Grey - E.L.James

>> domenica 23 agosto 2015

Bella idea quella di scrivere lo stesso romanzo dal punto di vista dell'altro protagonista soprattutto se si tratta di un'anima nera, un sadico dominatore, maniaco del controllo. Non vedi l'ora di immergerti nella sua visione distorta della realtà, leggere le motivazioni dietro i suoi gesti, il perchè sia diventato così. O almeno queste erano le mie attese, peccato che il tutto si sia risolto in nulla, il libro è un'operazione commerciale pura e semplice peggiore del precedente. I pensieri di Christian sono banali e il suo alter ego, o vocina interiore, è ridicola: assomiglia al Goblin che parla al Willem Dafoe del primo Spiderman e gli dice cosa deve fare. 
Ho in mente due grandi esempi scritti dal punto di vista di protagonisti negativi: uno è Lolita del grande Nabokov e l'altro è Le Benevole di Jonathan Littell. In entrambi i casi i protagonisti sembrano due persone reali perchè, deviazioni a parte, fanno valutazioni e riflessioni condivisibili da chiunque. Ed è quest'area grigia, questo sfumato tra bianco e nero a renderli a loro modo umani. Proprio ciò che non si trova in questo romanzo.

«La storia del possesso è solo una questione di terminologia, e si riconduce sempre al principio dell’obbedienza. Serve a metterti nel giusto stato mentale, a farti capire quello che desidero. Devi sapere che non appena varchi la mia soglia per essere la mia Sottomessa, io farò di te quello che voglio. Devi accettarlo, e desiderarlo. Per questo devi fidarti di me. Ti scoperò in qualsiasi momento, in qualsiasi modo, in qualsiasi luogo ne avrò voglia. Ti punirò quando mi ostacolerai. Ti addestrerò a compiacermi.»
[...]
Passiamo al punto successivo della sua lista di obiezioni: clausola 15. Respiro a fondo. «Disciplina. C’è una linea molto sottile tra piacere e dolore, Anastasia. Sono due facce della stessa medaglia, e uno non può esistere senza l’altro. Posso mostrarti quanto può essere piacevole il dolore. Ora non mi credi, ma è questo che intendo per fiducia. Ti farai male, ma niente che tu non riesca a sopportare.» Non potrò sottolinearlo mai abbastanza. «Ancora una volta, è una questione di fiducia. Ti fidi di me, Ana?»
[...]
«Se fossi la mia Sottomessa, non dovresti pensarci. Sarebbe facile. Tutte quelle decisioni… tutto lo sfiancante processo mentale che ci sta dietro. Tutte quelle domande: “È la cosa giusta da fare? È bene che succeda qui? È bene che succeda adesso?”. Non dovresti preoccuparti di nessun dettaglio. Spetterebbe tutto quanto a me, come tuo Dominatore. E in questo preciso momento, so che tu mi vuoi, Anastasia.»
[...]
Il suo sussulto è musica per il mio membro. «Poi scoperemo» sussurro «e, se sei ancora sveglia, ti darò qualche informazione sugli anni della mia infanzia. Va bene?»
[...]
«Voglio un bicchiere d’acqua. Vai a prendermene uno, per favore. E quando torni, ti sculaccio. Ricordatelo, Anastasia.
[...]
È stata una mattinata interessante. Abbiamo lasciato Boeing Field alle 11.30 ora solare del Pacifico. Stephan vola con il suo primo ufficiale, Jill Beighley. Stiamo per atterrare in Georgia, quando sono le 19.30 ora solare degli Stati Uniti orientali.
Bill è riuscito a organizzare una riunione con l’Ente di riqualificazione delle aree industriali dismesse di Savannah per domani, così potrei incontrarli per un drink stasera. Quindi, se Anastasia è occupata a fare altro, o se non vuole vedermi, il viaggio non sarà un completo spreco di tempo.
“Sì, sì… raccóntatela giusta, Grey.”
Taylor si è unito a me per un pranzo leggero e adesso è intento a riordinare un mucchio di scartoffie, mentre io ho un sacco di roba da leggere.
Mi rimane ancora da risolvere una sola parte dell’equazione: come fare per incontrare Ana. Vedrò come va una volta arrivato a Savannah. Spero in qualche ispirazione durante il volo.
Mi passo una mano tra i capelli, e per la prima volta dopo tanto tempo mi appoggio all’indietro e sonnecchio, mentre il G550 viaggia a velocità di crociera a 9000 metri, diretto all’aeroporto internazionale Hilton Head di Savannah. Il ronzio dei motori è rilassante, e io sono stanco, tanto stanco.
“Devono essere gli incubi, Grey.”
Non so perché sono peggiori, in questo momento. Chiudo gli occhi.

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50 Sfumature di Grigio - E.L.James

>> lunedì 17 agosto 2015


Sono rimasto molto incuriosito dal successo della trilogia che ha scalzato dalla vetta delle classifiche inglesi la J.K.Rowling e il suo Harry Potter. Le milioni di copie vendute a livello mondiale testimoniano un'attenzione per nulla virtuale che si è tramutata in guadagni stratosferici per l'autrice e tutta la macchina organizzativa che ne è alle spalle. Leggendo le critiche qua e là si nota che il pubblico dei lettori è praticamente diviso a metà tra gli entusiasti e i detrattori anche se tutti sono comunque concordi che il valore letterario è basso. Molti la ritengono un'operazione commerciale perfettamente riuscita. Ho letto il primo della serie proprio per farmene un'idea e ho intenzione di leggere Grey perchè è la stessa storia narrata dalla prospettiva dell'altro protagonista. 
Che dire di questo best seller? Se nel marketing tradizionale i fondamenti sono sintetizzabili in 4 P (Prezzo, prodotto, promozione, punto vendita) in questo prodotto letterario credo vadano inaugurate le 4 S come condizione sine qua non per raggiungere milioni di lettori.

Semplicità
Il libro scorre benissimo e il linguaggio è estremamente lineare. La lettura si presta perfettamente a momenti di evasione e poco impegnativi (spiaggia)

Semplicismo
In un mondo già di per sè complicato perchè complicarsi ulteriormente la vita? L'autrice usa temi collaudati oltremodo sperimentati (il principe azzurro, pretty woman,...). Non c'è introspezione psicologica dei personaggi e la superficialità regna ovunque. Tutto l'universo delle sensazioni che si provano quando si è innamorati è liquidato con "farfallio nella pancia". L'attrazione che lei prova per lui deriva dal fatto che è bello, bellissimo, la camicia scende bene sui fianchi, ... il tutto ripetuto fino alla noia. Lui invece è attratto da lei quando si morde il labbro. Magari l'intento dell'autrice era quello di dare un accenno e lasciare che il lettore immaginasse il resto. Da questo punto di vista è un libro fortemente creativo ;-)

Sogni
Nei sogni succede di tutto e si è completamente svicolati da ciò che può essere umanamente credibile. Ed è così che in questa favola moderna i personaggi sono immaginari ben oltre quello che è il confine accettabile. Il tutto comunque in funzione di ciò che ognuno desidererebbe essere ed avere. Lui è la quintessenza dell'aspirazionale: giovane, bello, ricco (a 27 anni è proprietario di un impero con 40mila addetti che non ha ricevuto in eredità ma ha creato da solo), esperto guidatore di alianti ed elicotteri, profondo e raffinato conoscitore di musica classica, nonchè pianista provetto, dotato di tanto tempo libero, instancabile ed esperto amatore, generoso, premuroso, attento alle esigenze della sua compagna che ricopre di soprese e regali, leggermente tormentato, adottato, ha avuto un'infanzia difficile. Lei 21 anni, prossima alla laurea, semplice, un po' goffa e imbranata, arrossisce facilmente, illibata e poco esperta nelle relazioni con gli uomini ma intelligente ed arguta, capace di tener testa a lui e di farlo innamorare. Almeno è quello che crede lei: lui in più di un occasione indica il tipo di rapporto che desidera e le fa firmare un contratto in cui chiede, nero su bianco, la sua completa sottomissione.

Sesso
E' la parte che ha alimentato il passaparola e ne ha decretato il successo planetario. A livello marketing sono stati molto bravi nel giocare sulla componente sadomasochistica creando un'attesa che porta a ben poca cosa: una stanza dedicata usata pochissimo e pratiche che si limitano alla legatura dei polsi e qualche sculacciata. La parte più furba è invece quella che ci si ritrova quando vengono descritti i rapporti tra i due e che evidenzia ciò che solletica il desiderio delle donne: tutte le operazioni preliminari che portano all'eccitazione prima di arrivare al dunque. A quale donna non piacerebbe essere amata così? E quante invece hanno a che fare con compagni frettolosi ed egoistici? In entrambi i casi il libro pesca in un bacino di utenza enorme.

Al termine della lettura mi sono venute in mente altre due considerazioni:
alle donne piacciono i "cattivi". I bravi ragazzi sono noiosi, prevedibili, anonimi, non suscitano fantasie e hanno qualità irrilevanti per far nascere una passione;
alle donne piace soffrire: sono convinte di poter cambiare il loro partner (che come dicevamo prima è "cattivo") e in questo sono disponibili ad accettare ogni tipo di umiliazione.


«Lei è molto giovane per aver creato un simile impero. A che cosa deve il suo successo?» Lo guardo: ha un sorriso tranquillo, ma sembra vagamente seccato. «Il mondo degli affari ruota intorno alle persone, Miss Steele, e io sono molto bravo a giudicarle. So come agiscono, che cosa le fa crescere e che cosa no, che cosa le stimola e come incentivarle. Mi avvalgo di una squadra eccezionale, che ricompenso bene.» Fa una pausa e mi fissa con i suoi occhi grigi. «Sono convinto che, per raggiungere il successo in qualsiasi settore, si debba diventare padroni di quel settore, conoscerlo da ogni punto di vista, nei minimi dettagli. Io lavoro sodo, molto sodo, per riuscirci. Prendo decisioni basate sulla logica e sui fatti. Ho un istinto naturale che mi porta a individuare e a far crescere un’idea buona e solida con gente valida. La morale è che è sempre una questione di gente valida». «Forse ha solo avuto fortuna.» La battuta non è sulla lista di Kate, ma il personaggio è troppo arrogante. Lui sbarra gli occhi, sorpreso. «Non mi sottometto alla fortuna o al caso, Miss Steele. Più mi impegno nel lavoro più sembro fortunato. È questione di avere le persone giuste nella propria squadra e di saperne guidare le energie al meglio. Mi pare che sia stato Harvey Firestone a dire: “La crescita e lo sviluppo delle persone è la vocazione più nobile della leadership”.» «Lei sembra un maniaco del controllo.» Le parole mi escono di bocca prima che riesca a fermarle. «Oh, io esercito il controllo su tutto, Miss Steele» dice, senza traccia di ironia. Lo guardo negli occhi, e lui regge il mio sguardo, impassibile. Il mio cuore accelera i battiti, e io arrossisco di nuovo. Perché quest’uomo ha un effetto così inquietante su di me? Sarà la sua bellezza travolgente? Il modo in cui mi fulmina con gli occhi? Il modo in cui si accarezza il labbro inferiore con il dito? Quanto vorrei che smettesse di farlo. «Inoltre, se nelle proprie fantasie segrete ci si convince di essere nati per dominare, si acquista un potere immenso» continua, con la voce vellutata. «Lei pensa di avere un potere immenso?» “Maniaco del controllo.” «Ho più di quarantamila persone alle mie dipendenze, Miss Steele. Questo mi dà un certo senso di responsabilità… di potere, se preferisce. Se io dovessi decidere che il settore delle telecomunicazioni non mi interessa più e che voglio vendere, ventimila persone faticherebbero a pagare il mutuo dopo un mese o poco più.» Lo guardo a bocca aperta. Sono sconcertata dalla sua mancanza di umiltà. «Non ha un consiglio di amministrazione a cui rispondere?» chiedo, disgustata. «La società è di mia proprietà. Non devo rispondere a nessun consiglio.» Alza un sopracciglio. Naturalmente avrei dovuto saperlo, se solo avessi fatto qualche ricerca. Ma, accidenti, è così arrogante! Cambio strategia.  «E ha qualche interesse, al di fuori del lavoro?» «Ho interessi molto vari, Miss Steele.» L’ombra di un sorriso gli sfiora le labbra. «Molto vari.» Per qualche ragione, il suo sguardo penetrante mi confonde. Nei suoi occhi luccica un pensiero perverso. «Che cosa fa per rilassarsi?» «Rilassarmi?» Sorride, rivelando denti bianchissimi. Rimango senza fiato. È davvero bellissimo. Nessuno dovrebbe essere così attraente. «Be’, per “rilassarmi”, come dice lei, vado in barca, volo, pratico diversi sport.» Si muove sulla poltrona. «Sono molto ricco, Miss Steele, e ho passatempi costosi e impegnativi.» Lancio una rapida occhiata alle domande di Kate, ansiosa di cambiare argomento. «Lei investe nell’attività industriale. Perché, esattamente?» chiedo. Come mai quest’uomo mi mette così a disagio? «Mi piacciono le cose. Mi piace sapere come funzionano: quali sono i loro ingranaggi, come costruirle e smontarle. E ho una passione per le navi. Cosa posso dire?» «Sembra che sia il suo cuore a parlare, più che la logica e i fatti.» Lui storce la bocca e mi soppesa con lo sguardo. «È possibile. Anche se certe persone direbbero che ionon ho un cuore.»

