannarozzate echeggiano per la valle, con angoscia crescente:
«Grisa, dove sei?»
Di corsa i quattro becchini si portano di casolare in casolare, fino al Paese Piccolo. Niente di niente. Tornano indietro col fiatone. In coro, con la paura del peggio in fondo al cuore, spolmonandosi:
«Griiisa! Griiisaaaa!»
I richiami si perdono tra i burroni scoscesi della riàle, da balma a balma. Nessuna risposta. Solo il lamento dei primi uccelli notturni e la voce bassa dell’acqua che corre nel buio dei prati. Piú tardi, con alcune lanterne, si addentrano nel bosco. Il bagliore rosso dei lumini rischiara il volto chiuso dei tronchi, il groviglio minaccioso delle rame, le erbe gravi di rugiada. Una civetta piange: uccello che porta male. Quella notte si sente l’ululato di un lupo, vicino vicino. Il Biâs rabbrividisce, la Terésia caragna.
Qualche mese dopo, il miracolo: dei cacciatori trovano sotto una balma, nei pressi della cascata, l’ingresso di una caverna nascosto da un macchione di lamponi. Con una torcia fanno lume e vedono un paio di lupacchini che mostrano i denti e spalancano degli occhi verdegialli al raggio di luce e alle grida di sorpresa. Gli uomini li tirano fuori: uno è proprio un lupatto, l’altro è la Grisa. Deve essersi amicata alla caverna e alla nuova famiglia lupa, perché fa un verso che non è umano:
«Uuuuuuuuh».
In paese è festa grande. La piccola sta bene, sana e robusta piú di prima, tranne per il fatto che non parla, neanche quelle brevi frasi ingarbugliate come tutti i piccinàja della sua età, che prima di scomparire sapeva pronunciare. Quando ci si rivolge a lei, si limita a scuotere la testa bionda in segno di no. A niente valgono implorazioni carezze bomboni; menochemài le botte. Guarda sopà e somà come le fossero estranei. In casa striscia le mani lungo le pareti, quasi cercasse una sensazione di fresco, oppure sta cucciata vicino alla porta; raccoglie ossi dal cesto della spazzatura, li nasconde sotto il letto, quando nessuno la guarda se li rigira tra le mani, si direbbe che li stia contando. Poi, appena le danno il permesso di uscire, corre al gabbiotto dove hanno rinchiuso il lupatto catturato insieme a lei, infila le mani nei buchi della rete e il suo antico compagno di caverna le lecca le dita, quasi con tenerezza, fissandola con le iridi giallastre. Se poi qualcuno la stacca di lí a viva forza, apre la bocca in uno strano verso di denti digrignati, i capelli le si rizzano per il nervoso, le braccia si irrigidiscono e diventano gelide. Però la notte, ogni volta che il lupatto rinchiuso prende a ululare, la Grisa balza a sedere sul letto, le orecchie tese; allora una specie di sorriso le rischiara il viso attento e ulula di rimando:
«Uuuuuuuuh».
Naturalmente viene chiamato il medico che scuote la testa senza sapere che fare. Si chiede il parere della biszía Ginòria, una carampàna lamentosa che non esce di casa da piú di quarant’anni, ovverossía da quando il sò Lipèt scomparve in una battuta di caccia al lupo, lasciandola in patema a occhieggiare invano il suo ritorno. La vecchia sospirosa dà il suo parere invocando a testimone la santa Verità: che si tratta di opera del diavolo Tartàifel; che non c’è niente come i lupi per trasmettere alle persone la loro dannazione bestiale; che i lupi portan tríboli a crepacuore, come ben dimostra la scomparsa del pòer Lipèt.
Un mattino d’inverno trovano il lupatto morto, rattrappito in un cantone. Il Biâs lo estrae dal gabbiotto e lo getta sul letamaio. Quando la Grisa ne scopre il corpo freddo e rigido, si siede vicino a lui e lo struca forte a sé, quasi per trasmettergli un poco del sò calore, grattandogli insistentemente la testa tra gli orecchi e mugolando di tenerezza. Poi, stupita e spaventata del silenzio dell’amico e del fatto che non le faccia festa, corre dai grandi, gli occhi gonfi di lagrime, Uuuuuuuuh, li trascina fino al luogo dove la bestia giace immobile.
E sopà:
«È morto, non toccarlo. Appena ho tempo, lo scuoierò e poi tomà ti farà un bel paio di pantofoline».
Ma la Grisa, desolata, continua a ululare. La sgridano. Va a rannicchiarsi in un angolo, sconcertata. Tira fuori da un nascondiglio che nessuno conosceva una grande quantità di ossi e si mette a lisciarli carezzandoli uno per uno. Pare che la cosa la quieti, anzi si addormenta stringendo al petto il suo tesoretto. Si sveglia che è quasi buio, si dirige a passetti verso il letamaio, ma la bestia non c’è piú. La cerca ovunque senza trovarla, urla con voce spezzata:
«Uuuuuuuuh».
Naturalmente il Biâs va su tutte le furie:
«Múccala di far versi, era solo una bestia, un lupo... Deograzie che è morto, e tu sei ’na cristiana. Piantala di comportarti come un’insensata!»
La trascina nella stanza da letto e, patàf patàfa, la batte con rabbia per farla smettere. La debole lampadina sul comodino illumina il viso paonazzo della piccola, la bocca urlante. D’un tratto la Fenísia che, rintanata in un cantone, ha seguito la scena tremando, fa un fischio per richiamare l’attenzione della cuginetta. Le strizza l’occhio con complicità, poi alza le mani: le basta un semplice movimento delle dita, ed ecco che l’ombra disegna sul soffitto la testa di un lupo che muove le orecchie aprendo e chiudendo la bocca. A quella magia la piccola Grisa smette di gridare, si infila il pollice in bocca e si lascia mettere a letto senza ulteriori proteste. Succhiandosi il dito, lo sguardo fisso al soffitto dove la testa del lupo continua a ingrandirsi e rimpicciolirsi, si addormenta.
