In quelle tenebre - Gitta Sereny

>> domenica 3 febbraio 2013

La serata che il Circolo Lettori della Biblioteca di Castiglione ha dedicato al "Giorno Della Memoria" è stata introdotta da Fabio Alessandria con un approfondimento del concetto di memoria, che in letteratura non ha un'interpretazione comune. Ad esempio due importanti autori, Proust e Nabokov, presentano una visione diametralmente opposta: per il primo il ricordo è fonte di dolore per il secondo di gioia. Ci si è domandati quale efficacia avrà in futuro celebrare una ricorrenza come quella della Shoah quando non ci sarà più chi ha vissuto in prima persona l'Olocausto e si perderà il ricordo diretto. Come si potrà coinvolgere al meglio le nuove generazioni? Probabilmente sarà necessario un linguaggio e una modalità di comunicazione molto diversa da quella usata finora. Fortunatamente il materiale iconografico e letterario non manca. 
Il libro che abbiamo condiviso, "In quelle Tenebre", rappresenta un documento di straordinario valore perchè è l'unica intervista ad un comandate di un campo di sterminio. L'autrice, giornalista britannica di origini ungheresi, ha partecipato al processo di Norimeberga ed è riuscita successivamente ad incontrare in carcere per diverse settimane e fino a 19 ore prima della morte, Franz Stagl, il responsabile del campo di Treblinka,  condannato al carcere a vita per lo sterminio di novecentomila ebrei. Il libro raccoglie anche le interviste ai pochi sopravvissuti al campo nonchè ad altri funzionari delle SS e getta luce sulla relazione poco chiara tra la Chiesa e il regime nazista. Riporto integralmente la parte relativa ai rapporti con il Vaticano perchè mi sembra ben  documentata e approfondita nel cercare le ragioni del "tiepido" atteggiamento di Pio XII nei confronti del nazismo. Curiosa anche le descrizione che un ex gerarca nazista impenitente fa di Hitler e di Eva Braun. Al di là di tutto la domanda iniziale che l'autrice fa (come può una persona "normale" rendersi responsabile dell'omicidio sistematico e a sangue freddo di tanti esseri umani, compresi i bambini che potrebbero essere suoi figli, e le donne, che potrebbero ricordare una madre o una moglie) resta senza una risposta definitiva. Stangl (così come tanti altri che hanno lavorato nei campi di sterminio o nel famigerato progetto T4 in cui il regime ha iniziato a "formare" i suoi uomini all'eutanasia dei minorati fisici o mentali, anche questo citato nel libro) non era uno psicopatico, anzi ha tutte le caratteristiche del buon padre di famiglia, attento e premuroso con moglie e figli. Quella che viene elevata sempre a motivazione (la necessità di eseguire gli ordini e il timore di ritorsioni del regime sulla carriera e la famiglia o il ricatto psicologico di essersi già macchiati di un crimine la prima volta che si è stati spinti a commetterlo) cade davanti all'evidenza di centinaia di migliaia di persone inermi trucidate e ridotte in cenere e in un passo dell'intervista Stangl si lascia sfuggire qualche parola che rende chiaro il suo profondo disgusto per una razza inferiore. Luca Cremonesi durante la discussione ci ha ricordato che il nazismo è sorto in Germania quando era il paese intellettualmente più avanzato al mondo e fonda le sue radici filosofiche sulla convinzione che il tempo è finito perchè ormai l'uomo ha raggiunto la sua perfezione, la sua massima espressione. Questo fa ancora più paura perchè indica che la conoscenza e la cultura possono essere completamente staccati dalla coscienza del valore della vita umana.

Era di un'importanza essenziale, pensavo, prima che fosse troppo tardi, cercare almeno una volta, con atteggiamento per quanto possibile equanime e spregiudicato, di penetrare la personalità di un uomo che era stato così profondamente coinvolto nel male più totale che la nostra epoca abbia prodotto. Era importante, pensavo, chiarire le circostanze che l'avevano portato a questo, non dal nostro punto di vista, ma, una volta tanto, dal suo. Era un'occasione da non perdere, pensavo, per valutare - esaminando le sue motivazioni e le sue reazioni come lui stesso le descriveva, anziché come noi, nel nostro pregiudizio, desideravamo o pensavamo che fossero - se il male emerga dalle circostanze o per nascita, e fino a che punto sia determinato dall'individuo stesso o dal suo ambiente. Stangl era l'ultimo, e in definitiva l'unico, uomo di questo particolare calibro, col quale si poteva tentare un simile esperimento.