[…]

Gli lancio un’occhiata di sottecchi mentre si mette in coda, in attesa di essere servito. Potrei stare tutto il giorno a guardarlo… È alto, slanciato, con le spalle forti… e il modo in cui i pantaloni gli cadono sui fianchi… Una o due volte si passa le dita tra i capelli, che adesso sono asciutti ma sempre scarmigliati. Mmh… quanto vorrei farlo io. Mi mordo il labbro e abbasso gli occhi, perché non mi piace la direzione che stanno prendendo i miei imprevedibili, imbarazzanti pensieri. «A cosa sta pensando?» Grey è accanto a me, e mi coglie di sorpresa. Divento paonazza. “Stavo pensando di accarezzare i tuoi capelli e mi chiedevo se al tatto fossero morbidi come sembrano.” Scuoto la testa. Lui ha portato un vassoio, che posa sul piccolo tavolo rotondo. Mi porge una tazza sul piattino, una piccola teiera e, a parte, un secondo piattino con una bustina di tè su cui c’è scritto TWININGS ENGLISH BREAKFAST: la mia marca preferita. Per sé ha preso una tazza di caffè macchiato con un grazioso motivo di foglie disegnato sul latte. Ha ordinato anche un muffin ai mirtilli. Dopo aver scostato il vassoio, si siede di fronte a me. Sembra così sicuro di sé, così tranquillo, così a suo agio nel proprio corpo, che mi fa invidia. Io sono maldestra e scoordinata, a stento capace di andare dal punto A al punto B senza cadere lunga distesa. «A cosa sta pensando?» ripete. «Questo è il mio tè preferito.» La mia voce è bassa, ansimante. Non riesco proprio a credere di essere seduta davanti a Christian Grey in una caffetteria di Portland. Capisce che gli sto nascondendo qualcosa. Immergo la bustina nella teiera e quasi subito la ripesco con il cucchiaino. Mentre la poso sul piatto, lui china la testa e mi guarda con aria interrogativa. «Mi piace che il tè sia leggero» mormoro a mo’ dispiegazione.

[…]

«Ha una fidanzata?» mi lascio sfuggire. Cavolo…  “Non l’avrò detto a voce alta?”  Lui mi guarda, con un mezzo sorriso.  «No, Anastasia. Non sono un tipo da fidanzate»  risponde sommessamente.  Ah… “E questo cosa vorrebbe dire? Non è gay. Oh,  forse sì… merda!” Deve avermi mentito durante  l’intervista. Per un attimo, mi illudo che prosegua  dando qualche spiegazione, qualche indizio per  decifrare la sua criptica affermazione, invece no. Devo  andarmene. Devo cercare di raccogliere le idee. Devo  allontanarmi da lui. Faccio qualche passo precipitoso e  inciampo in mezzo alla strada.  «Maledizione, Ana!» urla Grey. Mi afferra così forte  per la mano che gli vado a sbattere addosso, proprio  mentre un ciclista in contromano ci supera in un  lampo, mancandomi per un soffio.  Succede tutto così in fretta… un attimo prima sto  cadendo, l’attimo dopo mi ritrovo tra le sue braccia e  lui mi stringe forte al petto. Respiro il suo profumo  fresco e intenso. Odora di biancheria pulita e di  qualche costoso sapone. È inebriante.  «Tutto bene?» mormora. Con un braccio mi tiene  stretta a sé, mentre con le dita dell’altra mano mi  accarezza dolcemente il viso, tastandomi con  delicatezza, esplorandomi. Con il pollice, mi sfiora il  labbro inferiore, e sento il suo respiro spezzarsi. Mi sta  guardando negli occhi, e io reggo il suo sguardo  ardente per un attimo, o forse a lungo… ma alla fine, la  mia attenzione è attratta dalla sua splendida bocca.  “Oddio.” Per la prima volta in ventun anni, ho voglia di  essere baciata. Ho voglia di sentire quella bocca sulla  mia. 
“Baciami, dannazione!” lo imploro, ma non riesco a  muovermi. Sono paralizzata da un bisogno  sconosciuto, completamente ammaliata. Sto fissando,  ipnotizzata, la bocca perfettamente scolpita di  Christian Grey, e lui mi guarda con gli occhi socchiusi,  lo sguardo torbido. Ha un respiro più pesante del  solito, mentre io ho smesso del tutto di respirare.  “Sono tra le tue braccia. Baciami, ti prego.” Lui  abbassa le palpebre, respira a fondo, e scuote piano la  testa come in risposta alla mia muta richiesta. Quando  riapre gli occhi, sembra avere una nuova, incrollabile  convinzione.  «Anastasia, dovresti stare alla larga da me. Non sono  l’uomo per te» mormora, passando al tu. “Cosa?  Perché mai dice una cosa del genere?” Semmai, dovrei  essere io a giudicare. Lo guardo di traverso, confusa  dal suo rifiuto.  «Respira, Anastasia, respira. Adesso ti aiuto a  rimetterti in sesto e ti lascio andare» dice piano, e si  stacca con dolcezza.  Una scarica di adrenalina mi ha attraversato il corpo,  per lo scontro mancato con il ciclista o per l’inebriante  vicinanza di Christian, lasciandomi debole e stordita.  “No!” urla la mia vocina interiore quando lui si  allontana, lasciandomi a secco. Mi tiene le mani sulle  spalle, studiando le mie reazioni. E l’unica cosa a cui  riesco a pensare è che volevo essere baciata, mi si  leggeva in faccia, e lui non l’ha fatto. “Non mi vuole.  Ho mandato a puttane il nostro appuntamento, non  c’è dubbio.”  «Ho capito» mormoro, recuperando la voce.  «Grazie» sussurro umiliata. Come ho potuto  fraintendere fino a questo punto quel che c’era tra noi?  Devo andarmene subito.  «Per cosa?» chiede, senza togliermi le mani dalle  spalle.  «Per avermi salvata» mormoro.  «Quell’idiota stava andando contromano. Meno male  che c’ero io. Mi vengono i brividi se penso a cosa  poteva succederti. Vuoi entrare un attimo nell’hotel e  sederti?» Lascia cadere le braccia lungo i fianchi, e io,  in piedi di fronte a lui, mi sento una stupida.  Scuoto la testa per schiarirmi le idee. Voglio solo  andarmene. Tutte le mie vaghe, inespresse speranze  sono state distrutte. Lui non mi vuole. “Cosa ti eri  messa in testa?” mi rimprovero. “Cosa potrebbe volere  da te uno come Christian Grey?” mi sbeffeggia la  vocina interiore. Mi circondo con le braccia e mi giro  verso la strada, notando con sollievo che è apparso il  verde. Mi affretto ad attraversare, sapendo che Grey è  dietro di me. Davanti all’hotel, mi giro un attimo verso  di lui, ma non riesco a guardarlo negli occhi.  «Grazie per il tè, e per le foto» mormoro.  «Anastasia… io…» Si interrompe, e il suo tono  angosciato reclama la mia attenzione, quindi,  riluttante, lo guardo. Si sta ravviando i capelli, con uno  sguardo triste. Sembra lacerato, frustrato, la sua  espressione severa, il suo perfetto autocontrollo sono  evaporati.  «Cosa c’è, Christian?» sbotto irritata, dato che non  completa la frase. Voglio solo andarmene via. Ho  bisogno di portare lontano il mio fragile orgoglio ferito  e trovare il modo di curarlo.  «In bocca al lupo per gli esami» sussurra.  “Come???!!!” È per questo che ha un’aria così  desolata? È questa la grande frase d’addio? Un in  bocca al lupo per gli esami?  «Grazie.» Non riesco a mascherare una nota di  sarcasmo. «Addio, Mr Grey.» Giro sui tacchi,  meravigliata di non inciampare, e senza più voltarmi  sparisco lungo il marciapiede, in direzione del  parcheggio sotterraneo.  Una volta al riparo del freddo, buio cemento del  garage, con le sue squallide luci al neon, mi appoggio  al muro e mi prendo la testa tra le mani. Che razza di  idea mi ero fatta? Lacrime inopportune e irrefrenabili  mi salgono agli occhi. “Perché sto piangendo?” Mi  lascio scivolare a terra, furiosa con me stessa per  questa reazione assurda. Mi rannicchio con le  ginocchia al petto. Voglio diventare più piccola  possibile. Forse così anche questo dolore assurdo  diventerà più piccolo. Lascio che le mie irrazionali  lacrime scorrano senza freno. Piango per aver perso  una cosa che non ho mai avuto. “Che stupida.” Piango  per ciò che non c’è mai stato… per le mie speranze e i  miei sogni infranti, per le mie aspettative finite nel  nulla.  Non sono mai stata rifiutata in vita mia. Certo… ero  sempre l’ultima scelta per la squadra di pallacanestro  o di pallavolo, ma questo era comprensibile: correre e  fare qualcos’altro in contemporanea, tipo far  rimbalzare o lanciare una palla, non è pane per i miei  denti.  In campo sentimentale, però, non mi sono mai messa  in gioco. Una vita di insicurezze… Sono troppo pallida,  troppo magra, troppo trasandata, scoordinata, e la  lista potrebbe continuare all’infinito. Quindi sono  sempre stata io a respingere qualsiasi spasimante.  C’era un tipo del corso di chimica che mi veniva dietro,  ma nessuno ha mai suscitato il mio interesse…  nessuno, a parte Christian Grey. Forse dovrei essere  più gentile con Paul Clayton e José Rodriguez, anche  se sono certa che nessuno dei due si è mai ritrovato a  singhiozzare in un angolo buio. Forse ho solo bisogno  di piangere un po’.
[…]
«Ho presentato domanda per alcuni stage. Sto aspettando la risposta.» «L’hai presentata anche alla mia azienda, come ti avevo suggerito?» “Certo che no.” «Mmh… no.» «Cosa c’è che non va nella mia azienda?» «Nella tua azienda o nel capo della tua azienda?» scherzo. «Mi prendi in giro, Miss Steele?» Piega la testa di lato. Mi sembra divertito, ma non ne sono sicura. Non riesco a guardarlo negli occhi quando usa quel tono di voce. «Vorrei essere io a mordere quel labbro» mormora con voce roca. Rimango senza fiato, del tutto inconsapevole del fatto che mi stavo mordendo il labbro inferiore. Credo che sia la cosa più erotica che mi abbiano mai detto… Il mio respiro si fa affannoso. Sono tutta un fremito, senza che lui mi abbia nemmeno toccata. Mi agito nervosamente sulla sedia e incrocio il suo sguardo penetrante. «Perché non lo fai?» lo sfido con calma. «Perché non ho intenzione di toccarti, Anastasia… non prima di aver avuto il tuo consenso scritto.» Le sue labbra accennano un sorriso. “Cosa?” «Che intendi dire?» «Esattamente quello che ho detto.» Sospira e scuote la testa, divertito, ma anche esasperato. «A che ora finisci di lavorare stasera?» 
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Ma quello che domina la stanza è un letto. È più grande di un matrimoniale, un modello a baldacchino con ornate colonnine rococò e la parte superiore piatta. Sembra risalire alla fine del Diciannovesimo secolo. Sotto il drappo vedo scintillare altre catene e manette. Non ci sono lenzuola… solo un materasso coperto di pelle rossa e cuscini di raso rosso ammucchiati su un lato. A qualche metro di distanza c’è un ampio divano Chesterfield rosso scuro, collocato al centro della stanza e rivolto verso il letto. Che strana disposizione… un divano rivolto verso il letto. Sorrido tra me e me: definisco strano proprio il divano, che in realtà è l’arredo più normale della stanza. Alzo gli occhi e guardo il soffitto. Ci sono moschettoni appesi dappertutto. Mi chiedo vagamente a cosa servano. La cosa curiosa è che tutto quel legno, le pareti scure, la luce soffusa e il cuoio rosso rendono la stanza quasi intima e romantica… So che è tutto tranne questo. È la versione di Christian dell’intimità e del romanticismo.
[…]
«Sono un Dominatore.» Il grigio dei suoi occhi è bruciante, intenso. «Cosa significa?» mormoro. «Significa che voglio che accetti di abbandonarti spontaneamente a me, in tutto.» Aggrotto la fronte, cercando di assimilare l’idea. «Perché dovrei fare una cosa del genere?» «Per compiacermi» mormora, inclinando la testa di lato, e vedo l’ombra di un sorriso. “Compiacerlo! Vuole che lo compiaccia!” Resto a bocca aperta. “Compiacere Christian Grey.” E in quel momento mi rendo conto che, sì, è proprio quello che voglio fare. Voglio che lui tragga un folle godimento da me. È una rivelazione. «In parole povere, voglio che tu desideri compiacermi» dice piano. La sua voce è ipnotica. «E come dovrei fare?» Ho la bocca secca, vorrei aver bevuto più vino. Okay, capisco la storia del voler essere compiaciuto, ma sono disorientata dallo scenario tipo boudoir elisabettiano/stanza delle torture. Sono sicura di voler conoscere la risposta? «Ho delle regole e voglio che tu le rispetti. Sono per il tuo bene, e per il mio piacere. Se le segui in modo soddisfacente, ti ricompenso. Se non lo fai, ti punisco, così imparerai» sussurra. Mentre lui parla, lancio un’occhiata alla rastrelliera delle verghe. «E tutto questo armamentario quando entra in gioco?» Faccio un cenno vago con la mano per indicare la stanza. «Rientra tutto nel pacchetto degli incentivi. Premi e punizioni.» «Quindi tu ti ecciti esercitando la tua volontà su di me.» «Si tratta di conquistare la tua fiducia e il tuo rispetto, in modo che tu mi consenta di esercitare la mia volontà su di te. Io traggo un grande piacere, addirittura gioia, direi, dalla tua sottomissione. Più tu ti sottometti, più la mia gioia aumenta: è un’equazione molto semplice.» «D’accordo, e io cosa ci guadagno?» Si stringe nelle spalle, con un’aria quasi di scuse. «Me» risponde semplicemente.
[…]
Mi fa cenno di sedermi su una sedia di cuoio davanti a lui e mi porge un foglio di carta. «Queste sono le regole. Possono essere soggette a cambiamenti. Costituiscono una parte del contratto, che ti darò. Leggile e discutiamone.» REGOLE Obbedienza La Sottomessa obbedirà a qualsiasi istruzione impartita dal Dominatore, immediatamente, senza riserve e con sollecitudine. La Sottomessa accetterà qualsiasi attività sessuale considerata appropriata e piacevole dal Dominatore, fatta eccezione per le attività considerate limiti assoluti (Appendice 2). Lo farà con zelo e senza esitazioni. Sonno La Sottomessa garantirà di dormire almeno sette ore per notte quando non è insieme al Dominatore. Alimentazione La Sottomessa mangerà regolarmente per mantenersi in forma e in salute, scegliendo da una lista prescritta di cibi (Appendice 4). La Sottomessa eviterà gli spuntini fuori pasto, a eccezione della frutta. Abbigliamento Per tutta la durata del contratto, la Sottomessa indosserà esclusivamente abiti approvati dal Dominatore. Il Dominatore fornirà un budget per l’abbigliamento della Sottomessa, che lei utilizzerà. Il Dominatore, quando lo riterrà opportuno, accompagnerà la Sottomessa ad acquistare i vestiti. Se il Dominatore lo desidera, la Sottomessa indosserà qualsiasi ornamento il Dominatore richieda, in presenza del Dominatore e in qualsiasi altra occasione il Dominatore ritenga opportuno. Esercizio fisico Il Dominatore fornirà alla Sottomessa un personal trainer quattro volte alla settimana in sessioni di un’ora da concordare tra il personal trainer e la Sottomessa. Il personal trainer riferirà al Dominatore i progressi della Sottomessa. Igiene personale / Bellezza La Sottomessa si terrà pulita e depilata con rasoio e/o ceretta in qualsiasi momento. La Sottomessa si recherà in un salone di bellezza a scelta del Dominatore nelle occasioni prescritte dal Dominatore, e si sottoporrà a qualsiasi trattamento il Dominatore ritenga opportuno. Sicurezza personale La Sottomessa eviterà di bere in eccesso, fumare, assumere droghe, o mettersi in pericolo senza motivo. Qualità personali La Sottomessa eviterà rapporti sessuali con persone che non siano il Dominatore. La Sottomessa si comporterà sempre in modo rispettoso e modesto. Deve riconoscere che il suo comportamento ha un riflesso diretto sul Dominatore. Sarà ritenuta responsabile di qualsiasi misfatto, trasgressione e comportamento scorretto commesso in assenza del Dominatore. La trasgressione di una qualsiasi delle regole precedenti provocherà un’immediata punizione, la cui natura sarà determinata dal Dominatore. “Mio Dio.”   
[…]
La sua camera da letto è enorme. Le finestre si affacciano sui grattacieli illuminati di Seattle. Le pareti sono bianche e i mobili azzurro chiaro. Il gigantesco letto è ultramoderno, fatto di un rustico legno grigio, con le colonnine tutt’intorno, ma senza il baldacchino. Sulla parete che lo sovrasta c’è un impressionante dipinto del mare. Tremo come una foglia. Ci siamo. Finalmente, dopo tutto questo tempo, lo farò, e per di più con Christian Grey. Ho il respiro corto, e non riesco a togliergli gli occhi di dosso. Lui si slaccia l’orologio e lo appoggia su un cassettone, poi si toglie la giacca e la appende a una sedia. Addosso ha una camicia bianca di lino e i jeans. È bello da mozzare il fiato. Ha i capelli biondo scuro scarmigliati, la camicia aperta, gli occhi sfrontati e abbaglianti. Si toglie le Converse e si china per sfilarsi i calzini, uno alla volta. I piedi di Christian Grey… Dio mio… perché i piedi nudi sono così eccitanti? Posa lo sguardo su di me, con un’espressione dolce.
[…]
«Hai idea di quanto ti desidero, Ana Steele?» sussurra. Mi manca il respiro e non riesco a staccare gli occhi da lui. Mi sfiora piano la guancia, scendendo fino al mento. «Immagini quello che sto per farti?» aggiunge, accarezzandomi. I muscoli della parte più profonda e oscura di me fremono, provocandomi una sensazione deliziosa. È una fitta così intensa e soave che mi viene voglia di chiudere gli occhi, ma sono ipnotizzata dal suo sguardo fisso nel mio. Lui si china e mi bacia. Le sue labbra sono esigenti, lente, decise, e plasmano le mie. Comincia a sbottonarmi la camicia e intanto mi distribuisce baci leggeri come piume su uno zigomo, sul mento, agli angoli della bocca. Mi toglie piano la camicia, lasciandola cadere sul pavimento. Poi fa un passo indietro per ammirarmi. Indosso il reggiseno di merletto azzurro che mi calza a pennello. “Grazie al cielo.” «Oh, Ana» sussurra. «Hai una pelle bellissima, candida e perfetta. Voglio baciarne ogni centimetro.» “Oddio…” Perché ha detto che non è capace di fare l’amore? Sono pronta a fare tutto quello che vuole. Mi afferra la coda, la scioglie e trasale mentre i capelli mi cadono sulle spalle. «Adoro le brune» mormora, e mi infila le mani nei capelli, stringendomi i lati della testa. Il suo bacio è esigente, le sue labbra forzano le mie. Gemendo, cerco la sua lingua con la mia. Lui mi abbraccia e mi stringe a sé, con forza. Una delle sue mani rimane tra i miei capelli, mentre l’altra scende lungo la spina dorsale fino alla vita, e al sedere. Mi stringe le natiche con dolcezza. Mi attira contro i suoi fianchi, facendomi sentire la sua erezione, che preme lasciva contro di me. Gli ansimo in bocca. Stento a contenere il sentimento tumultuoso che mi travolge… o sono ormoni? Lo voglio da impazzire. Gli stringo le braccia, tastando i bicipiti. È sorprendentemente… muscoloso. Con esitazione, gli porto le mani al viso, tra i capelli. Sono così morbidi, indisciplinati. Glieli tiro con delicatezza, facendolo gemere. Mi spinge piano verso il letto. Penso che ora mi getterà sul materasso, ma non lo fa. Si stacca da me, e all’improvviso cade in ginocchio. Mi afferra i fianchi con entrambe le mani e mi passa la lingua sull’ombelico, poi si sposta dolcemente verso un’anca e quindi, facendosi strada attraverso il mio ventre, verso l’altra. «Ah» gemo. Vederlo in ginocchio davanti a me, sentire la sua bocca sulla mia pelle è una cosa così inattesa, così erotica. Ho ancora le mani tra i suoi capelli e li stringo con delicatezza, cercando di calmare il mio respiro affannoso. Lui mi guarda da sotto le ciglia lunghissime, e il grigio dei suoi occhi è ardente. Mi slaccia il bottone dei jeans, poi abbassa con calma la cerniera. Senza staccare gli occhi dai miei, sposta le mani sotto la cintura, sfiorandomi le natiche. Le sue mani scivolano lente sul mio sedere fino alle cosce, portandosi dietro i jeans. Non riesco a distogliere lo sguardo. Si ferma per passarsi la lingua sulle labbra, senza mai interrompere il contatto visivo. Si china in avanti e mi sfiora con il naso la sommità tra le cosce. Lo sento. Lì. «Hai un odore così buono» mormora chiudendo gli occhi, con uno sguardo di puro piacere, e quasi mi vengono le convulsioni. Allunga una mano e scosta la trapunta dal letto, poi mi adagia con dolcezza sul materasso. Sempre in ginocchio, mi afferra un piede e mi slaccia la scarpa, poi me la sfila, seguita dalla calza. Mi alzo sul gomito per osservarlo, ansimante di desiderio. Lui mi solleva il tallone e passa il pollice sul collo del piede. È quasi doloroso, ma il movimento mi si riverbera nell’inguine. Senza togliermi gli occhi di dosso, passa la lingua sul collo del piede, poi i denti. “Dio mio.” Gemo… Come posso sentirlo lì? Ricado sul letto, mugolando, e sento la sua risatina soffocata.