La Terésia partorisce un’altra bambina a cui viene dato il nome di Tilde: vive solo poche ore. Il trambusto che ne deriva sembra calmare per un attimo la Grisa: diviene piuttosto taciturna, neanche una parola o un piccolo guizzo di riso. Un paio di settimane piú tardi cerca nuovamente di scappare e prendere la strada del bosco, finché sopà la lega con una catena al cancello del cimitero, perché non si perda un’altra volta. Quando il Biâs fa scattare la serratura del lucchetto, la Terésia scoppia a caragnare. Ma lui la zittisce:
«Quando non c’è rimedio, la carezza fa piú male che bene».
Parole che ripete continuamente, quasi voglia convincere soprattutto se stesso; come se temesse che un cedimento di fronte alle lagrime della moglie possa portare altri guai e dolori.
In genere la piccola se ne sta ingrugnita dove le si dice di mettersi, e con torpidi movimenti delle dita rigira il sò mucchietto di ossi, studiandoli e odorandoli. Alla Fenísia la cosa sembra divertente: le piacerebbe tanto imitare la cugina, ma ha paura di finire alla catena pure lei; tanto piú che in casa tutti insistono:
«Mi raccomando, da’ il buon esempio alla Grisa! Non scalciare, non gridare, non fare la pazza come lei! Vedi bene che fastidi ci dà quella là con il suo brutto vizio di urlare come una lupa. Invece tu sei una brava fiòla, ormai quasi una donnina...»
Eccosí, anche se a lingua legata, la Fenísia impara a rispondere sí: che ubbidirà prontamente, che non si butterà per terra a sguignire di dolore, che sarà composta, che non avrà «brutti vizi».
[...]
Un mattino di marzo, la Fenísia viene mandata in busca della Grisa, perché non la trovano da nessuna parte. La ragazza cerca la cugina nel cimitero tra le lapidi. La scorge nell’orto, imbambolata a fissare un folto di alberi di mele. Chiama, ma l’altra non risponde. La Fenísia si avvicina indispettita. Solo allora si accorge che il melo piú vecchio ha un ramo innaturalmente piegato, e non è per il peso della fioritura. C’è una figura bianca che pende dal ramo. Una donna con un lungo camicione: i piedi nudi sono leggermente sollevati da terra, come fosse una fata capace di levitare.
Le ci vuole un po’ a capire che è la Terésia che si è impiccata.
Il curato ha parole tremende contro la Terésia. La ribellione di una sposa, anche nel caso di una convivenza trista, è per lui inammissibile. Pazienza e mansuetudine sono virtú che sbandiera crudamente nella predica della domenica successiva:
«C’era un uomo che aveva l’indole e l’aspetto di una fiera selvaggia: una malattia che pativa da gran tempo lo metteva in uno stato perenne di furore. Vero cuore di ferro che respingeva con ferocia la moglie che gli si faceva dappresso per portargli del conforto o una vivanda delicata. Invasato da furia, afferrava i piatti che la moglie gli porgeva e glieli sbatteva in faccia villanamente. A ogni atto brutale, la donna chinava il capo e si ritirava offrendo la sua pena a Domineddio... Questa è la vera sposa cristiana: paziente, sottomessa, lavoriera, che si lascia mansuetamente mettere in croce. Guai alla donna che si fa prendere dalla collera, che getta fiamme dagli occhi! Il barometro del suo cuore segna cattivo tempo, la disobbedienza coniugale discende sempre piú in basso e l’ultimo grado di abbassamento è la tempesta: perdita di ogni divozione, ferali proponimenti... Non c’è bisogno che l’indetti io: sapete tutti che non si potrà darle sepoltura al cimitero».
La pazienza è una virtú che non è mai abbondata in casa della Fenísia, ma adesso il Biâs col suo viso legnoso, fermo in una smorfia di disgusto, fa veramente paura. Sulla fronte la cicatrice della lontana ferita di guerra gli diventa viola quando va in furia, proprio lí, dove sotto non ha piú l’osso ma una placca di metallo, che gli hanno messo i dottori. Si impizza per una malòmbra, a volte per dargli fastidio basta un colpo d’unghia sull’orlo di un bicchiere.
Una sera la Grisa, stanca dei maltratti che dopo la morte della Terésia si sono moltiplicati, riprova a scappare da casa. Sopà la riacciuffa sulla strada che scende in città: la agguanta per i capelli in cima alla testa e la trascina indietro. La ragazzina si dibatte, digrigna i denti dalla rabbia.
Il Biâs perde la sintèresi:
«Ah sí? Vuoi mordermi? Tu con me non ce ne puoi. Non ti rendi conto che ti posso piegare come voglio, ché sono io quello che comanda!»
Fa pena la Grisa tenuta per i capelli. La Malvina – che da quando la Terésia è morta viene spesso al cimitero a dare una mano nei lavori – implora il Biâs:
«Per l’amor di Dio, lasciatela stare, non è cosí che si fa con una creatura...»
E lui:
«Macché creatura. Questa l’è una lupa. E coi lupi di carezze e zuccherini non c’è di bisogno».
Sostiene che occorre levarle il brutto vizio di ribellarsi, che lui alla fine saprà farla rigare dritto. I padri comandano e i bocia devono obbedire. Il padre insegna. Il figlio impara.
[...]
Al filo della mezzanotte di San Giovanni, come tutte le nubili della valle, la Fenísia riempie una scodella d’acqua e la lascia fino all’alba sul davanzale, dopo averci versato dentro una chiara d’uovo, perché si rapprenda con la rugiada. Il pronostico sembra buono. I benís vengono dunque distribuiti. Lei prepara il buché, la velettina blu, il vestito da festa col collo abbottonato alto; lui compra gli ori. Allo sposalizio le parole di don Adolfo la inquietano – «Prometti di onorare tuo marito...» – ché quella parola «onorare» è uguale a quella che il parroco precedente tirava fuori per reclamare l’obbedienza a un padre che picchia senza amore.