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Uomini come Bouhler, Brack e Blankenburg (ora morti) e alcuni altri, e i 'luminari' della medicina che a suo tempo prestarono il loro nome a quest'attività, in particolare gli psichiatri professor Nitsche, professar Heyde e dottor Mennecke, furono i cosiddetti 'assassini da tavolino'. Nessuno di loro, né degli appartenenti agli uffici del T4, commise mai un assassinio di propria mano. E alcuni di loro - almeno all'inizio di queste spaventose imprese - sembra credessero sinceramente che un 'misericordioso' programma di eutanasia era giustificato: una persuasione condivisa dalle molte persone perfettamente onorevoli che oggigiorno propongono di legalizzare l'eutanasia su richiesta.
Ma una volta creati questi 'istituti ' di eutanasia, nessuno nella Cancelleria del Fuhrer o al T4 poteva continuare a nutrire illusioni; era evidentissimo che tutto quello che succedeva non era certo un 'suicidio facilitato', o l'uccisione misericordiosa di malati gravemente sofferenti, su richiesta loro, o di loro parenti, per ragioni terapeutiche ', ma un assassinio legalizzato, commesso per ragioni economiche- e più tardi politiche ... E anche su questo piano, la sua 'legalità' era soltanto una pseudo-legalità.
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In Mein Kampf, scritto nel 1923, Hitler aveva già concepito l'idea di una nuova Europa basata su teorie razziste, secondo cui quella dell'Europa Orientale avrebbe dovuto diventare una «popolazione di servizio » a beneficio delle «razze superiori » (oltre alla Germania, la Scandinavia, l'Olanda, una parte della Francia, e la Gran Bretagna). Anche se non vi fosse stata nessuna guerra, o se la Germania avesse vinto la guerra dopo la caduta della Francia nel 1940, le condizioni per attuare questo programma sarebbero state create ugualmente. Sarebbe risultato ugualmente necessario uccidere o, nell'ipotesi migliore, sterilizzare, tutti coloro che nell'Europa Occidentale avrebbero potuto con tutta probabilità opporsi: gli intellettuali e l'élite sociale e religiosa. Bambini razzialmente 'puri'sarebbero stati ugualmente spediti in Germania da piccolissimi, e allevati da genitori adottivi tedeschi, o in istituti tedeschi. (In realtà, durante la guerra si ebbe un inizio di questa particolare fase, quando duecentomila bambini polacchi furono portati via a forza ai loro genitori. Un gran numero di essi furono restituiti alla Polonia attraverso l'azione dell'UNRRA nel 1945-46, ma non tutti vennero ritrovati).
La nuova Europa di Hitler era interamente basata su questo concetto dei popoli superiori e inferiori. Sia con annessioni, sia con la guerra, egli era determmato a creare le condizioni per attuare la decimazione dell'Europa Orientale. Così pure, guerra o non guerra, poiché non si offriva nessun'altra soluzione pratica, a suo tempo avrebbe dovuto trovare i modi per sterminare fisicamente gli ebrei; la sola logica conclusione della campagna di diffamazione psicologica sulla quale la maggior parte del suo programma si basava. I campi di ' concentramento ' in origine furono creati come vasti luoghi di detenzione per chiudervi coloro che si opponevano al Nuovo Ordine, e per eliminarli, con una parvenza di legalità, come' traditori' o' spie', se la loro ' rieducazione ' si dimostrava impossibile.
Dal 1941, la maggior parte di questi campi diventarono vasti mercati di lavoro schiavistico, ma anche allora variavano assai per grado di severità, largamente in dipendenza della nazionalità dei prigionieri che ospitavano. E anche nel peggiore di essi, per quanto terribili ne fossero le condizioni, v'era almeno una tenue possibilità di sopravvivenza.
Nei campi di 'sterminio', tale possibilità non esisteva. Erano creati con l'unico scopo di stermmare gli ebrei d'Europa, e gli zingari. Di questi campi destinati esclusivamente allo sterminio ve ne furono quattro; il primo, il campo-pilota di Chelmno (Kulmhof), fu costruito nel dicembre del '41. Poi, dopo la Conferenza del Wannsee del gennaio 1942, che, presieduta da Reinhardt Heydrich, diede la sanzione ufficiale al programma di sterminio, Belsec (marzo.1942), Sobibor (maggio 1942), e il più grande di tutti, Treblinka (giugno 1942). Tutti entro un raggio di duecento miglia da Varsavia.
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Anche i campi di concentramento avevano furgoni a gas, camere a gas, crematori, e fosse comuni. In essi, le vittime venivano anche fucilate, gli venivano praticate iniezioni mortali e, oltre a essere assassinate, a centinaia di migliaia morivano di esaurimento, di fame, e di malattie. Ma - perfino a Birkenau, la sezione di sterminio di Auschwitz (dove si ritiene siano stati uccisi ottocentosessantamila ebrei 4bis) - in tutti c'era una speranza di sopravvivere.