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Amazon cambia le modalità di remunerazione degli autori dei libri che partecipano a Kindle Unlimited

>> mercoledì 24 giugno 2015

Dal 1 Luglio gli autori dei libri che hanno aderito alla modalità di lettura "Kindle Unlimited" (il consumatore paga un abbonamento di 9 euro al mese per leggere tutti i libri che vuole e in questo è costantemente monitorato a distanza sulle sue abitudini, 15.000 sono i libri in italiano e 700.000 in altre lingue che aderiscono a queto programma) non saranno più remunerati con una percentuale sulla vendita del libro ma sul numero effettivo delle pagine lette. Questo significa che se il libro non piace, è abbandonato dopo qualche pagina, l'autore non percepirà nulla. 
Visto in prospettiva mi chiedo se questa modalità potrà influenzare la proposta creativa degli autori. 
Sicuramente premierà coloro che saranno capaci di tenere incollato il lettore al libro, con frequenti colpi di scena, e quindi una certa modalità di scrittura e genere. 
E gli altri? 
Il libro più difficile che abbia mai letto è l "Ulisse” di James Joyce. Portarlo a termine non è una passeggiata ma alla fine non puoi non riconoscere che sia un capolavoro. Ci sarà spazio in futuro per autori simili?

https://kdp.amazon.com/help?topicId=A156OS90J7RDN

Kindle Unlimited Pages Read
Beginning July 1, 2015, we'll switch from paying Kindle Unlimited (KU) and Kindle Owners' Lending Library (KOLL) royalties based on qualified borrows, to paying based on the number of pages read. We're making this switch in response to great feedback we received from authors who asked us to better align payout with the length of books and how much customers read. Under the new payment method, you'll be paid for each page individual customers read of your book, the first time they read it.

Royalty payments under the new program

As with our current approach, we'll continue to set a KDP Select Global Fund each month. Under the new payment method, the amount an author earns will be determined by their share of total pages read instead of their share of total qualified borrows.

Here are some examples of how it would work if the fund was $10M and 100,000,000 total pages were read in the month:

    The author of a 100 page book that was borrowed and read completely 100 times would earn $1,000 ($10 million multiplied by 10,000 pages for this author divided by 100,000,000 total pages).
    
    The author of a 200 page book that was borrowed and read completely 100 times would earn $2,000 ($10 million multiplied by 20,000 pages for this author divided by 100,000,000 total pages).
    
    The author of a 200 page book that was borrowed 100 times but only read halfway through on average would earn $1,000 ($10 million multiplied by 10,000 pages for this author divided by 100,000,000 total pages).

We will similarly change the way we pay KDP Select All-Star bonuses which will be awarded to authors and titles based on total KU and KOLL pages read.

You can enroll in KDP Select at any time by visiting your Bookshelf. If you no longer want your book(s) to be included in KDP Select you may unenroll from the program by contacting us with the ASIN of the book you would like to remove.

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Il ladro di anime - Fitzek Sebastian

>> domenica 3 maggio 2015

Per essere "Il thriller numero uno delle classifiche tedesche con oltre cinquecentomila copie vendute" inizio a preoccuparmi della piega che ha preso il gusto letterario di una nazione che è in cima alle classifiche mondiali per numero di lettori.
E' un romanzo pessimo, con una trama artificialmente complicata, personaggi poco credibili, quasi per nulla caratterizzati, nella maggior parte inutili alla storia se non per diventare vittime dello psicopatico assassino. Non c'è alcuna introspezione psicologica, nonostante il tutto ruoti sulla psiche degli attori.
Ho comunque imparato due cose:

  1. chi subisce una trachetomia (in questo caso autoinflitta con un coltello in gola) mantiene comunque una forza sovraumana che gli consente di lottare e di condizionare le vicende di una piccola comunità per ore;
  2. idem chi a meno 20 gradi se ne va in giro con una magliettina e scalzo, tagliandosi adeguatamente i piedi con tutti i vetri che trova in giro riesce comunque a tener testa al primo di cui sopra

In passato gli scienziati credevano che la trance ipnotica fosse uno stato assimilabile al sonno fisiologico. Falso, è il contrario. (chiudendo gli occhi e alzando la voce) Il soggetto è sveglio, solo che la sua coscienza controllata è limitata. Come nelle vittime. Come in Sophie. Capisci? Il Ladro di anime le ha ipnotizzate. Anche se il nome mente, è la verità. 
[...]
Di solito l'ipnosi medica è innocua. La cosa peggiore che può capitare è la perdita della relazione ipnotica ... Cioè quando il terapeuta non riesce più a comunicare con il soggetto, che non reagisce più ai suoi ordini. Su questo hai ragione. Non si può fare altro che aspettare, e prima o poi il paziente si sveglia. Ma parliamo di contrattempi involontari. Danni causati dalla negligenza, piccoli incidenti durante numeri da baraccone, quando la donna scelta tra il pubblico dovrebbe salire sul palco a quattro zampe e cade nella buca dell'orchestra. Nessuno però ha mai verificato se è possibile fare del male a qualcuno di proposito. Non capisci? (ridotto a un sussurro)
Se qualcuno avesse sviluppato un metodo per provocare il coma vigile permanente, un metodo che alla lunga può perfino avere effetti collaterali letali, non lo leggeremmo certo sulle pubblicazioni specialistiche. Si tratterebbe di un esperimento illegale sugli esseri umani. E temo sia esattamente quello che sta. succedendo qui. In questa clinica. E noi siamo le cavie.
[...] 
In seguito a sevizie fisiche e torture psicologiche, in particolare infliggendo un forte shock, è possibile far cadere in trance contro la loro volontà soggetti influenzabili e dominarne la coscienza ricorrendo a sostanze capaci di provocare fenomeni allucinatori.