Finita la funzione, si dà il via a una pacciatòria memorabile, tanto che alla fine della soarè le comari raccontano ridendo l’antica favola degli sposi che passarono la prima notte a fare una tale spropter-màgnam di confetti, che dovettero tornare a casa dai parenti a farsi curare con una purga l’infesciatura dei sò visceri.
Il Billio compra un casale fuori dal Paese Piccolo: con tutte le comodità, dal bagno alla televisione. Il luogo è piuttosto isolato ma va ben cosí, sostiene il barba «Didòn»: ché la Fenísia non è remissiva né di primo pelo, epperciò la convivenza con la cognata Dolinda avrebbe portato complicazioni: chi vuol viver e stare sano, dai parenti stia lontano. Eppoi il casale è in un’ottima posizione: nonostante la valle sia stretta e piuttosto buia, lassòpra batte il sole per parecchie ore; in piú non c’è vento, la casa è protetta da una balma; senza contare che si gode la vista della riàle d’acqua schiumosa e gagliarda che scompare in forre nere, per poi riapparire trasparente tra colonnate di larici.
Da vecchia la Fenísia tornerà spesso col pensiero alle speranze di quei mesi. Ché la vita spillícchia le carte poco a poco, per cui spesso è impossibile vedere il marcio all’inizio: ogni rapporto nelle prime fasi ha un aspetto attraente, quando il pomo offre la sua buccia di bei colori, addormentando i presentimenti, finché una poracrista si brusca il proprio pelo.
I proverbi dicono che per conoscere un uomo, bisogna mangiarci insieme uno staio di sale; e, d’altra parte, che il male non vien mai tanto tardi, che non sia troppo presto... La Fenísia è spaventata dalla meschinità del Billio e dalle sue insistenze a farsi intestare la dote di lei; ma soprattutto dalla grossolana brutalità dei suoi rapporti sessuali e dalla volgarità con cui la prende in giro per la sua ritrosia a letto: lui sí che ha visto il mondo, ché le donne in Germania sono vere femmine babiloniche e mica fanno storie a calarsi le mutande per lasciarsi speronare, eppoi la danno cosí cosà... Questi modi suscitano nella Fenísia una progressiva ripugnanza nei confronti del marito. È una lenta guerra che si va manmano inasprendo, perché lei rifiuta di fingere quell’espressione di grata beatitudine a cui il maschio nella sò boria quasi sempre crede, anche se è malrecitata. Di rimbalzo, lui passa sempre piú tempo fuori: la casa sembra gli serva solo per il rifocillo quando la sera torna dal lavoro eppoi via, al bar a giocare a soldi, purtroppo senza la protezione di san Macario. Lei resta sola in casa davanti al televisore: per compagnia, le inchieste del commissario Maigret e le sventure di David Copperfield.
La Fenísia si spaventa trovando in un cassetto del Billio un pacchetto di polvere bianca. Bicarbonato, sostiene lui. Ma, all’odore, lei sospetta ben altro. Per precauzione rispolvera i contravveleni della nonna e sta in campana.
Perché l’ha sposato? Per cercare di avere una vita diversa, col desiderio di non svegliarsi piú nel cuore della notte con la voce della Ghitín che le sussurra nell’orecchio: «Questo è un segreto da non dire a nessuno»; con la voce della Grisa che le singhiozza nell’orecchio: «Questo è un segreto da non dire a nessuno»; con la voce del parroco che le tuona all’orecchio: «Bisogna onorare il padre»; come se onorare fosse importante, la sola salvezza, come se la vita diventasse meno triste per il fatto di onorare. Lei che per tutta l’infanzia avrebbe avuto voglia di chiedere al curato: «Perché onorare chi batte la propria figlia?...» Somà e sonònna non le avevano mai chiesto di onorarla.
In paese si mormora che il «Pal-de-fèr» ronzi da mesi intorno alla Cít, che ha ventun anni; lui dimostra una cera da galletto, la voglia visibilmente in punta. Una volta che la Fenísia scende dal tabacchino per compere, la Centina la prende da parte e, facendo finta di spurinarla – «poverina qui», «poverina là» – ma bagnandosi il savoiardo nelle disgrazie dell’altra, le spiattella la schifenza dell’adulterio senza usare lunghi giri di perifrasi. La Fenísia si sente mancare il fiato: gambe di pezza, nebbia in testa. Cerca comunque di dominare il tremito mordendosi le labbra.
Si ritrova poco dopo a camminare verso casa, come lottando con un’aria che si è fatta cosí spessa da mozzarle il respiro. La gola le brucia, la lingua impastata. Un po’ d’acqua, per carità. I piedi la portano automaticamente verso un fontanino, ma quest’estate è secco, ne sgorga solo un filino d’acqua, i sassi quasi asciutti. Nessun sollievo. Perfino il pianto non viene, neanche una lagrima da bere.
Chi sa come ritrova l’uscio di casa. Si siede in cucina. Le solite vocine: «Non urlare! Non scalciare! Fa’ la brava...» Le ci vuole un po’ per sciogliersi in uno squasso di pianto. Negli occhi gli oggetti della cucina spallidiscono, tremano. Piangere, urlare, scalciare: oh, come le fa bene sta caragnata. S’è alzato il vento, alle finestre le tende prendono a muoversi debolmente: un piccolo sollievo dopo la gran sudata del ritorno a casa. La Fenísia sospirando si impone di affrontare con durezza il marito, appena rientrerà: gli chiederà conto. Si sdraia sull’alto lettone matrimoniale, rigida, a occhi sbarrati.
