Il Profumo delle Foglie di Limone - Clara Sanchez

>> sabato 19 gennaio 2013

Miracoli dell'effetto placebo. Questo in sintesi un libro che ha tutte le premesse per essere molto interessante ma che rimane nell'ambito del leggibile/scorrevole. L'idea della caccia ai criminali nazisti che cercano di nascondersi nell'anonimato di tranquilli pensionati è interessante come anche quella dell'inedita coppia di detective costituita da un ottantenne ex reduce di un campo di concentramento e della giovane incinta che decide di vivere da sola la sua maternità. Ma la storia è poi disseminata di vicende poco credibili e di trame non sviluppate che lasciano interdetti. L'elisir di lunga vita e la vitalità dei nonnetti, l'adesione della protagonista alla setta, l'interesse degli aguzzini per il nascituro, il personaggio dell'Anguilla, ... è tutto lasciato lì, non spiegato, non approfondito. Anche sull'olocausto si poteva magari andare più a fondo nelle dinamiche che legavano vittime e carnefici  a tutto vantaggio dei giovani che si avvicinano al tema leggendo proprio questo libro. Un occasione persa. Interessante comunque le considerazioni sugli anziani e il gioco psicologico che il protagonista attua nei confronti di uno dei suoi avversari per spingerlo alla pazzia: ne riporto di seguito le parti più significative.
 Io ho "letto" la versione in audiolibro che consiglio perchè le voci dei due protagonisti sono rese alla perfezione dai due interpreti.