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Shantaram - Gregory David Roberts

>> domenica 21 settembre 2014

Dopo più di un anno riprendo ad aggiornare il blog e lo faccio con questo libro Shantaram consigliato da una cara amica. 
A differenza del passato in cui leggevo il libro e poi ne scrivevo una breve recensione riportando i passi che più mi piacevano, ora l'aggiornamento lo effettuerò come work in progress mentre leggo il libro. 
Questo dovrebbe evitare la trappola in cui ero caduto: procastinare il lavoro per mancanza di tempo e latente pigrizia per poi non effettuarlo più. 
Iniziamo.

Ho impiegato molto tempo e ho girato quasi tutto il mondo per imparare quello che so dell'amore, del destino e delle scelte che si fanno nella vita. Per capire l'essenziale, però, mi è bastato un istante, mentre mi torturavano legato a un muro. Fra le urla silenziose che mi squarciavano la mente riuscii a comprendere che nonostante i ceppi e la devastazione del mio corpo ero ancora libero: libero di odiare gli uomini che mi stavano torturando oppure di perdonarli. Non sembra granché, me ne rendo conto. Ma quando non hai altro, stretto da una catena che ti morde la carne, una libertà del genere rappresenta un universo sconfinato di possibilità. E la scelta che fai, odio o perdono, può diventare la storia della tua vita.

Ma soprattutto Bombay era libera, e comunicava una sensazione di libertà esilarante. Dovunque guardassi percepivo quello spirito di libertà, e mi accorsi di esserne contagiato nel profondo. Il moto di vergogna che avevo provato vedendo per la prima volta gli slum e i mendicanti si dissolse quando compresi che quegli uomini e quelle donne erano liberi. Nessuno cacciava i mendicanti dalle strade. Nessuno sfrattava gli abitanti degli slum. Per quanto penose fossero le loro esistenze, erano liberi di viverle negli stessi giardini e negli stessi viali dei ricchi e dei potenti. Erano liberi. La città era libera.

Ero un fuggiasco. Ero un ricercato, mi davano la caccia, avevo una taglia sulla testa, ma ero un passo avanti agli inseguitori. Ero libero. Quando sei in fuga ogni giorno rappresenta tutta la tua vita. Ogni minuto in libertà è una breve storia a lieto fine.

Mi voltai per guardare il mio salvatore. Era la donna più bella che avessi mai visto. Snella, capelli neri sciolti sulle spalle, pelle candida. Non era alta, ma le spalle ampie, la schiena dritta e i piedi divaricati saldamente piantati a terra. I miei occhi si perdevano, nuotavano, fluttuavano liberi nella laguna scintillante del suo sguardo fermo e quieto. Erano occhi grandi, di una spettacolare sfumatura di verde, come quella degli alberi nei sogni più vividi. Verdi come il mare, se il mare fosse perfetto.
Continuammo a fissarci per cinque lunghi secondi, mentre miriadi di mondi e vite parallele che avrebbero potuto essere e non saranno mai vorticavano intorno a noi. Alla fine parlò.
«C'è mancato poco. Sei fortunato».
«Sì», dissi sorridendo, «proprio così».

La sua voce - modulata in quella lingua incomprensibile ­era straordinariamente profonda e sonora, e mi faceva venire la pelle d'oca. Suppongo che anche quel particolare avrebbe dovuto mettermi in guardia. "La voce", dicono i procacciatori di matrimoni afghani, "è più di metà dell'amore".

Le antiche leggende sanscrite narrano di amori predestinati, di connessioni karmiche fra anime destinate a incontrarsi, urtarsi e incantarsi a vicenda. Le leggende dicono che l'amata si riconosce all'istante perché si ama ogni suo gesto, ogni suo pensiero, ogni movimento, ogni suono e ogni stato d'animo che balena nei suoi occhi. La riconosciamo dalle sue ali - ali che solo noi possiamo vedere - e dal fatto che lo struggimento per lei annienta ogni altro desiderio d'amore. Queste leggende avvertono anche che simili amori predestinati possono possedere e ossessionare una, e una sola, delle due anime che il destino ha fatto incontrare. Ma in un certo senso la saggezza è l'opposto dell'amore. L'amore sopravvive in noi proprio perché non è saggio.

Il fato ha bisogno di complici, e le pietre sui muri del destino sono cementate da piccole e inconsapevoli complicità.

Infilai il piccolo involto - grande pressappoco come una scatola di fiammiferi - in un lato della bocca, fra la guancia e i denti, come avevo visto fare agli altri clienti. Dopo pochi secondi un'effusione dolce e fragrante mi avvolse il palato Era un gusto acre e succulento, mielato e leggermente piccante a un tempo. La foglia dell'involucro cominciò a dissolversi, e i pezzettini duri e croccanti di noce di betel, datteri e cocco cominciarono a turbinare fra i succhi zuccherini.

Anand sapeva come noi che sei dollari non era una cifra esagerata per tre forestieri. I proprietari degli alberghi ricevevano quattro dollari per stanza. Quel paio di dollari in più era il margine di guadagno giornaliero di Anand e dei suoi tre camerieri. Le piccole vittorie degli stranieri costavano ad Anand il pane quotidiano, e ai turisti la possibilità di avere Anand come amico.
La semplice e sorprendente verità sull'India e gli indiani è che quando sei lì, e tratti con loro, il cuore ti guida sempre più saggiamente della testa. Non c'è posto al mondo in cui questa verità sia più evidente. 

Il passato si riflette perennemente in due specchi: quello luminoso delle parole pronunciate e delle azioni compiute e quello scuro, colmo di tutte le cose che non abbiamo detto o fatto.

Karla come amica se la cava discretamente, ma come nemica è straordinaria. Quando giudichi il potere di una persona devi valutare le sue capacità sia come amica sia come nemica. In questa città non esiste nessuno in grado di essere un nemico peggiore o più pericoloso di Karla». Mi fissò negli occhi, come se cercasse qualcosa. «Sai di che potere parlo, vero? Potere reale. Il potere di far splendere gli uomini come stelle o di schiacciarli nella polvere. Il potere dei segreti. Segreti terribili, terribili. Il potere di vivere senza rimorsi. Lin, c'è qualcosa nella tua vita di cui ti penti? Hai dei rimorsi?» «Sì, credo di sì...» «Certo che sì! Proprio come me, mi pento di cose che ho fatto... e che non ho fatto. Invece Karla no. Per questo è come quei pochi altri nella sala, quelli che hanno il potere vero. Il cuore di Karla è uguale al loro, il nostro no.

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Il giorno in cui decisi di diventare una persona migliore - Karen Duve

>> domenica 26 maggio 2013

La riunione del gruppo lettori si è tenuta questa volta in un luogo insolito: a tavola in un ristorante vegetariano/vegano. L'occasione è scaturita dal libro del mese Il giorno in cui decisi di diventare una persona migliore che affronta il tema dell'alimentazione in modo esperenziale. L'autrice, infatti, seguendo un po' le orme del documentario Super size me di qualche anno fa, decide di sperimentare su se stessa tre comportamenti alimentari differenti e di tenere quindi un diario su cui annotare sensazioni, valutazioni e conoscenze che acquisisce in questo cammino. 
Per due mesi sarà vegetariana, ponendo grande attenzione alla provenienza bio degli alimenti,  per due mesi sarà vegana, sposando completamente la filosofia di rifiuto dello sfruttamento degli animali che consiste anche nel rinunciare a scarpe e vestiti in pelle, e per due mesi sarà fruttariana, la forma più integralista delle diete perchè il rispetto viene allargato ad ogni forma vivente comprese quindi le piante i cui frutti sono consumati quando questi cadono naturalmente senza causare loro danno o stress. Alla fine del percorso sarà più matura e in grado di fare una scelta alimentare più consapevole. 
Il libro mi è piaciuto per tutte le informazioni sulle pratiche alimentari alternative che hanno una motivazione etica ma anche salutistica. A rigurado è molto interessante l'approfondimento sulle modalità di produzione degli alimenti in cui viene affrontato il tema degli allevamenti intensivi, di come gli animali sono trattati prima che si compia il loro inevitabile destino. Immaginare migliaia di polli stipati in gabbie che non consentono loro di muoversi se non zampettare nel loro stesso sterco porta ad interrogarsi sulla provenienza e qualità di ciò che mangiamo. E nel nostro paese non vi è molta informazione a riguardo.
Dopo la discussione sul libro, la cena: abbiamo assaggiato piatti vegetariani e vegani, mescolando portate dei due menù che il ristorante presentava giustamente distinti: crepes di erbe, polpette di fave novelle con contorno di verdure dell'orto (c'era anche il prezzemolo a foglia lunga) e maionese vegana, torta al rabarbaro. Tutto buono e gustoso anche se ciò nonostante molti di noi non riunceranno a carne e pesce :-)

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[SONDAGGIO] - Quali sono i film più belli del libro da cui sono tratti

>> sabato 20 aprile 2013




Risultati aggiornati al 28 Aprile 2013

Antonio
Le ali della libertà
Il miglio verde

Salvo
Io non ho paura

Barbara
Arancia meccanica

Graziella
Cronaca Familiare
Il Gattopardo

Michele
Il Signore degli Anelli

Simona
Orgoglio e Pregiudizio (versione 1995)
Chocolat

Roberta
Colazione da Tiffany
Fight Club
Espiazione
Il Signore degli Anelli
LA Confidential

Paola
Non ti muovere
Come un uragano

Daniele
Chocolat
Il miglio verde
Il Gattopardo

Irma
La ragazza con l'orecchino di perla

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L'Ultimo ballo di Charlot - Fabio Stassi

La serata che il gruppo lettori ha dedicato a L'ultimo ballo di Charlot è stata monopolizzata dalla discussione sui 5 Libri più belli letti nella propria vita. Ognuno di noi, spinto dalla curiosità ha chiesto informazioni su libri non conosciuti inseriti nella lista e ne è nato una vivace dibattito che ha portato a condividere ricordi, emozioni, conoscenze e da cui tutti siamo usciti più arricchiti.
Il libro di Stassi è quindi passato in secondo piano perchè ritenuto un po' leggero e non rispondente come biografia alla vita reale di Charlie Chaplin.
A me il libro è piaciuto per l'idea originale di far vivere la biografia del grande comico come se fosse una auto-biografia, con il racconto in prima persona, e per alcune storie-nella-storia che riporto di seguito (l'allenamento del pugile, l'annuncio di lavoro e il primo film, l'acrobata Estzer, la nascita del personaggio di Charlot,...), appassionanti e a tratti commuoventi.