Le marcolfe linguacciute hanno di nuovo su che ricamare finezze da trobàr cortés: il Billio è scappato con la Cít. Carezzandosi gli orecchi con grande mormorazione di lingua e dardeggiando sguardate d’intesa, la Centina «Portapía» sentenzia:
«Si vede che lui per la Fenísia non provava piú niente, ché l’amore all’inizio fa passare il tempo e poi il tempo fa passare l’amore. Eh, verità verissima, certi uomini di donne non ne hanno mai a basta: piú di Maometto hanno bisogno di averne. Mica come il pòer Dionigi che la femmina non gli tira la sò maschilità, e lo posso ben dire io perché all’ora di scegliere un pasticcino dal cabarè sul bancone del bar, slunga la mano solo per la dolcería a forma tubolare».
Le sorelle Ferretto rivangano maliziosamente la storia scabrosa con la Grisa e la triste nomea di settespiriti che grava sulla malarazza della Malvina:
«C’era da aspettarselo: di pelo rosso non è buono neanche il capretto, figurarsi una donna; tanto piú con quegli anni tra i barabítt che ha alle spalle. Lui alla fine ha afferrato l’antifona e se l’è squagliata».
E, visto che nessuno vede la Fenísia piangere, la Dolinda «Senzatètt» commenta:
«Ha il cuore di pietra. L’avevo detto io che pelo rosso, cattiva lana».
Vero, la Fenísia non piange, chiusa com’è in un pensiero fisso: che basta un niente, e le sicurezze che una persona si costruisce faticosamente si sgretolano come farina che si perde da un sacco bucato. Alle linguesporche non risponde. Per non fare il loro gioco, l’unica linea di condotta possibile le pare il continuare nel solito atteggiamento cortese, come se nulla fosse accaduto. Ché le comari gongolerebbero a vederla ferita.
Le viene la notte una penosa sensazione allo sterno, stretto come in una morsa. Rabbrividisce perché comincia a vedersi doppia, un’altra con la sua stessa voce. La sera, spente le luci, rimane a parlare tra sé. Ma non è piú il gioco della Fenísia bambina, quella prima del «collegio», che aveva vicino la Grisa che l’ascoltava. Non è neppure la Fenísia tornata al paese dopo la reclusione, sempre all’erta sul chi-va-là. Adesso c’è un’altra Fenísia ancora, che si osserva dal di fuori, come se nella stanza ci fossero veramente due persone: una sbandata in lunghi conversari verso l’altralèi invisibile che ascolta. Sta per caso diventando matta come sò cugina? A volte si chiede se è cosí che la morte fa luce nella testa della gente.
Il pensiero della fine solitaria della Ghitín le spírita nella mente. Madre... Non riesce a ricostruirne l’immagine, non la vede, non sa cercarla, non ha mai imparato a cercarla. Si sente i piedi impigliati nelle radici del sò sangue in lutto, ma non conosce la strada per andare avanti. Se somà venisse a illuminarla...
Durante uno dei suoi vagabondaggi inquieti si ritrova in un prato fiorito di aconito blu. «Cappucci di monaco» li chiamano qui in valle. La Malvina raccomandava di tenersene lontani: è una specie di arsenico vegetale; se si viene a contatto con la pianta, bisogna lavarsi accuratamente le mani prima di toccare qualsiasi cibo. La Fenísia quasi senza pensarci affonda le dita nella terra, ne carezza la radice grumosa, quasi tastasse l’uovo a una gallina. Basterebbe metterla in bocca, masticarla: tempo un minuto e la sarebbe finita.
Spesso si ferma alla cappelletta che sta ai margini del prato delle Balenghe: ché se tutti hanno dimenticato le donne senza nome che stanno sepolte quassòpra, non cosí la Madonna, che femmina era pure lei e di incomprensioni ne sapeva qualcosa. Chissà chi eresse la cappellina proprio qui? quale mano pietosa, quale sfantasía di pincisanti ambulante concepí questa rozza immagine? Ha la testa un po’ piegata su una spalla, sta Madre Santa, una spada infilzata nel cuore, la bocca severa su cui si intravede la compassione: col volto solido delle donne di questa valle, che lavorano duro cominciando la sò giornata al barlume della stella boàra.
Alla mente della Fenísia riaffiora la preghiera accoracuore che per tutta l’infanzia ha sentito ripetere da sonònna Malvina:
«Per quel dolore amarissimo che quasi vi ridusse alle agonie, o Inconsolabile, quando doveste rendere a Nicodemo l’unico oggetto dei vostri amori...»
[...]
«Fenísia, non le fa impressione avere sulla porta di casa l’immagine del Giorno del Giudizio?»
No, non le ha mai dato fastidio sto affresco. Qui lei è sempre stata nel suo naturale. Eppoi ha mai pensato che il mondo dei morti fosse cosí. Per lei, morte significa ossa bianche, polvere, vialetti ordinati, il cipresso che vigila. È il mondo dei vivi che è terribile. Comunque di questo lavoro hanno campato tutti i suoi, per generazioni. E lei lo stesso, finché è durato il Paese Piccolo.
Se non le pare insolito questo lavoro per una donna? Chi lo sa. Tutti i mestieri dan da mangiare. La vita è fatta di tante cose che non si scelgono. Il padre, la madre, uno se li sceglie? Il posto dove uno nasce? Eccosí succede per il mestiere. Mica uno può cambiare. Sarebbe bella che il destino fosse come un paio di braghe che, se ti van corte o strette, ne puoi mettere delle altre. Comunque lei trova che il lavoro del becchino sia molto vario: si tratta mica solo di scavare le fosse o di curare le tombe; prima i morti vanno ripuliti e vestiti. Quella è la parte piú delicata del lavoro. La Fenísia si è abituata a seguire sopà nelle case in lutto. Mal sottile, cancrene, infarti, piaghe non hanno avuto segreti per lei. Ha imparato osservando sopà nella preparazione dei corpi da chiudere nella bara. L’anticamera del nulla le è diventato familiare.
Nella lavatura dei cadaveri, che ha eseguito per anni, lei non ha mai provato schifo, anche quando si macchiava le sottane nere coi loro umori putridi: macchie grasse, come i succhi marci della frutta quando casca a terra per la sò maduranza. Sopà le raccomandava continuamente di non dimenticare di lavarsi le mani quando aveva finito, soprattutto se i parenti del morto le offrivano da mangiare, come si usava da queste parti.