Non dovevo più pensare alla strategia da seguire e ai passi da fare, il piano si stava creando da solo. A poco a poco, intorno a me si era andato costruendo un mondo invisibile alle altre persone, un mondo in cui io avevo qualcosa da dire e da fare. Così, non appena ebbi portato a termine la commissione per Sandra e salii in macchina, sapevo già cosa dovevo fare.
Dovevo tornare alla barca del Macellaio: in quel momento stava sicuramente facendo la spesa o era uscito a fare due passi. La sua era l’unica abitazione accessibile tra quelle dei membri della Confraternita, probabilmente perché aveva vissuto molti anni senza che gli succedesse niente e non aveva niente di cui diffidare. Passare inosservato, camuffarsi, essere uno dei tanti, non avere apparentemente nulla da nascondere, per lui era più sicuro che circondarsi di muri e di vigilanza. Eppure, improvvisamente, una saponetta in meno, un fiore in meno, un coltello in meno. Chi saliva su una barca per rubare queste
cose? Poteva pensare solo a una sua disattenzione. 
Rimasi in calzini per scendere le scale. Tutto era esattamente come l’ultima volta. Quell’organizzazione maniacale gli dava un’impressione di stabilità, gli faceva pensare che nel suo piccolo mondo niente potesse cambiare. Lo capivo perché a me accadeva lo stesso. Se mettevo gli occhiali in una tasca diversa dal solito, mi confondevo. Così rimisi di nuovo la saponetta e il coltello al loro posto e i fiori non li toccai. Poi presi dagli scaffali quanti più quaderni riempiti dal pugno di Heim potevo prendere. Uscii, mi misi le scarpe e aspettai che tornasse, seduto su una panchina di fronte. Entrò con le sue gambe forti e muscolose e lo sguardo basso e scese nel recinto sacro. Avevo freddo ma aspettai di vederlo salire di nuovo in coperta.
Fece qualche passo qua e là, poi scese un’altra volta. Nei catamarani ormeggiati ai lati non c’era nessuno a cui chiedere se fossero saliti sulla sua barca. E perché qualcuno sarebbe dovuto salire per fare quella stupidaggine? Sarebbe stato prudente, si sarebbe detto che forse non aveva visto bene, che aveva pensato mancasse qualcosa che in realtà non mancava. Decise di tornare dentro. Quando uscì di nuovo perlustrò il pavimento della coperta come doveva aver ispezionato le scalette e l’interno. E a un certo punto scosse la testa, come a dire a sé stesso che si trattava di una sciocchezza e che non valeva più la pena di pensarci.
Il giorno dopo, però, prima del mio appuntamento con Sandra, nell’orario in cui lui di solito usciva per andare in pescheria o per fare un giro sulla terraferma, rimase in barca.
Sicuramente voleva vedere se qualcosa si spostava, spariva o saltava fuori mentre lui era lì.
Il seme dell’insicurezza era stata gettato, ora bisognava solo aspettare che crescesse. Ero certo che avrebbe iniziato a fare quello che avrei fatto io. A innaffiare la pianta del sospetto ci avrebbe pensato lui. Un giorno sì e uno no passavo di là, non volevo perdere di vista il Macellaio. Mi faceva male vederlo e allo stesso tempo non riuscivo a smettere di guardarlo mentre era impegnato nelle sue faccende quotidiane, per esempio pulire la sua amata coperta, come un tempo aveva svolto altre faccende quotidiane, per esempio uccidere esseri umani, con la stessa cura e organizzazione.
Quando Sandra entrava in quel bunker che era Villa Sol non avevamo più modo di comunicare, per cui non sapevo quando avrei potuto tranquillizzarla dicendole che l’inquilino stava bene e che per quanto pazzi potessero essere non si sarebbero giocati tutto per un capriccio di Karin. Per raccontarci le novità dovevamo aspettare di vederci un giorno sì e un giorno no al Faro alle quattro del pomeriggio, a meno che Sandra non riuscisse a lasciarmi un messaggio in albergo o nella nostra «cassetta» del Faro o che io mi facessi vedere quando scendeva in paese per portare Karin in palestra. L’aspetto positivo del nostro essere animali abitudinari è che finiamo per avere orari più o meno fissi. Io stesso, nonostante il tipo di vita che stavo conducendo negli ultimi tempi, nonostante non dovessi rendere conto a nessuno e dovessi approfittare di qualunque opportunità mi si presentasse per proseguire le mie indagini sulla Confraternita, non potevo far altro che prendermi una pausa a metà giornata per riposarmi e andare a dormire presto la sera.
[...]
“Salva, se mi avessi visto salire e scendere placidamente dalla barca di Heim. Salva, se potessi vedere tutto questo”, pensavo davanti allo spettacolo di Heim, il Macellaio, che stava impazzendo.
Sapevo cosa provava, perché di tutto il fango della vecchiaia in cui uno finisce per rigirarsi, la perdita della memoria era quello che più mi sconvolgeva. E per quanto diversi fossimo io e Heim, su questo punto potevamo assomigliarci. Prima furono la saponetta, il fiorellino nel vaso e il coltello. Sparirono e poi ricomparvero, il che, per un uomo così metodico, abituato a organizzare al millimetro il mondo che lo circondava, dovette essere piuttosto inquietante.
E adesso i quaderni in cui annotava le sue efferatezze a Mauthausen.
“Dove posso averli messi?” si stava certamente domandando. “Perché dovrei averli tolti dalle mensole in cui erano nascosti, camuffati fra i libri normali?” Che fosse salito qualcuno in barca? No, non era salito nessuno, e se anche l’avessero fatto avrebbero dovuto sapere fin troppo bene cosa cercare. E in quel caso il fatto che avessero rubato i quaderni non avrebbe mai spiegato la sensazione di aver perso e ritrovato il coltello.
Sicuramente doveva aver pensato alla possibilità di cambiare posto ai quaderni.
E se avesse finito per farlo e per dimenticarsene?
Fu un martedì mattina: il tempo era bello, anche se non abbastanza caldo da potersi mettere i pantaloni corti.
Quel giorno mi dedicai a contemplare Heim che portava in coperta praticamente tutto quello che c’era giù. La riempì di libri, asciugamani, lenzuola, pentole, altri quaderni con la sovraccoperta di tela nera che io non avevo trovato. Saliva e scendeva. Alla fine si sedette sulla sdraio pieghevole su cui dormicchiava dopo pranzo per controllare quegli oggetti uno a uno e catalogarli su un altro quaderno con la copertina di tela nera. Di tanto in tanto si prendeva la testa fra le enormi mani e poi andava avanti con l’ispezione. A mano a mano che segnava, scendeva per rimettere l’oggetto in questione al suo posto. Andò avanti così per diversi giorni, mattina e pomeriggio. Io lo osservavo di tanto in tanto, un po’ la mattina e un po’ al pomeriggio, gustandomi un buon caffè espresso nel bar di fronte e pensando a Salva e a cosa avrei dato perché fosse con me in quel momento. Ero stato tentato di raccontarlo a Sandra, ma pensai che fosse meglio per lei non sapere. Fin quando l’ultimo giorno, dopo aver tirato fuori e inventariato le sue cose diverse volte ed essere giunto alla terribile conclusione che il conteggio non quadrava, lo vidi scendere con passo deciso dalla barca e andare verso il garage dove teneva la sua imponente Mercedes nera.
Lo aspettai.
Il muso della macchina uscì lentamente dal garage. Guardava di fronte a sé senza battere ciglio, il viso sembrava di pietra sotto il berretto. Non era difficile seguirlo. Nonostante la macchina potentissima che aveva a disposizione, i suoi riflessi erano peggiori dei miei ed erano ulteriormente rallentati dall’insicurezza che era affiorata in lui.
“Figlio di puttana”, pensai, “mi auguro che arrivi a sentirti un essere inutile, a pensare che la tua vita non valga la pena di essere vissuta e a provare sulla tua pelle quello che hai fatto agli altri.” 
[...]
La vita è sorprendente.
Era l’unica certezza di cui avevo fatto tesoro con il passare degli anni. La vita era crudele e sorprendente, monotona e sorprendente, meravigliosa e sorprendente. Adesso le toccava essere solo sorprendente.
Successe quando tornai in camera dopo aver sorvegliato la Stella e i movimenti di Heim in coperta. Tornavo contento perché ogni giorno che passava lo trovavo sempre peggio. Saliva e scendeva in cabina disorientato. Dopo pranzo non faceva più un riposino come prima, e quando se ne andava al mercato per comprare il pesce che tanto gli piaceva tornava indietro almeno due volte a controllare che fosse tutto ben chiuso. Si guardava intorno come se qualcuno lo stesse sorvegliando, il che d’altronde non era molto lontano dalla realtà, e l’ultima volta che aveva portato fuori la sua enorme Mercedes dal parcheggio aveva rigato la fiancata. Forse stava andando da Sebastian a piagnucolare e a chiedergli altre iniezioni. Quello che probabilmente non gli avrebbe detto è che sospettava di essere stato scoperto, perché se avessero scoperto lui avrebbero scoperto anche gli altri e questo avrebbe comportato un problema per tutto il gruppo. Né perdere la memoria né essere scoperto era un bene, e non mi meravigliava che avesse rigato la sua imponente armatura, quella che si metteva quando andava a fare visita agli altri angeli caduti.
[...]
Intanto, mentre si avvicinava il giorno in cui quella lettera sarebbe stata spedita, mi dedicai a far impazzire Heim. Sapevo come farlo, me lo avevano insegnato loro.

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Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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