Per diventare l'attore che volevo essere, dovevo imparare a stare nella testa della gente, a cavarmela da solo, a guardare. A far nascere ogni movimento dall'osservazione della vita. Non ci sono scorciatoie. Se volevo essere credibile, dovevo restituire nella finzione ciò che in qualche modo era stato vero per me. I trucchi che conoscevo non servivano da questo lato dell'oceano.
Fu quel giorno che diventai Charlot, the Tramp, il vagabondo con la bombetta e il bastone di bambù, e non nel magazzino di uno studio cinematografico, tre o quattro anni dopo. La tournée che feci allora in giro per l'America, nei miei abiti trasandati, non fu una capriola da un teatro all'altro, come ho sempre lasciato credere, ma un lungo viaggio solitario tra gente che campava d'espedienti o che non campava affatto, nel cuore di un'umanità stralunata, eccentrica e miserabile. La vita che vivevano gli altri attori, lontano da tutto, concentrati soltanto sulla loro professione, non m'interessava. In pochi mesi appresi una grande quantità di altri mestieri, oltre a quelli che avevo già imparato a Londra, e conobbi
un numero imprecisato di situazioni e di temperamenti. Si può dire che feci scorta di idee per tutto il resto della mia carriera. La mia pelle acquisì più colori di una seppia o di un camaleonte. Fu l'apprendistato dei miei vent'anni e combaciò perfettamente con quello che avevo intrapreso durante l'infanzia.
Prima che il cinema si mettesse di traverso sulla mia strada, o io sulla sua, non l'ho ancora capito bene, pensai anche di allevare maiali e produrre salsicce. Sfruttando la mia statura, lavorai come fantino in un paio di ippodromi del Texas e del New Mexico, raccolsi tulipani nelle ore di luce e boxai in almeno una decina di palestre degli stati del Sud, un'attività dura ma redditizia: mi pagavano per prendere pugni per tutto l'incontro e andare al tappeto solo all'ultima ripresa.
Osservavo una dieta ferrea, viaggiavo in treno e mi lavavo molto, i denti soprattutto, per essere sempre fiero di ridere, anche se spesso cadevo preda di irragionevoli scoppi di collera e di malinconia. Quando capitava, ma solo l'ultima notte in cui dormivo in una città, giocavo a carte. La mia meta era la California. A Las Vegas provai persino a vendere aspirapolveri multiuso che si trasformavano in frullatori. Un mio brevetto. Mi presentavo sempre allo stesso modo, con il sorriso più largo e sfrontato che conoscevo: Buongiorno, dicevo, mi chiamo Charlie e ho un'idea che vi farà ricchi. Solo due immigrati tedeschi con un occhio strabico per uno e una piccola impresa di elettrodomestici mi proposero di produrre in serie il prototipo. Sono ancora convinto che se l'avessero fatto per davvero, il mio nome avrebbe sostituito per sempre quello di William Hoover, il re degli aspirapolveri.
Nelle pause, suonavo il violino. Avevo riparato la tavola armonica con una colla da ciabattino simile ai mastici che usava mio nonno e montato le corde a rovescio, perché sono mancino; in ogni città che visitavo rubavo qualche segreto ai musicisti locali e lo ripetevo sullo strumento. Non ci crederai, Christopher, non ci credo neppure io, ormai, ma allora feci anche l'imbalsamatore, l'allenatore di pugili e il tipografo. 
[...]
Mi trovo molto più a mio agio in una palestra che in una chiesa, signore, dissi, ed è per questo che sono entrato qua. Avevo la barba sfatta e la faccia stanca. Webster Duncan si strofinò una guancia con una mano stringendo la mascella. Da quant'è che non dormi? Non è facile dormire con lo stomaco vuoto: negli ultimi tre giorni non ho mangiato che una zuppa. Non mi stai prendendo in giro, vero? No, signore, sinora le ho detto solo la verità. Allora facciamo questo patto, noi due: io ti faccio portare un piatto di cavolo e manzo e ti lascio dormire nello spogliatoio, per stanotte. Tu domani ti lavi e togli il disturbo, d'accordo? D'accordo, dissi, sentendo un groppo di commozione stringermi la lingua.
Passò un mese prima che mettessi un dito fuori da quella palestra. Webster mi prese come tuttofare e quando mi vide all'opera con i guantoni e un paio di scarpe leggere decise che avevo un mucchio di cose da insegnare ai suoi ragazzi.
L'atleta più promettente che mi trovai tra i piedi fu un sedicenne con un pizzetto appena accennato sul mento e una cera pensierosa. Lo chiamavamo Balbetta Groogan, perché aveva un difetto di pronuncia e terminava a fatica una frase. Il suo fisico era del tutto inadatto per la boxe: le braccia corte, il torace stretto e le gambe più friabili di due grissini. Ma quando tirava di destro, gli potevi contare le vene gonfie sul collo magro. E un'occhiata gelida, dietro i pugni chiusi, che ti seccava le ossa, come se fosse stato assalito da una tristezza improvvisa e ora tutta questa tristezza volesse uscire dal suo corpo con una rabbia che non si poteva contenere.
Aveva un debole per i passerotti. Non so come facesse a catturarli: con delle molliche di pane, credo. Quando entrava in palestra ne portava sempre qualcuno nelle tasche, che accarezzava con i pollici. Li consegnava a Webster con riluttanza, prima degli allenamenti. Apriva le sue grandi mani, ch'erano due bestie calde, e dentro ci dormivano questi uccellini, con la noce del collo rotta, come delle marionette di legno. I suoi incontri li avrebbe potuti vincere solo con gli occhi, pensai la prima volta che mi venne incontro sul ring, con la guardia alzata. Un terrore irragionevole si propagò nelle mie braccia e a distanza di così tanto tempo non saprei ancora spiegarne il motivo. Balbetta Groogan ti faceva prendere coscienza di tutti i tuoi limiti e del luogo in cui ti trovavi in quel momento, del poco che nella vita avevi combinato sino allora e del niente che avresti combinato dopo. Questo ti squagliava irreparabilmente il coraggio. Era una dote che hanno soltanto pochi pugili. La molla che li fa ballare su un tappetino di gomma è diversa dalla musica che muove tutti gli altri. Non si tratta né di soldi, né di vanagloria, come per molti campioni. Sono sentimenti difficili da nominare, una spinta che viene da una profondità remota e riguarda la sconfitta piuttosto che la vittoria. I tipi alla Balbetta Groogan sono rari come un'azalea in un campo di papaveri. Il pubblico li riconosce sempre e se ne innamora, perché vede la fragilità prima della loro forza, e ogni volta che vincono gli sembra di assistere a un miracolo, a una ribellione all'ordine naturale delle cose. È come nelle comiche. Ma alla lunga, e loro stessi lo sanno per primi, la fragilità che li modella riprende fatalmente il sopravvento. Allenarli non è facile. Serve molta attenzione: non valgono le regole comuni. Ci vuole qualcuno che gli insegni a prendersi cura di sé. Questo fu il mio compito, per qualche settimana. Insegnare a Balbetta Groogan a difendersi, soprattutto dal proprio sconforto. Mi diedi una disciplina anch'io: mangiavo pane integrale, dormivo le ore necessarie alla mia salute e tenevo i muscoli in esercizio. Per la prima volta nella vita, dovevo essere da esempio a qualcuno. Ma non avrei potuto convincere a lungo neppure il più sprovveduto di quei ragazzini senza sale che giravano in palestra con i miei trucchetti da gabbamondo.
Webster Duncan apprezzava tuttavia il mio lavoro, perché era un uomo buono e aveva gli occhi di pane. Qualche volta veniva fuori dal suo ufficio per osservarci.
Io obbligavo il nostro campione a boxare con un paio di zoccoli sulla sabbia e gli mostravo tutti i movimenti che avevo imparato con gli Eight Lancashire Lads. Una miniera di finte che avrebbero disorientato qualsiasi avversario. Mi divertivo a nascondermi dietro di lui e a ricopiare i suoi stessi passi. Roteavo le braccia, mi ci aggrappavo da dietro, lo colpivo a tradimento. Si fermavano anche gli altri atleti, e scoppiavano a ridere. Volevo che saltasse come le sillabe delle parole che gli singhiozzavano in bocca per insultarmi senza trovare la strada. Nessuno, dopo di lui, seppe ballare a quel modo sopra un ring e bisognò aspettare Cassius Clay per rivedere qualcosa di simile. Un vero sand dancer. Certo che hai dei metodi originali, commentava Webster esaminando tutti i dondolamenti di Balbetta.
Sì, sapevo anche essere scorretto, se necessario. Prima che lo facesse qualcun altro, gli rovinai il profilo con un montante non annunciato e dopo lo mandai a piagnucolare davanti a uno specchio. Era quello che volevo: che sputasse la sua anima troppo giovane e delicata nel lavandino di uno spogliatoio e tornasse in palestra più nudo e sgualcito di un neonato. Non fare mai tramontare il sole dell'ira sul tuo orizzonte, gli dicevo, la rabbia è un dono.
Per giorni interi, lo sfinii con la corda e le finte di spalla e lo mandai a correre per il quartiere. Presto cominciò a somigliare a un autentico boxeur, con la sella del naso marcata e gli zigomi sporgenti. In capo a tre settimane eravamo giunti a buon punto e Balbetta Groogan era quasi pronto per 1a benedizione della campanella, come si dice in gergo. Mancava solo qualche dettaglio. A un mese esatto dal giorno in cui vi ero entrato uscii da quella palestra per andare, insieme a Webster e alla nostra giovane promessa, a un match di esibizione di Jack Johnson, il figlio di schiavi più famoso del  pianeta: un negro che ammirava Napoleone Bonaparte, amava l'opera italiana e quell'estate, alla quindicesima ripresa, di fronte a ventimila persone, aveva battuto quel latticino diJames J. Jeffries a Reno, in N evada. Anche il pugilato, a suo modo, era un circo di creature fuori misura, e come tutti i circhi richiamava sempre una gran folla. il cowboy di due metri che qualche anno dopo tolse a Johnson il titolo di campione del mondo avrebbe terminato la carriera al Wild West Show di Buffalo Bill. Ma quella sera sembrava che tutta San Francisco fosse venuta a rendere omaggio al gigante di Galveston.
[...]
Anche se mi ero licenziato dalla tipografia di Willie,decisi che non avrei smesso di coltivare la mia istruzione, che era ancora molto scarsa. Da quando non li facevo più, i libri iniziai a comprarli dai rigattieri. Ho avuto sempre un debole per le bancarelle piene di volumi ingialliti che odorano di cantina. Ora che conoscevo tutto il lavoro che c'era dietro, veder li abbandonati su un tavolaccio mi dava dolore, come un'ingiustizia. Sceglievo e mi facevo scegliere da quelli che costavano di meno - di solito vecchi trattati di filosofia o manuali di yoga - e li leggevo furiosamente, da capo a piedi, senza nessun ordine perché non avevo maestri. Lettere, dialoghi, frammenti, diari di seduttori ... I nomi di Epicuro, di Platone, Kierkegaard, Nietzsche mi divennero familiari come dei compagni di bevute. Molto più rapidamente di ogni previsione, però, spesi nei libri tutti i soldi che avevo guadagnato in quei mesi. Il giorno in cui avrei dovuto saldare l'affitto, in tasca mi erano rimasti soltanto dieci centesimi. Al signor Hood lasciai in pegno la valigia e tutte le mie cose, ma non il violino. Non so che farmene dei tuoi libri, mi disse. Ti do un giorno, altrimenti non rivedrai le tue mutande per il resto della vita.
Me ne andai a camminare senza meta per Carson Street. Quando mi sentii stanco, mi fermai su una panchina e analizzai la situazione. Un filare di torce, tra gli alberi, illuminava una piazzetta. Tutti i tavolini dei ristoranti erano affollati. La gente sembrava felice. Chissà cosa voleva dire sedersi a un ristorante senza avere controllato prima, con cura, il prezzo di ogni piatto e stabilito quale si può ordinare e quale no, nella migliore delle ipotesi. Ogni voce di donna, ogni tintinnio di bicchiere, mi provocavano un rimpianto lancinante per tutto ciò che non avrei mai provato. Avevo di nuovo lo stomaco vuoto e stavo quasi per mettermi a piangere quando vicino a me si accomodò un negro. Una folata di vento gli sollevò i capelli bianchi come se fossero stati piume. Da un lato, gli mancava la metà di un orecchio. Tuo padre è contento di te, amico? disse. Mi vennero i brividi. Che diritto aveva quell'uomo di farmi una domanda simile? Non so nemmeno perché, ma gli risposi.
Mio padre è morto, dissi. Il negro se ne restò in silenzio, ma non smise di fissarmi. Il suo fiato imperlava l'aria di alcol etilico e io non avevo mai visto degli occhi cosl gialli. Mi spazientii e gli diedi le spalle. Quell'ubriacone doveva essere stato mio padre in persona a mandarmelo, dall'inferno o da qualsiasi altro luogo fosse finito. Ma era improbabile: quando serviva, mio padre non c'era mai stato, e ora mia madre cuciva guanti in un manicomio, picchiava la gente e vedeva il Giordano scorrere sul pavimento ...