Cosa provava? Cosa vuole che provasse? Quante domande curiose fa sta sciura milanese. Chiaro che certe cose la Fenísia non può contarle per filo e per segno. Come si fa a spiegare quel che si sente lavando i cadaveri e preparandoli per la cassa? Come si fa a raccontare quel momento in cui il corpo già rigido pare tremare sotto le dita, come se avesse un ultimo soprassalto di vita?... L’importante comunque è, mentre si compone il corpo nella cassa, continuare a ripetere il nome del morto. È l’usanza. Primo, perché i non-piú-vivi non devono aver l’impressione di traversare la grande frontiera da soli; secondo, perché il morto se lo ricordi eternamente, nel caso che qualcuno dall’altra parte glielo domandi. Eggià. La sola cosa che l’ha sempre inquietata era lo sguardo vuoto dei cadaveri: quell’enormità di nulla che vi intravedeva a dispetto dei ricami di parole – la resurrezione di Lazzaro e il destino di luce che ci attende – distillati dal curato durante i funerali. Quella consolazione promessa che invita alla pazienza, perché verrà il giorno che le lagrime si asciugheranno: ball de Pèder gall... Comunque sopà le ha insegnato a non tirarsi mai indietro, ché pulire i morti l’è la carità piú granda. Lui si disperava solo del fatto di non aver potuto accomodare nella bara il sò povero fratello, il Martino. Disperso in guerra, nell’inferno gelato della ritirata di Russia, tra genti che lo consideravano un nemico e di sicuro non hanno provato nessuna pietà. Una morte senza funerali, senza lagrime, senza preghiere. Perché Domineddio non ha previsto neanche un briciolo di compassione per chi muore da nemico. Lasciato a marcire senza neppure una pietra che gridi al mondo il sò nome. Ché dopo la guerra sono venuti al paese a mettere un cippo a tutti i poveri pistapàuta caduti. E c’eran dei politiconi, di quelli che si vedeva che paciottavano alla benbene. E nella spatafiàda che han propinato alla gente, patapín e patapàn, uno ha detto che quelli come il Martino avevano dato la propria vita in sacrificio contro la barbarie russa. Ma si capiva, tutti i presenti capivano, che la barbarie erano loro, con le loro mani guantate, i loro visi ben sbarbati, la boria delle scarpe belle lustre. Ah, la Fenísia proprio ne ha piònda di quella gentaglia lí...
Purtroppo cosí va il mondo: chi le fa piú sporche, è bravo. Ci sono tombe ingiustamente dimenticate e tombe ingiustamente onorate. Lei si ricorda che tutti gli anni, nell’anniversario della morte di un gran malamènti, un porco carognone, la sua lapide si copriva di fiori. Che vergogna. E lei non parla soltanto di quelli della valle: tutto il mondo è paese e, in materia di forca, tanto strozza la seta che la canapa. Mascalzoni, intrallazzisti, sautabànchi capaci di ogni tipo di discorso a trucco, rimangono nel ricordo della gente; e nessuno se ne sdegna. Invece per i poveretti, nisba: neanche un fiore, un cero. Esiste forse la tomba dell’inventore del pane? Quella dell’uomo che ha costruito la prima sedia o il catino? Eppure sarebbero da riverire, ché son loro i veri benefattori del mondo.
«...»
Il destino taglia i fili quando vuole. Un cacciatore risparmia le bestie piccole, il pescatore ributta in acqua il pesce che non ha ancora compiuto il suo ciclo. Ma quel che trova nella sua rete, il destino se lo tiene senza misericordia. Ma il tremendo è che a volte gioca al gatto col topo. La sciura ha mai visto un gatto quando ha a portata di zampa la sò preda e sa che non può sfuggirgli? I baffi gli vibrano di soddisfazione, come se pregustasse già il sapore della plücca, di quel bomboncino di carne fresca, senza ancora sfoderare le unghiette dallo sciampíno di velluto, ma con i nervi e muscoli ben tesi, la coda che cerca il punto di appoggio perché tutto il corpo prenda lo slancio e salti... Cosí fa il destino.
«Fa una certa impressione sentirla parlare in questo modo, Fenísia. Come se non ci fossero consolazione o giustizia possibili».
Uno prende la purga e l’altro va di corpo: questa è la prima regola della vita. Quanti vanno alla forca che non ne han né mal né colpa. Cosí va il mondo. Si fa per la meglio; alla peggio ci siamo. Si vive da ottenebrati. Quel che i tuoi occhi non stanno vedendo oggi può darsi che dovrai soffrirlo come colpa posdomani. Per non sbagliare non bisognava nascere.
[...]
L’estate è smeraldo: boschi, lucertole, perfino le pietre sono verdi. Anche la casa sembra invasa da una luminosità di quel colore: sarà per il profumo della menta e della camomilla appese in fasci alle travi. L’acqua bevuta dalla secchia col mestolo di ferro lega gradevolmente i denti e sa di radici profonde.
Seduta sulla panca addossata al muretto del cimitero, la Grisa ascolta la Fenísia che chiacchiera rivangando la comune infanzia:
«Perché i padri picchiano le figlie e si giustificano che è per il loro bene, per punire il loro “brutto vizio”, e che da grandi le figlie intenderanno? Ma intendere cosa?... Perché le botte e le cinghiate? E alla fin fine cos’era sto brutto vizio?»
Il fischio di un uccello chiama la pioggia. La Fenísia continua dandosi da sé una risposta:
«Era semplicemente che, quand’una nasce, la famiglia è già pronta con uno stampino, come quello delle torte. Ma evidentemente qualche bambina ha una forma che non si adatta allo stampo. Per questo la pestano cosí tanto: perché non si rassegna, non si arrende».
[...]