Il negro continuò a studiarmi. Ero già in piedi quando mi fermò con un braccio. Aspetta, amico, voglio farti un regalo. Oggi deve essere il tuo giorno fortunato, prendi questo. Tirò fuori dalla tasca un biglietto tutto sgualcito, lo stirò con due dita, poi me lo diede. Era un ritaglio di giornale, che si leggeva appena. Un'offerta di lavoro. Il negro lanciò intorno a sé una sonora risata. Guardai meglio. La Levy Fritz Mutoscope Company, c'era scritto su quel brandello di carta, cercava uno scrittore di didascalie. Mai letta un'inserzione più bizzarra di quella, da quando spulciavo gli avvisi economici. Se avessi la tua età, mi precipiterei. Io sono troppo vecchio per loro, ma tu no. Devi solo stare attento. Lo vedi questo orecchio mozzo? È stata una tigre a strapparmi la parte che mi manca. È un miracolo che mi abbia lasciato vivo. Stavo perdendo il mio tempo: quell'uomo era pazzo. È successo quando lavoravo al circo Barnum & Bailey, come domatore. Dei circhi non ti puoi fidare, prima o poi ti strappano il cuore. A me è andata bene. Ma il cinematografo è il circo più grande che sia mai esistito, ci succhierà a tutti l'anima. Okay, dissi, ora torna a casa, a dormire. La gente come me non ce l'ha una casa. Cercai i miei ultimi dieci centesimi nella giacca, ma inutilmente. Mi dispiace, mi devono essere caduti in un buco della tasca. Il negro alzò le spalle. Gli presi la mano e gli chiusi la moneta nel pugno. Scherzavo: sono tutto ciò che ho, dissi.
Anch'io, adesso. Ci mettemmo a ridere, come due bambini. Un'ultima cosa, prima che te ne vai. Non fidarti di quello che si dice in giro: il cinema non possono averlo inventato i bianchi. Lo so, amico. I denti gli scintillarono. Bene, disse. Ricordati che tutte le coincidenze hanno un'anima. Non lo scorderò. Mi strinse il braccio e i suoi grandi occhi gialli mi seguirono fino alla fine della strada. Era il mio ultimo nichelino e ci avevo comprato l'annuncio di un giornale che suonava come un biglietto della lotteria.
CERCASI SCRITTORE DI DIDASCALIE
PER IL CINEMATOGRAFO
LEVY FRITZ MUTOSCOPE COMPANY
TAMARIND AVENUE
Lo levai dalla tasca e rilessi il nome della società che offriva quello strano lavoro e l'indirizzo. Tamarind Avenue. Beh, per quella sera non avevo niente in programma, tanto valeva dirigersi da quella parte. Naturalmente, la sede della Levy Fritz Mutoscope Company si trovava dall'altro lato della città e Los Angeles, già allora, era una città troppo grande anche per delle gambe allenate come le mie. Ci impiegai quasi tre ore e non l'avrei mai trovata se una comitiva di irlandesi non mi avesse scortato per un suburbio di case basse e grigie, cantando a squarciagola una ballata che aveva a che fare con l'indipendenza della loro isola e il Regno Unito. Fossi stato inglese, mi disse uno, non saresti tornato indietro, stasera.
Lo salutai con le poche parole francesi che conoscevo. Tamarind Avenue non aveva niente di esotico o di tropicale. Odorava solo di morchia e di campagna, di buio pesto. Ne percorsi un tratto, attraverso una nebbiolina umida che mi bagnava il naso. I muscoli mi pesavano come se fossero stati di calcestruzzo, ma di tanto in tanto si aprivano nel cielo piccoli bagliori luminosi che mi distraevano.
[...]
Per riassumere una scena con una sola frase, bisogna essere veloci, asciutti, dissi, il pubblico deve capire con un'occhiata cosa è accaduto o sta per accadere, dove si svolge l'azione e quali sono i rapporti tra i personaggi. Molto è affidato al regista e agli attori, ma buona parte del successo di un film dipende anche da questi dettagli.
Andavo a braccio, sperando che quel mestiere fosse talmente nuovo che nessuno sapesse ancora in cosa consisteva. Ma era come pattinare sul ghiaccio. E poi non credevo affatto che la pantomima avesse bisogno di istruzioni. La pantomima è una danza. Avrei dovuto propormi come attore, ma il ricordo del fiasco di New York ancora mi bruciava la pianta dei piedi come un ferro da stiro pieno di ruggine. Ho licenziato il tuo predecessore, disse Mister Fritz, perché aveva commesso degli errori di grammatica al primo quadro. Nessuno di noi se ne era accorto, presi da tutto il resto. La gente ha cominciato a ridere e non ha più smesso. Doveva essere un film serio: è diventato una comica. Con la grammatica come te la cavi? Benone, Mister Fritz, ho corretto bozze in una tipografia e la letteratura è sempre stata la mia passione. Non sciupiamo altro tempo, allora. Abbiamo in progetto un film tratto da Dickens. David Coppeifield. Conosci la storia? A menadito.
Saresti in grado di cominciare a lavorarci sopra? La mia idea è di partire dalle didascalie, questa volta.
Il primo passo è mio? Potrebbe. Non risposi subito. Non volevo fargli capire quanto mi interessasse quel lavoro. Ma a Mister Fritz serviva qualcosa di più di un semplice scrittore di cartelloni, voleva solo pagarlo poco. Puntuale arrivò la sua proposta. Sedici dollari la settimana ti vanno bene? Sono venuto in California perché sarà qui che il cinematografo metterà le sue radici. Ma a sedici dollari la settimana per me non verrà su nessun raccolto. Sei un tipo intraprendente, Chas. Nelle questioni finanziarie lo sono sempre stato. Quanto vuoi? Venticinque dollari e comincio subito. Gli altri se la prenderanno se ti pagherò cosi tanto. In fondo, nemmeno ti conosciamo. E allora lei mi assuma a sedici dollari, con un mese d'anticipo. Ma alla consegna del suo Copperfield mi aumenta lo stipendio a venticinque. Mister Fritz si appoggiò allo schienale. Credetti che la sedia sarebbe crollata da un momento all'altro. Le sue scarpe nere e lucide da uomo d'affari scricchiolarono.
D'accordo, disse. Mi alzai e mi esibii nel migliore inchino di cui fossi capace.
La biblioteca di Los Angeles aveva delle larghe tende azzurre. La sala di lettura, a forma di emiciclo, ricordava un teatro. Io sedevo sempre allo stesso posto, nel tavolo sotto la prima finestra, e cercavo di inventarmi un metodo di lavoro. Avevo chiesto tutto quello che possedevano su Dickens e David Copperfield e una bibliotecaria a cui piaceva sentirmi parlare di Londra nelle ore del pranzo mi lasciava portare in albergo un libro per notte, all'insaputa dei colleghi.
Tornai al Las Alamitos Hotel ma solo per ritirare le mie mutande e saldare il conto. La faccia del signor Hood non la volevo più vedere. Trovai una stanza a poco prezzo a Bunker Hill e la presi per un mese. Meglio essere cauti e non offendere la buona sorte. Di notte, la coperta puzzava un poco di ammoniaca, ma per qualche giorno quello fu per me il letto più comodo del mondo. Per il momento, con i soldi dell'anticipo non ebbi più problemi a salire su un autobus. Lasciavo i decini liberi di navigare nella tasca e sentirli sbattere tra loro quando camminavo mi rendeva allegro. Mi ero comprato naturalmente della biancheria, e una giacca lunga usata con i polsini e il collo di velluto verde perché la mia era troppo lisa e non si adattava più al nuovo lavoro. L'avevo strappata per qualche dollaro a un rigattiere di Hancock Park, attenendone uno sconto
purché ascoltassi alcune sue poesie. Mi era parso un patto ragionevole. Da pochi giorni anche per me le parole avevano
un prezzo. Gli proposi di invertire qualche aggettivo e cambiare i titoli. N e fu così contento che mi scalò un altro mezzo dollaro dal costo della giacca. Il tempo in biblioteca passava veloce. Il problema era la sera, in camera. In una sola settimana avevo riletto per intero il romanzo e imparato a memoria buona parte dell'ultimo capitolo. Dopo cena lo recitavo alla moglie del mio albergatore, una donnina con le orecchie accartocciate che piegava sempre la testa da un lato, ma non avevo nessuna idea su quale fosse la cosa giusta da fare. Acquistai due piccoli quaderni e scelsi di tentare due strade diverse. Sul primo quaderno cominciai a scriverei di tutto, disordinatamente: il nome dei personaggi, il colore dei loro capelli, la data di nascita, gli aggettivi che Dickens usava più spesso e le frasi che mi erano piaciute. Il secondo quaderno lo lasciai invece bianco, per il testo definitivo. Man mano che uno si riempiva, l'altro restava comunque vuoto, e io mi innervosivo due volte: perché sul primo scrivevo troppo e sul secondo non scrivevo affatto. Mi ero ripromesso di compendiare novecento pagine in dieci quadri. Poche lettere su uno sfondo nero. Sapevo quali sarebbero state le prime. C'era una volta ... tutte le storie cominciano così, non si rischia di sbagliare. Ma poi? Mi affidai all'istinto. Decisi che dovevo isolare gli oggetti che apparivano nel libro e che si sarebbero potuti riprodurre nei capannoni di Mister Fritz.
I libri sono sempre pieni di cose, ma per estrarle bisogna trattare ogni capitolo come se fosse uno scantinato o un solaio, con i cimeli di famiglia, gli arnesi abbandonati e quelli che si continuano ancora a usare. Persi due giorni, ma alla fine avevo steso una lista lunga quattro pagine. La rilessi. In cima avevo segnato queste due parole:
BARCA CAPOVOLTA
Era la casa del fratello di zia Peggy, la governante di Copperfield. Un barcone rovesciato sulla spiaggia e usato come alloggio. L'unico luogo felice di tutta la storia. Pensai che doveva esserci una relazione tra quella felicità e il fatto che la casa fosse sottosopra. E che la gente l'avrebbe capita. Avevo la mia prima didascalia:
C'era una volta
una barca capovolta ...
Faceva anche rima. Tre giorni più tardi, salivo le scale dello studio di Mister Fritz. Lui era in piedi alla finestra e guardava fuori. Gli edifici cadenti della periferia. E i depositi di legname che circondavano i suoi studi. Cominciò a parlare senza nemmeno voltarsi. Bisogna essere dei pazzi per credere che si possa fare dei soldi con un lenzuolo bianco appeso a un muro. In molti ci stanno riuscendo, Mister Fritz. Lo so. Ma siamo perseguitati dalla malasorte, Chas. Ieri l'attore principale del nostro prossimo film è caduto da una scala e si è rotto una gamba. Il suo contratto prevedeva un'assicurazione contro gli infortuni. Riceverà il suo stipendio per altri due mesi, ma intanto il film resterà fermo. Era il progetto su cui contavo di più. Un piccolo ragno nero attraversò il suo tavolo. Le ho portato quello che mi ha chiesto, Mister Fritz. Lascia tutto sulla scrivania, disse lui. Si tratta soltanto di due pagine. Le ho battute su una macchina da scrivere a gettone della biblioteca di Los Angeles. Due pagine ? Ti pago sedici dollari la settimana soltanto per due pagine?
Se fossi riuscito a ridurlo a una pagina avrebbe dovuto pagarmi molto di più, Mister Fritz. Non lo sa che ci vuole più tempo a scrivere una lettera breve piuttosto che una lunga? Ti ho già detto, Chas, che sei un grande impertinente. La natura mi ha fatto abbastanza basso perché non debba mettermi in ginocchio davanti a nessuno. Mister Fritz si mise a ridere. Doveva essere la prima balsamica risata di quella mattina di cielo cupo. Hai ragione, scusa, mi girava male. Il vecchio mi aveva chiesto scusa. Avrebbe potuto licenziarmi per la mia alzata di scudi, e invece mi aveva chiesto scusa. Domani cominceremo a girare il tuo film, Chas. Non potrei sopportare la voce di mia madre cbe ripete: te l'avevo detto, piccolo Abraham, il cinematografo è un giocattolo cbe si romperà presto.
Il ragno si calò da una zampa del tavolo. Ti do due settimane e l'aumento cbe mi avevi chiesto. Per cosa, Mister Fritz?
Che diamine: per girarlo, Chas. Non mi hai detto che hai lavorato come aiutoregista a Chicago? Beh, questa è la tua occasione. Non è quello che vogliono tutti in questo paese? Hai abbastanza carattere per riuscirei. Non serve altro a un regista. Maledissi la mia lingua, molto più lunga di me. Sapevo a malapena indicare Chicago sulla carta geografica.
Intende dire che dovrei essere io ... ? Non conosci il proverbio? Per quanto tu ti nasconda, il destino ti trova sempre. Te lo sarai girato questo film nella testa, in questi giorni. Il mondo si era rovesciato, come la barca di David Copperfield.
Ma ... gli attori? Non li pago certo per assistere alla convalescenza di un loro collega. Userai la troupe che è rimasta bloccata, ma dovrai impiegarci al massimo due settimane, non un giorno di più. Mettiti subito al lavoro. Vai da Henry e chiedigli tutto quello che ti serve. Te lo darà. Quel posto era infestato di pazzi impastati di pazzia, pensai, o di disperati, se si affidavano a uno sconosciuto trovato a dormire per terra, una mattina, davanti al cancello del loro manicomio. Vado a conoscere la squadra, dissi con decisione. Ma la voce mi uscì rauca e incerta. Mister Fritz mi augurò buon lavoro.
[...]
The Ballad of the Upside Down House è un cortometraggio fuori dal comune. Ci racconta la vera storia di David Copperfield e non la favola zuccherata che tutti conosciamo. Ogni scena è al tempo stesso intensamente visionaria e dolorosamente realistica. I personaggi di Dickens rivivono con una forza sconosciuta il loro destino e il film acquista, fotogramma dopo fotogramma, dignità e bellezza. Tutti gli occhi degli spettatori presenti all'Empire Theatre sono rimasti fissi sullo schermo fino all'ultimo quadro, alternando il divertimento alla commozione. Dopo un lungo silenzio dovuto alla sorpresa e al coinvolgimento è scoppiato nella sala un applauso spontaneo e interminabile. Siamo sicuri che alcuni episodi resteranno impressi nella memoria di questa nuova arte che inizia soltanto adesso a scoprire le sue straordinarie possibilità espressive. La lunga sequenza che descrive la morte del padre di Copperfield prima della sua nascita è un'innovativa intrusione della fantasia del regista sul canovaccio romanzesco. E così anche la scena nella quale l'usuraio Uriah Heep sfida ai dadi tutti gli uomini del suo quartiere e luciferinamente gli vince l'anima. Oppure quella in cui una donna dai lunghi capelli corvini somministra una cura di sanguisughe al piccolo David durante un attacco di febbre o il viaggio lungo una cupa campagna inglese verso Dover su un calesse ... il film soddisfa le migliori aspettative e incontrerà di sicuro il favore del pubblico e dei critici. Possiamo già affermare che il giovane regista di questa malinconica ma anche spassosissima Ballata si impone come una delle più talentuose promesse del cinema americano al pari di David Wark Griffith. Segnatevi il suo nome. Il produttore mi ha detto che si chiama Chas Chaplin. Per il futuro, potete tranquillamente scommettere su di lui.