La Fenísia ha già coperto il mucchio di ricci con la sabbia: cosí le castagne resteranno fresche fino a primavera. Ora sta preparando la riserva di legna per l’inverno: da dietro casa si alza il rumore secco del mazzuolo quando viene battuto sul cuneo.
Lavora da sola, perché la Grisa ha da fare nel capanno degli attrezzi, affianco alla legnaia, dove ha installato una specie di laboratorio. È sempre stata brava a riparare un contatto elettrico saltato dopo un cortocircuito, con l’aiuto di un temperino sa rimettere in moto un meccanismo che si è fermato; ma adesso l’impegno che le prende quasi interamente la giornata è la costruzione di strani apparati. Si tratta di «macchine» – cosí le chiama la Grisa – dall’utilità fantastica. C’è presèmpio, la macchina «per far passare la paura»: un’armatura di plastica e legno, a cui sono legati vari fili elettrici, con due fori per le mani a cui sono applicati i meccanismi di un paio di macinini a manovella. Oppure quella «per non far volar via le parole e i pensieri»: una specie di passamontagna di lamiera da infilarsi intorno al capo. Ché la Grisa è molto preoccupata della possibilità che qualcuno le entri nella testa e la derubi dei propri pensieri; sostiene che le parole scendono dal cervello fin giú nella bocca ma che, nel momento in cui arrivano alla lingua, un non meglio specificato «nemico» le prosciuga. La sua speranza è di riuscire a fabbricarsi una testa nuova.
Adesso, infagottata in una vecchia tuta maschile da lavoro con ampie tasche laterali gonfie di attrezzi, la Grisa è tutta intenta alla costruzione di un grosso cubo in legno di ciliegio a cui vuole applicare un motorino: l’ha chiamato la macchina «per fabbricare tempeste».
Alla Fenísia gli apparati della cugina fanno una strana impressione: tra l’addobbo di un albero di Natale e un’armatura degna dell’armata Brancaleone. Comunque non le spiace che la Grisa quasi non l’aiuti nei lavori di casa, anzi la asseconda: è convinta che se una ha passato piú di trent’anni all’inferno ha ben diritto di tornare bambina. Certe sere, quando la chiama per la cena, la vede venir fuori dal capanno degli attrezzi, con la faccia arrossata, tutta un sudore.
La Fenísia borbotta inquieta:
«Perché affannarsi cosí tanto? Che fretta c’è?»
L’altra ride e scuote la testa. La Fenísia corre a prepararle una maglia asciutta e una tazza di latte caldo.
Nel laboratorio il notes della Grisa si va riempiendo della sua magra grafia: per lo piú sono progetti di «macchine», tracciati con inchiostro blu, un po’ sbavato; ma soprattutto schegge di pensieri o ricordi. Pagine di frasi misteriose:
«Un’altra volta è entrato nonsoché nel dito. La Cosa può nascondersi anche in una roba piccolissima. Nella gola, nel petto, nella pancia».
«Quando non ci sono morti sul soffitto, si può fare il giro della stanza».
«Se le parole non scappano dalla bocca, la Cosa non le può mangiare».
Prima di dormire, davanti alla stufa accesa, una tazza fumante di decotto. Il profumo del genepí si spande per la stanza: scalda forte e fa bene.
La Fenísia ha preso l’abitudine di leggere alla cugina qualche pagina a voce alta. Dei pochi libri che stanno in casa, il preferito è la Bibbia: un vecchio volume con severe illustrazioni: Caino il peccatore, che si guarda alle spalle; l’arca di Noè carica di animali; la moglie di Lot trasformata in statua di sale; la caduta delle mura di Gerico al suono delle trombe; la bellissima Ester in ginocchio davanti al re; la magica scritta «Mane, Tekel, Fares» sul muro del palazzo del re ingiusto; Giuditta nella tenda di Oloferne... La Grisa ha preso la solita pastiglia e ha un’aria rilassata, ché via via che la medicina fa effetto, il diavolío di pensieri dolorosi che spesso la prendono alla sera si attenua: come alle fiere di paese quando, dopo un giro vorticoso di manovella, la ruota della fortuna coi bigliettini dei premi prende a rallentare. Nella testa le immagini traballano e frenano la corsa, il soffitto si fa sempre piú lontano, l’aria si addensa.
La Fenísia alza gli occhi dal libro. La luna piena imbianca il cimitero. I fiori di ghiaccio brillano sui vetri. Dice:
«Che luce, là fuori. Non sembra neppure notte».
Poi zittisce, accorgendosi che l’altra si è addormentata sul divano in un sonno tranquillo, il braccio destro piegato sotto la nuca.
Sul notes la Grisa stasera ha scritto:
«Gesú stava nel cortile del Tempio. Vennero gli scribi farisei a portargli una donna. Dissero: Guarda, Figlio dell’Uomo, questa è una pazza. La Legge dice che quelle come lei vanno rapate.
E lui si mette a scrivere con un dito nella polvere.
Allora quelli dàgli a insistere: Cosa fai di bello, Figlio dell’Uomo, cosa ci dici di bello?
Amen».
[...]
«Allora torniamo a quel prato delle Balenghe».
Per lei è un luogo di storie. Non sue, sia chiaro. Narrazioni che lei ha sentito da bambina nelle stalle, quando le vecchie filavano in circolo. Storie di fatica, di patate da cavare con le mani sgrabelate, di lupe che urlano di fame, di figli ingrati, di gente capace di accoltellarsi per una fascina di legna. Lei ne ha sentite tante, ma proprio tante. Eh, il sangue di una vecchia la sa lunga.
Perché il prato si chiama cosí? Ste Balenghe chi erano? Donne che vivevano da sole. Donne che, secondo la comunità, avevano qualcosa di strano: albine, presèmpio, o gobbe o strabiche o mancine... Insomma, che avevano caratteristiche fuori dal comune oppure che soffrivano del morbo della malinconia. Ognuna balenga per il sò particolare motivo. La sciura vuole sentirne una?