[...]
Sapevo anche che non avevi mai scritto una sceneggiatura né una didascalia in vita tua ...
E allora perché, Mister Fritz?
Perché? Non lo so, è stata una scommessa. Chiamalo fiuto per gli affari. Eri l'unico che aveva abbastanza fegato
per andare fino in fondo e tornare indietro con i miei sogni intatti. Hai un mucchio di idee in quella testa, e la cosa che apprezzo di più in un uomo è l'inventiva. Ma sapevo anche che a cinque anni eri salito su un palcoscenico, e che avevi lavorato in un circo ... Questo è il tuo nuovo contratto: dodici cortometraggi fino alla fine del prossimo anno. Dovrai solo controllare la tua immaginazione, il resto è fatto.
Non la pensava così, la prima volta che ha visto il film.
Ho avuto paura.
Non conosco ancora il mestiere, Mister Fritz.
Sei tu ad avere paura adesso.
Quant'è lo stipendio?
Ti do un aumento di dieci dollari a settimana.
Venti.
Non se ne parla.
Neppure per me. Arrivederci, Mister Fritz.
Dodici, non uno di più.
Diciotto, non uno di meno.
Ci mettemmo d'accordo su quattordici. In un mese,
il mio bilancio era passato da dieci centesimi alla vertiginosa cifra di trentanove dollari la settimana. Fuori Henry e Ricardo mi aspettavano. Un sorriso fiorì a entrambi sulla bocca come un'orchidea.
[...]
Alcuni insetti si posarono sulle radici della quercia. Quella giornata prendeva una musica triste, che non mi piaceva. Poi Makrouhie fece una cosa strana. Inarcò lentamente la schiena, per quello che l'età le consentiva, e lasciò cadere il bastone a terra. I primi tempi lo facevo sempre, disse rimettendosi diritta con fatica. Venivo ogni settimana e le portavo un
bastone. Se la settimana dopo non lo trovavo più, ne portavo un altro, e dopo un altro ancora. Per un anno, non gliene feci mai mancare uno. Pensavo che le sarebbe servito, perché nessuno sa quanto si deve camminare nella morte. E lei aveva una gamba inutile.
La nostalgia macchiava la voce di Makrouhie allo stesso modo in cui la vecchiaia le aveva guastato il volto. Di colpo mi sentii esausto. TI mio viaggio finiva lì, in quel campo, intorno a quella pietra ricoperta d'erba. Makrouhie continuò a parlare, ma non l'ascoltavo più. All'inizio nessuno a Yo-Town ha creduto alla sua storia. La credevamo pazza. Come si può credere a una zoppa che arriva in un paese e con poche parole sbagliate dice di essere un'acrobata? Si misero a ridere tutti. Non l'ascoltavo più, e non ne avevo voglia. Provavo solo un gran vuoto allo stomaco, più che sul pallone aerostatico, il giorno prima. Ma ci sapeva fare coi fiori. Per quello aveva talento. Li legava insieme con rapidi movimenti sicuri, glielo aveva insegnato sua nonna. Nessuno, a Yo-Town, ha mai confezionato un mazzo di rose o un'orchidea meglio di lei. Me ne accorsi e le suggerii di aprire un negozietto di fiori a South Avenue insieme alla mia amica Viola, che era cieca e non sapeva come tirare avanti. Eszter disse: una zoppa e una cieca, va bene. Non ci avrebbe scommesso nessuno, ma l'idea funzionò.
Ormai la voce di Makrouhie la registravo solo involontariamente. Una sera mi chiese di accompagnarla. Andammo in riva al fiume, lei sempre con il suo passo stentato, incerto. C'era una bella luna, che illuminava la campagna. Sull'argine si sciolse i capelli. Erano rossi come le foglie di questi alberi. Lunghi. Mi lanciò il suo bastone. Non se ne era separata mai, fino ad allora, almeno davanti a me. Rimase su una gamba sola, come una cicogna. E ora guarda, disse. Prima cominciò a volteggiare, facendo leva soltanto sulle braccia e sull'unica gamba, ruote, salti, capriole, poi si tuffò nell'aria e per pochi minuti si trasformò in un pesce che guizzava sulla superficie delle cose, un essere senza peso che danzava sulla luce e attraversava le ombre, era tutto quello che non ti aspettavi di vedere, un'anomalia, una disubbidienza, la nota più alta di un violino, l'orgoglio di chi torna a essere se stesso da un'altra parte del mondo, su un altro fiume, a migliaia di chilometri dal luogo dove è nato, e questo lo capivo, lo sentivo sulla pelle, e avrei voluto scendere su quella riva e mettermi a saltare anch'io, con la stessa improvvisa e benedetta leggerezza, ma i miei piedi sono sempre stati pesanti, e le mie gambe non valevano neppure mezza delle sue. Non ho mai imparato ad ammaestrare le storture, i danni, il rimpianto, il fiato mi incatenava al luogo da cui osservavo quella scena, ma la sua ribellione mi faceva bene, un po' di quella gioia mi ricadeva addosso come una medicina, strappava le funi che ci legano a terra. Poi Eszter riunì i capelli con un nastro e riprese il suo passo intermittente e le sue sembianze di sempre.
[...]
 L'indomani mi ritrovai di fronte a un uomo con due lunghi drappi neri al posto delle sopracciglia, la mascella squadrata e la bocca carnosa. Nessuna cultura, ma un entusiasmo trascinante e irresistibile per tutto quello che gli piaceva. Sei troppo giovane per il cinema, mi disse Sennett la prima volta che ci parlai. Posso invecchiare quanto vuole, risposi. La battuta gli piacque. Mi diede una sonora manata sulle spalle e mi ingaggiò per un periodo di prova.
Quel pomeriggio di pioggia del 19I4 in cui cercavo nello spogliatoio maschile della Keystone un costume per una scena che stavamo girando, tenevo bene a mente quello che mi aveva detto Fred Karno, che in tutte le storie ci vuole un pizzico di malinconia. Per me non era difficile trovarla: la portavo già negli occhi, nelle mani, nel sangue. A sentire le donne, avevo un poco di tristezza anche negli inguini, ma questo finiva sempre per affascinarle. Pensai che se avessi potuto metteme un briciolo in una comica, forse avrei potuto sedurre chiunque. Era il comune senso delle proporzioni che dovevo stravolgere.
Scelsi così un paio di calzoni sformati, mi abbottonai a fatica un gilè e una giacca troppo stretti e calzai due scarpe enormi e logore. Mi guardai allo specchio. Non mi ero mai sentito così a mio agio. Il mio vestito era una disubbidienza. Ci aggiunsi una bombetta, un bastone, una cravatta a farfalla. Mancava solo un ultimo dettaglio: mi agitai i capelli e mi incollai sotto al naso un paio di baffetti neri e per la prima volta seppi qual era la mia faccia.
Quando uscii dalla baracca del trucco e mi avvicinai alla cinepresa con questo costume miserabile, mi bastò muovermi di fronte a quella volpe di Mack Sennett come se avessi avuto i pidocchi sotto le ascelle. Sennett cominciò a ridere in una maniera così esagerata e nervosa che gli venne la tosse, gli uscirono le lacrime e per poco non si soffocò. Lo tenevo in pugno. Gli mulinai il bastone sotto il naso come mi aveva insegnato Marceline e corsi via con i piedi piatti e l'aria impacciata, imitando l'anda tura di un vecchio cocchiere londinese che insieme a mia madre spiavamo tutte le sere dalla nostra soffitta di Pownall Terrace. Avevo l'impressione di pattinare su una gamba sola o di stare in verticale sull'orlo del Gran Canyon. Arricciai i baffi e strizzai gli occhi a tutte le signore presenti, ma mi tremavano le mani. Per dieci minuti non feci altro che inciampare seguendo la scia di ogni gonna che passasse, poi entrai con l'aria di un miliardario in vacanza in un set che riproduceva la hall di un albergo, ma di nascosto rubai una caramella a un bambino, mi attaccai a una boccetta d'alcol e chiesi scusa a una sputacchiera per averla urtata ... Quando finii a gambe levate per terra dopo avere preso un cane per la coda non rideva più soltanto Sennett, ma anche i macchinisti, le donne delle pulizie, i manovali, le comparse. Non ridevano di quello che accadeva, per quanto potesse essere buffo o comico, ridevano di me, delle conseguenze che ogni cosa che capitava aveva sul mio volto, della mia spaventosa inconciliabilità con il mondo, perché non dipende dal costume se si è davvero ridicoli.
Continuarono a ridere per anni, senza potersi fermare, e io firmai un contratto dopo l'altro, fino ad arrivare a essere l'attore più pagato di tutti i tempi: 670.000 dollari l'anno, più di 10.000 la settimana. Non passò molto che ebbi così tanti soldi da costruire i miei studios e i miei teatri di posa a sole due miglia da quelli di Mister Fritz, in un lotto di cinque acri di alberi d' arancio. Acquistai pure una Locomobile azzurra, dai copertoni bianchi, e assoldai un autista giapponese di nome Kono. Le sere in cui osservavo dai marciapiedi i ristoranti a Carson Street erano lontani anni luce; adesso potevo pranzare tutti i giorni da Armstrong Carlton, da Musso o dovunque avessi voluto a Hollywood Boulevard. Salmone, aringhe affumicate, cuore di pecora o pasticcio di fegato. Da quel momento in poi il cinematografo assorbì ogni mia energia. Avevo la pazienza di un asino. Ero capace di ripetere fino a cento volte la stessa scena e certe sere dovevano mettermi a letto ancora truccato, perché non avrei smesso mai. Per tenermi in forma, mi allenavo in palestra o in piscina prima di cena, e di giorno andavo dal pedicure, perché ho sempre provato per le mie mani e i miei piedi una grande devozione. Ormai avevo imparato a rispettare rigidamente gli orari, non giocavo mai a carte, bevevo appena un bicchierino di porto, di tanto in tanto, ma solo perché i miei nuovi colleghi non pensassero che fossi un monaco astemio e serio come avevano creduto gli attori della compagnia di Karno.
[...]
Arléquìn?
Qui tutti lo credono un po' tocco, ma gli consentono di dipingere e di parlare da solo. È un suo parente?
No, dissi a fatica. Una volta ho lavorato con lui, ma ero un bambino.
Gli farà piacere rìvederla, ma non ci stia troppo a lungo.
D'accordo.
E non sì impressioni.
Ho già visto altre persone nel suo stato.
A volte stringe i pugni, come se gli facessero male le mani, poi si getta nel letto e prende a tremare.
È per questo che non termina i suoi disegni?
Non lo so. A me piace credere che la sua sia una guerra personale contro tutte le cose che sono perfette
e poi si guastano. È per questo che disegna cavalli a due zampe, e uomini con un occhio solo, e soldati senza un braccio ...
Forse ha ragione, sarebbe stato meglio se si fosse venuti al mondo già storti dall'inizio.
Già.
Imparare a perdere la perfezione è troppo crudele e ìnseguirla per tutta la vita un gesto inutile e superbo.
Sembra un verso di Shakespeare.
Non mi ricordo più a chi appartiene.
[...]
Poi lentamente le ruote di ferro cominciarono a girare. Una di seguito all'altra.
Tetén tetén.
Tetén tetén.
Non terminarono tre giri che io sapevo la mia destinazione.
A Sacramento avrei comprato un altro biglietto per la First Transcontinental Railroad.
Tetén tetén.
Fino a Omaha.
Tetén tetén.
E dopo a Youngstown.
Tetén tetén, tetén tetén, tetén tetén.
Il treno ormai correva in mezzo alla campagna piena di brina.
Youngstown. Di colpo, sentii le mani di Naima che curavano i lividi di tutti quegli anni e mi insultai in ogni lingua che conoscevo per la mia ottusità. Se da qualche parte del mondo avevo un appuntamento con qualcuno, era con lei. Mi sentii come prima di girare la scena chiave di un film, con la stessa elettricità addosso per averla solo immaginata, quella scena ... Dall'agitazione, cominciai a ridere senza potermi frenare. Un signore mi cedette il posto e si allontanò velocemente, temendo di dover viaggiare accanto a uno squilibrato che rideva come Chaplin.
Youngstown mi accolse una settimana dopo con il suo solito aspetto incurante. Le case avevano lo stesso colore della prima volta, bianche e rugginose, il tram sferragliava sempre nel mezzo della strada principale, occupata da molte più autovetture ai bordi dei marciapiedi, e il cartello che dava il benvenuto sbatteva ancora al vento, ma con gli angoli di legno smagliati, come un messaggio passato di moda. Non so cosa mi aspettassi, ma tutto era in movimento per proprio conto e si mostrava indifferente al mio ritorno. Solo la panchina dove mi ero già seduto una volta aveva l'aria di una vedova che mi aspettava nella piazza alberata. Mi ci accomodai pesantemente. Con una certa soddisfazione osservai la sede della DOLLAR BANK che non mi scherniva più con gli enormi caratteri della sua insegna in cima al palazzo di fronte. Ora le mie tasche erano piene di dollari, eppure non ero felice. Percorrere la distanza da quella panchina fino al negozio di fiori di Viola e di Eszter mi costò una grande fatica. Le gambe mi pesavano più del piombo ed ebbi paura di essere divenuto come il personaggio di una favola che mi leggeva sempre mia madre: solo una creatura più leggera di una piuma avrebbe potuto salvarmi. Imboccai South Avenue sopraffatto dalla stanchezza e mi fermai davanti al negozio, ma dall'altro lato della strada.
Naima era in piedi. Potevo vederla, oltre la vetrina. Parlava con una cliente, una donna alta, dal viso allungato, che dava l'idea di non avere tempo. Le mostrava i fiori, le consigliava quali scegliere. Sollevò un mazzo di gardenie e mi accorsi soltanto allora di quanta delicatezza fosse capace ogni suo gesto. Trattava con rispetto tutte le cose, come se tutte le cose ne avessero bisogno, e restituiva importanza e dignità al mondo, con la sua cura discreta. Come avevo fatto a non capirlo prima? Era lei tutto quello che restava di Eszter. L'acrobata doveva averle insegnato ogni segreto, come a una figlia. Tutti i suoi trucchi da equilibrista, il mistero della sua leggerezza. Fui di colpo sicuro che se lo avesse voluto, Naima sarebbe stata in grado di esibirsi su quello stesso marciapiede in una serie mozzafiato di salti mortali. I capelli li teneva legati in una coda sulle spalle e i denti bianchi le illuminavano ogni espressione del viso. Indirizzò gli occhi verso di me, con uno sguardo che mi penetrò in ogni fibra, si spinse dentro ai miei capelli arruffati, alle mie piccole gambe nervose, nelle pieghe della mia giacca scucita, e di colpo ebbi pena di me, di come dovevo apparirle, di quello che ero e di quello che sarei stato. Della mia infelicità, nonostante il successo planetario. Mi augurai che non si ricordasse. Ma con terrore la vidi posare con calma le gardenie, liquidare con gentilezza la donna alta, uscire dal negozio e venirmi incontro. Si avvicinò lentamente, poi mi prese la mano e la tenne a lungo tra le sue.
... Tu?
Non ci fu bisogno di dire altro, per quella mattina. Quando la accompagnai a casa e lei rigirò la chiave nella serratura, mi stupii che non ci fosse nessuno, dentro. Devi promettermi una cosa, Charlie, mi disse Naima. Finché sarai qui, non mi farai nessuna domanda. Come vuoi. È un patto, allora? È un patto. Naima mi guidò oltre il vestibolo, attraverso il salottino dove ero stato accolto la prima volta, fino alla stanzetta che mi aveva ospitato pet quasi un mese. Indovinai il letto e l'armadio, e la finestra, dietro la tenda. N aima si girò dalla mia parte e mi diede una carezza sul viso. Credo fosse la prima v eta carezza che ricevevo da una donna da molto tempo. Divetsa da quelle di tutte le altre ragazze che avevo incontrato in quegli anni. Qualcosa si sciolse dentro di me, come una noce di ghiaccio. Rimasi Il in piedi, stordito dal buio e dal calore della sua mano in mezzo a tutto quel silenzio. Ti ricordi quanto eri malconcio quando ti portarono qui, quel giorno? Per la vetità, non mi ricordo molto. Chi lo avrebbe detto, allora: il più sconosciuto attore del mondo ... Eri tutto tumefatto, il viso ti era diventato grande quanto una zucca, gli occhi neri, i capelli impiastricciati, ma facevi ridere anche così.
[...]
Feci un passo avanti. Lessi il nome di Makrouhie Dolmayan, nata a Hrazdan nel 1831 e morta a Youngstown nel 1916. Poi quello di Viola Baldwin: Chicago, 1848 Yo-Town, 1917. La stele di Eszter Neumann era a pochi metri di distanza.
All'ora del tramonto, e nei giorni di sole, l'ombra di quella quercia le abbraccia tutte e tre, disse Naima. Il
custode di questo luogo è stato molto gentile e mi ha concesso di seppellirle vicine. Com'è successo?
Sono rotolate via una dietro l'altra, nel giro di pochi mesi, vinte da una malattia silenziosa e senza sintomi. Le ho viste sciogliersi giorno dopo giorno, consumarsi come due candele. Sono morte allo stesso modo: prima se ne sono andate le loro parole, poi tutto il calore che avevano nel corpo. Dai piedi, dalle gambe, dalle mani. Solo la pelle intorno al cuore è rimasta ancora calda, e gli occhi sbarrati, per catturare quel poco che si può ancora catturare della luce. Anche quelli di mia madre, che erano ciechi. Alla fine è rimasto solo il loro respiro. Per ore. Un fischio forte come una protesta, poi semplicemente un soffio. Finché non sono cadute nell'inesistenza. Come quando ci si immerge nell'acqua e si va sotto. Mia madre ha avuto una contrazione finale e ha teso le sue dita in un ultimo saluto. Chinai gli occhi, per pudore.
Che si possa smettere di colpo di vedersi, di parlare, di toccarsi, e che quest'assenza durerà per sempre, continuò Naima, è una cosa incomprensibile. Quasi ogni giorno, a casa, mi ritrovo a conversare con una sedia vuota.
Mi dispiace, Naima. Avevo molte cose da chiedere a entrambe, me ne rendo conto solo adesso. Mia madre diceva che qualsiasi domanda le avessi fatto, la tua risposta ero io, e che un giorno lo avresti scoperto.
[...]
Caro Christopher, che il desiderio fosse il tema della vita l'ho fatto dire anche all'ultimo clown che ho interpretato. Ma lo pensava pure Monsieur Verdoux, una delle maschere più sfuggenti che rubai alla cronaca, un tipo che aveva l'abitudine di bruciare le vecchie signore che sposava nella stufa della cucina e che portò alle estreme conseguenze la logica omicida del capitalismo. Semplicemente, senza desiderio non c'è mai stata vita per me. Ti diranno che sono i traumi del sesso a incidere la personalità. Non gli dare retta: il sesso è una malattia solo per i borghesi. Il vero trauma è la miseria, credimi. Da giovane, mi ero ripromesso di avere una ragazza per ogni lettera dell'alfabeto inglese. Agnes, Barbara, Carole, Dorothy ...
L'amore sarebbe stato il mio dizionario. Da quel momento in poi non c'è .mai stata una donna di cui non mi sia chiesto se mi sarebbe piaciuto o no baciare. È una domanda .che continuo a farmi anche ora, non te la prendere, non per questo voglio meno bene a tua madre. Eppure, da qualche tempo, mi ritrovo spesso a pensare che sia sempre il desiderio di qualcuno o di qualcosa a originare tutta la stupidità, la volgarità, la crudeltà e l'infantilismo degli esseri umani. Il desiderio mi ha reso tante volte ridicolo non solo agli occhi del mondo ma anche ai miei, mi ha fatto diventare sordo, e idiota, mi ha messo in pericolo. Come ha scritto un poeta, sono arrivato al punto di desiderare di non desiderare più niente. Vorrei metterri sull'avviso, ma è inutile. L'ipocrisia vuole che non se ne parli, ma è la forza più potente che esiste e nessuno ne è al riparo, a nessuna età. I tuoi I 5 anni valgono i miei; ho solo il vantaggio dell'esperienza, ma sono vulnerabile quanto te. Le cose  stanno così. Sei ancora un ragazzo, Christopher, e ti innamorerai molte volte, e anche tu dovrai inventarti l'imperfezione di qualche equilibrio. Io, tutta questa esuberanza, tutto questo vivere, insieme alla mia disperata timidezza, alla fine li ho riversati nel cinema, e il cinema mi ha salvato.
La prima volta che gabbai la Vecchia, Christopher, sei anni fa, fu la più difficile. Era venuta a prendermi, come sapevo dal 1910, ma trovò Charlot a riceverla. Uno Charlot di ottantadue anni, con una nuvola di capelli sulla testa e una geografia di rughe intorno ai baffi. Agitai il bastoncino e sollevai la bombetta in segno di saluto. Poi iniziai a girare in tondo per la stanza, con il mio passo di sempre, da pinguino, i piedi larghi e le scarpe fuori misura. Replicai tutte le mie antiche gag e trovate, anche se era una vita che non le facevo più. Ma la Vecchia se ne restò gelida a osservarmi e riprovai il panico che mi aveva preso la prima volta che andai in scena a New York, insieme a Stan Laurei, quando il Nuovo Mondo ci battezzò con un fiasco. Mi sforzai di fare delle facce buffe, ma mi veniva da piangere, perché non ti avrei visto crescere, Christopher, i baffi posticci mi si staccarono dallé labbra e mi caddero per terra, e quando mi chinai per raccoglierli gli acciacchi dell'età mi misero definitivamente al tappeto. Restai lì, con la schiena a metà, incapace di raddrizzarmi, vinto, decrepito e dolorante. Fu in quel momento che la Vecchia cominciò a ridere, come Mack Sennett negli studi della Keystone, come qualsiasi altro mi abbia visto all'opera nei miei giorni di grazia. Non è certo una signora apatica, bisogna riconoscerlo: il suo lavoro lo ha sempre svolto con un certo entusiasmo. Ah, Ah! Fai ancora ridere, Chaplin, mi disse con la sua voce cavernosa, ti do un altro anno, te lo sei guadagnato: ci vediamo il prossimo Natale. E sparì dalla mia poltrona. Mi ci vollero parecchi impacchi d'acqua calda e una pomata al pino mugo per rimettermi dal mio mal di schiena, ma ero ancora vivo.
Da allora, approfittai di ogni pretesto che mi offriva la vecchiaia: l'abbassamento della vista, la perdita della memoria, il rimpianto della giovinezza. La mia stessa condizione mi offriva un repertorio inesauribile di soluzioni. Il trucco è sempre lo stesso: fare in modo che qualcosa vada storto e che il mondo appaia rovesciato, sottosopra. Il meccanismo della comicità è un meccanismo sovversivo. Se un gigante cerca in ogni modo di aprire una porta e non ci riesce, ma subito dopo la porta si apre a un gatto, a un bambino, a un povero vagabondo o a un vecchio senza nessuno sforzo, noi ridiamo. Perché è tutto il contrario di quanto accade nella vita. La comicità è una capriola, un uomo che si rialza dopo un capitombolo o un altro che sta sul punto di cadere ma non cade mai. La comicità è mancina come me, Christopher. Irride i ricchi, rimette le cose a posto, ripara le ingiustizie. Come diceva Frank Capra, chiude le porte ai prepotenti e le fa aprire ai deboli e agli indifesi, anche se solo per il lampo di un sorriso. È quest'incredulità che ci riempie gli occhi di lacrime. Sin dall'inizio, da quando cantai la canzone di Jack Jones al posto di mia madre, suscitare il riso e le lacrime è stata la mia infantile protesta contro la miseria, la malattia e il disprezzo, e il mio rifiuto dell'odio e di tutte le forme sbagliate che finiscono per governare le relazioni umane. È stupefacente, a pensarci, quanto sia facile a contagiarsi l'allegria e quanto triste e malato sia invece il mondo.
Ogni Natale, fino a questo, sono riuscito a strappare alla Vecchia almeno una risata e a salvarmi. Ma stasera fallirò, Christopher. Proprio stasera che mi sento terribilmente a posto e Ìni sembra di essere tornato agli splendori di un tempo. Sono sicuro che sarò capace di una gag perfetta, al primo ciak, come neppure nei film migliori. Non c'è ancora nessuno che sa fare l'ubriaco meglio eli me. Mi fumerò per l'ultima volta un fiammifero al posto della sigaretta. Ma la Vecchia non riderà, me lo sento. La gente non ama la perfezione, e io non posso migliorare più di così.
Domani ti porteranno nella mia stanza, e mi vedrai lì steso su un letto. Quando mi condussero da mio padre, all'ospedale di St. Thomas, scappai via, ma ero più piccolo di te, e avevo di fronte un estraneo. La pietà per lui mi sarebbe venuta dopo, quando ebbi anch'io paura di perdere tutto. Mia madre, invece, l'accompagnai quasi per mano. L'avevano ricoverata per un'infezione, solo qualche mese dopo la prima proiezione del Circo. L'ultimo giorno la sentii rivolgere un complimento a un'infermiera, per una collana di perline di vetro e di legno che aveva al collo. Le promisi che sarebbe guarita e la feci ridere per ore. Ma di notte lei si mise a sedere sul letto e mi disse Aiutami, Charlie. Sul certificato scrissi che era nata un anno dopo di quello reale perché potesse barare anche nell'aldilà. Lo so, tutto questo è troppo sentimentale. Mala musica avrebbe detto il mio amico Picasso. Ma è la mia musica, Christopher, e non posso più cambiarla. Non ho scritto più di dodici lettere in tutta la mia vita, ma ho avuto il tempo per questa, e mi basta. La Vecchia è già arrivata. È qui davanti, nella poltrona sotto la finestra, mi aspetta. Sa che non esco da questa villa da due mesi, da quando ti ho portato a vedere l'inconfonclibile tendone del circo Knie, a ottobre. Tra poco verrete a chiamarmi, tu, e tua madre, e i tuoi fratelli e nipoti, per la cena, ma io sarò già a spasso con lei, sulla luce indecente della Luna o chissà dove. Ma non stare in pena per me, non ho paura. Mi sono sempre sentito sull'orlo eli un trasloco.  Siamo ai titoli eli coda, caro Christopher, e non posso che esserti grato per la tua funambolica pazienza se hai resistito sin qui a tutte queste chiacchiere. Per una volta non sono stato fedele al mio principio che ogni storia dovrebbe essere come un albero che si scuote e tutto quello che non serve si fa cadere a terra, lasciando solo l'essenziale. Questa lettera non è un film, e io volevo che sapessi tutto, anche le cose superflue, perché non mi ricordo più dove ho nascosto la verità. Sarebbe bello dissolversi con un ultimo abracadabra. Su un'aeronave, un treno o una mongolfiera. Ma in fondo sono contento di andarmene a cavalcioni solo delle mie parole. Dicono che l'universo sia nato da una grande e incomprensibile esplosione. Secondo me, deve essere successo sulla pista di un circo. Una donna volteggiava in aria e un uomo ne catturò il movimento in una scatola magica, e lo riprodusse all'infinito, fino a popolare di ombre la terra, e a riempirla di segatura, di risate, di lacrime. Non può che essere andata così, Christopher, perché solo nel disordine dell'amore ogni acrobazia è possibile.

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Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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