C’era l’Anna. Balenga, le dicevano tutti: balenga, perché non sapeva neppure dire quante paia fanno tre mosche. Innocente, forse cosí l’avrebbero chiamata se fosse vissuta in un altro posto. Ma qui in valle la gente è di legno. Nuca dura e mano quadra. Lo scherno come regola. Ché, a contarla intera, la pecca dell’Anna era semplicemente il fatto che fin dalla nascita non parlava né sentiva. Viveva in un mondo tutto suo, vuoto di suoni: ci volavano le nuvole, i falchi, le foglie portate dal vento; scendeva a valle la riàle, verdeggiavano i prati a ogni primavera, veniva la tormenta di neve alla sò stagione; ma tutto per lei succedeva in silenzio.
Innocente: non aveva conosciuto l’uomo, non doveva niente a uno sposo, come le altre femmine; mai la cannetta della schiena le si era piegata in una riverenza davanti a un maschio per cui spazzare, cucire, fare ordine, dare conforto. Ma non offendeva nessuno, anzi sorrideva sempre. Per tutta risposta, la gente le faceva intorto prendendola in giro: ché gli asini non conoscono i confetti. Per i giovanotti poi era uno spasso: le gridavano dietro le frasi piú sconce. Perfino i bambini usavano canzonarla. Ma lei sempre a rispondere solo con gli occhi di un verde sabbioso che non sapeva il rancore; la bocca infantile, con una piega agli angoli, che pareva tremare di continuo, non si capiva se di riso o di pianto.
L’unica parente era una zia che abitava in un villaggetto all’altro capo della valle. Una brava donna di nome Gnetta. L’Anna saliva a trovarla una volta al mese, a portarle i suoi sospiri; restava là un paio di giorni, poi tornava giú a riprendere il suo lavoro di canestraia. Chi le voleva bene veramente era un canlupo nero che la seguiva dovunque andasse.
Si combatteva a quel tempo là. Ché di guerre ce n’è sempre una, con un prete pronto a benedire le bandiere: non fu mai altrimenti né mai sarà. Con i montagnini che non ce ne possono: ché, vinca l’uno o l’altro, sempre di padroni si tratta, che ci fan da giudice, ci guardano come fossimo ladri e non ci lascian altro che grattarci con comodo i maroni, con rispetto parlando. Insomma era una di quelle guerre che venivano da lontano, di là dalle montagne. La valle era, come adesso, di difficile accesso, ma delle soldataglie erano riuscite comunque a arrivarci. Lungo il sentiero che da un paesino all’altro procede lungo la scarpata, si snodavano in fila, con vociare e grida, il cacafuoco sottobraccio, lo staffile al fianco. Lo sa Dio cosa cercavano: ché tra le nostre montagne non c’è niente che possa far gola, qui è un posto di vita accontentata, mica come a Milano dove anche i moroni fanno uva.
Gli invasori guardavano con aria superba le donne e i vecchi inginocchiati nella polvere. Avevano lineamenti differenti dai nostri, una voce sprezzosa: entravano nei villaggi, facevano suonare le campane e pretendevano ruote di pane, brente di vino, rosticciana d’agnello. Chi non donava veniva ammazzato, stalle e ovili bruciati: la vita dei paesani valeva quanto una foglia che si può accartocciare tra le dita. Le donne, che in un colpo solo perdevano la roba i mariti e l’onore, si rotolavano per terra dalla disperazione, mordendosi le mani. La paura prendeva tutti alle busecche appena sentivano avvicinarsi un drappello di quei plúfferi. Tutti meno l’Anna, ché il silenzio in cui viveva la chiudeva come in una fortezza. Era la sua fortuna: ché se c’è anche un Signúr dei ciucchi, ci sarà bene anche quello dei lucchi.
Era novembre. Già fioccava a pelo di gatto. Una coltre di neve soffice copriva il sentiero, mentre lei saliva a trovare la zia. Un silenzio piú vasto del solito. Le faceva piacere camminare nella caligine del mattino. In un varco di nebbia ogni tanto occhieggiava il lumino lontano dell’ultimo villaggio della valle. Il canlupo sempre dietro a lei.
Dapprima vide il campanile, alto sopra i boschi. Poi la casa, un po’ discosta dalle altre. Salí i gradini della scaletta di pietra, bussò. Le aprí una donna sconosciuta che le spiattellò in faccia:
«Tua zia l’è morta e sepolta da due settimane».
La ragazza però non intese; anzi, cominciò a far la riverenza, come per ringraziare. Finché si ritrovò seduta sui gradini, con le braccia intorno al collo del canlupo. La porta chiusa sprangata; di fianco a lei stava una cassetta di sbarlafusi appartenuta alla vecchia Gnetta: tutta la sua eredità. Quando finalmente intese, scese stranita gli scalini insieme alla bestia.
Corse col canlupo attraverso la neve profonda. Solo quando fu in mezzo al bosco, si acquietò. In pace, mentre il suo silenzio interno si fondeva col bianco della neve. Il canlupo le leccò le mani per compatirla. Camminò in fretta, la bestia sempre trotterellando al suo fianco e ficcando il naso tra i cespugli carichi di neve. Il pomeriggio intorno a lei era tranquillo.
Giunse in vista del Paese Piccolo, il cammino le aveva messo una gran fame. Incrociò un ragazzo che, aggrottando le sopracciglia, le gridò qualcosa che però lei non capí. Avanti, avanti, un passo dietro l’altro, affondando nella neve. Sul motto che dominava il gruppo di case che si stringevano intorno alla chiesa, si fermò presa da un’insolita paura. In basso, vicino ai fienili del Rosualdo, dove fin dai tempi di Adamo si tenevano le riunioni, si affollava la gente: pugni rabbiosi si sollevavano sopra le teste e gli stivali dei pastori calpestavano un picia-pucia di neve e fango; il vapore denso delle respirazioni aleggiava sulla folla. Dal lato opposto stava un gruppo di soldati stranieri; due di loro tenevano per le braccia l’Emiliona, la locandiera del paese.
Era successo che un soldato l’aveva accusata di avergli ripulito le tasche. La gente gridava:
«Confessa, troia! Sempre hai venduto la micca scrocca, ma derubare un soldato è davvero troppo!»
L’Emiliona confessò cupamente che sí era colpevole, sputando sulla neve il sangue delle bastonate ricevute.
«Ammazzarla, ci vuole, quella figlia di cagna», urlavano le donne, che ce l’avevano con lei perché oltre al vino l’Emiliona vendeva ai loro mariti anche altri favori di porcheria di cui la decenza è solita tacere.
Comparve il Rosualdo. Era il capo della comunità: ché, siccome avareggiava alla grande, possedeva le stalle e gli ovili di mezza valle. Tagliò il frastuono con la mano orizzontale e tutti si tacitarono di colpo. Alto una testa piú degli altri e forte come un toro; ma piú che altro tutti lo temevano per la lingua tagliente e il cuore di sasso. Un uomo senza angelo custode: gli altri, come acqua li beveva, come erba li calpestava; ché chi fa e guasta diventa maestro. Disse:
«Ammazzarla non se ne parla nemmeno. Primo, perché penso che l’Emiliona abbia imparato l’antifona e non ripeterà piú quello che ha fatto; secondo, non ci conviene consegnarla a questi soldati: in fondo qui in valle fa il suo bel servizio».
Poi, infilando tre volte l’indice destro nella sinistra chiusa a pugno, fece un gesto sconcio. Quindi riprese fiato guardando verso il motto da dove in quel momento l’Anna scendeva verso il villaggio. La seguí per un attimo a occhi socchiusi, mentre sul viso gli si disegnava una smorfia volpina; poi continuò:
«Comunque son d’accordo con voi che non si può lasciare passare liscia una faccenda simile: ogni delitto va punito severamente e, per distogliere la gente cattiva dall’idea di ripetere un furto, non c’è che la morte. Il peccato si uccide insieme al peccatore: come esempio e perpetuo timore di chi ci voglia riprovare».
Tutti intorno a lui assentirono con la testa, nella maggiore sospensione.
«Tanto piú che bisogna dare soddisfazione agli offesi»,
aggiunse il Rosualdo, accennando ai soldati foresti che formavano un cerchio intorno a loro. Poi proseguí:
«C’è però da considerare un altro lato della questione: di puttane ne abbiamo una sola, mentre di pecoraie o canestraie ne abbiamo tante. È piú facile per questo scopo rinunziare a una di loro piuttosto che all’Emiliona».
Nel dire questo additò l’Anna che aveva ormai raggiunto il gruppo. E rise:
«Batt i pàgn, fœra la stría...»
Lo pensarono tutti: era orfana, disgraziata, buona soltanto da fà la zuppa. Nessuno l’avrebbe pianta. Non ci voleva la zingara per indovinarle la sorte.
Detto fatto, tutti si adeguarono al parere del Rosualdo. A nessuno venne in mente di discutere la sua proposta: era la colpevole che ci voleva, perché la comunità aveva bisogno della sua colpa.
Giusto in quel momento l’Anna era arrivata allo spiazzo davanti ai fienili, dove la gente stava radunata. La ragazza si accorse che tutti la guardavano truci. Sorrise voltandosi a dritta e a manca, ma i visi di tutti continuarono a fissarla allo stesso modo.
Il Rosualdo le puntò l’indice contro:
«Rassègnati, tanto non puoi farci niente lo stesso».
E tutti fecero coro.
Però lei non sentiva. Si meravigliò delle braccia tese da tutte le parti a brancicarla per le vesti. Cercò di serrarsi nel suo scialletto, ma glielo strapparono via. Si agitò senza comprendere, mentre la folla la trascinava fuori dal villaggio. Il canlupo abbaiava, rizzando il pelo; lo presero a pedate.
L’Anna vedeva le bocche che si aprivano in smorfie paurose e orrende; si lasciava trascinare con impaccio. Camminarono nella neve intatta dell’ultimo prato prima del burrone. Davanti i bambini curiosi, dietro i vecchi zoppicando sul bastone. I soldati foresti seguivano a breve distanza il gruppo di paesani vocianti e osservavano la scena, impassibili.
La spinsero sotto il noce. Siccome il canlupo le girava intorno spaventato, lei si chinò a carezzargli il capo. Era l’ultimo prato prima dell’orrido. Veniva sera, il cielo fiammeggiava rosso. L’Anna aspirò l’aria fredda, sentí la neve bruciarle le caviglie ché nel camminare, a furia di spintoni, aveva perduto le zoccole. Sentiva l’odore dei fiati intorno a lei, acidi di vino rabbia e paura. Il sorriso le si spense in bocca quando incontrò lo sguardo del Rosualdo. Chi sa se comprese il suo destino. Giunse le mani, intorno a lei il silenzio era totale, puro come il bianco della valle.
I paesani la circondavano con il braccio alzato, una pietra in ciascun pugno. A lei parve un cerchio di mostri. Il primo sasso la colpí alla spalla e ruzzolò pesantemente ai suoi piedi. Volse gli occhi increduli a chi aveva tirato. Si accorse che il canlupo aveva il pelo ritto, slungò il braccio per raggiungerlo. Poi non guardò piú. Cadde. Morse la neve, ci affondò il viso. Il sangue si raffreddò in fretta sull’erba gelata. Presto ci fu un cumulo di pietre sopra il cadavere. Un grande mucchio, quasi che tutta la comunità volesse assicurarsi che il suo corpo non potesse scapparsene via e svanire nel crepuscolo del mondo.
Il cielo si scuriva; si accesero le torce. Una vecchia appese a un ramo del noce lo scialletto nero che aveva strappato alla ragazza. Dal bosco, dove il canlupo era fuggito quando la sassaiola era cominciata, si levò un ululato minaccioso, che fece rizzare i capelli a tutti. Le donne si segnarono, una vecchia disse:
«Il sangue chiama il cielo».





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Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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