Nei campi di sterminio, gli unici che mantennero questa speranza di giorno in giorno furono i pochissimi che erano tenuti come 'ebrei da lavoro' per il funzionamento del campo. Complessivamente, ottantadue persone - tra di esse nessun bambino - sopravvissero ai quattro campi di sterminio nazisti in Polonia.
Ma non fu soltanto la politica che vi era sottesa che distinse lo sterminio mizista degli ebrei dagli altri casi di genocidio. Anche i metodi impiegati furono unici, e ideati in modo unico. Le uccisioni erano sistematicamente organizzate in modo da ottenere la massima umiliazione e disumanizzazione delle vittime prima di ucciderle. Era una politica calcolata, per uno scopo ben preciso, non era l'effetto di 'semplice ' crudeltà o indifferenza: i viaggi nei carri piombati, incredibilmente stipati, senza impianti sanitari, senza mangiare né bere, e immensamente peggiori di qualsiasi trasporto di bestiame;  l'isterismo degli arrivi, le frustate, l'immediata e sempre violenta separazione degli uomini dalle donne e i bambini; la svestizione in pubblico; l'incredibile umiliazione delle ispezioni fisiche interne, in cerca di valori nascosti; il taglio dei capelli e la rasatura delle donne; e infine, la corsa, tutti nudi, nelle camere a gas, sotto le frustate.
« Quale pensava che fosse, a quel tempo, la ragione dello sterminio degli ebrei? » domandai a Stangl. «Volevano i loro soldi» rispose subito. «Ha idea delle somme fantastiche che rese? È con quei soldi che si comprava l'acciaio in Svezia ».
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Era una giornata di freddo intensissimo - nonostante gli stivali foderati di pelliccia, ben presto mi sentii i piedi gelati. Dopo circa mezz'ora di girovagare per il campo ciascuno per conto proprio, Wanda e io ci trovammo faccia a faccia in mezzo agli alberi. «I bambini!» proruppe; esattamente le stesse parole che opprimevano il mio animo: « Oh, mio Dio, i bambini, nudi, in questo freddo terribile!». Restammo in silenzio per un lungo momento, nel punto in cui loro avevano dovuto stare in piedi, in attesa che quelli che li precedevano fossero morti; in attesa del loro turno. Spesso, mi era stato detto, i loro piedi nudi si congelavano nel terreno, in modo che quando le fruste degli ucraini da ambo i lati del sentiero cominciavano a spingerli avanti, le loro madri dovevano strapparli dal suolo... Standocene lì, era insopportabile ricordare queste cose, eppure, Wanda e io sentivamo che questo sforzo deliberato di visualizzare la realtà di un inferno che nessuna di noi poteva veramente condividere, era nostro dovere compierlo - era il minimo che potevamo fare.
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La voce gli si fece roca, il volto assunse un'espressione volgare e diventò di un rosso scuro. « Mi recai a Treblinka in macchina, con un autista delle SS » disse. « Si sentiva il fetore a chilometri di distanza. La strada correva lungo la ferrovia. Quando fummo a una ventina di minuti di macchina da Treblinka, cominciammo a vedere dei cadaveri lungo la linea ferroviaria, prima soltanto due o tre, ma continuarono ad aumentare a mano a mano che ci avvicinavamo alla stazione di Treblinka; ce n'erano a centinaia - sparsi sul terreno - e, evidentemente, erano lì da giorni e giorni, con quel calore. Alla stazione c'era un treno pieno di ebrei, alcuni morti, altri ancora vivi ... Anche questo aveva l'aria di esser lì da giorni».
«Ma tutto questo non era uno spettaco lo nuovo, per lei. Aveva già visto una quantità di questi trasporti a Sobibor, non è vero?».
«Nulla di simile a questo. E a Sobibor - come le ho detto - a meno che uno lavorasse nella foresta, si poteva vivere senza vedere effettivamente quello che succedeva; la maggior parte di noi non vide mai nessun morto né moribondo. Treblinka, quel giorno, fu la cosa più orribile che io abbia visto per tutta la durata del Terzo Reich ». Si nascose la faccia tra le mani.
« Era l'inferno di Dante » disse, di tra le dita. « Era un Dante materializzato. Quando entrai nel campo e scesi dalla macchina sul piazzale mi trovai affondato fino al ginocchio nel denaro; non sapevo dove voltarmi, dove andare. Camminavo su biglietti di banca, sulle pietre preziose, sui gioielli, sugli indumenti. Erano dappertutto, disseminati su tutto il  piazzale. Il fetore era indescrivibile. Dappertutto corpi che si andavano decomponendo, putrefacendo, a centinaia, a migliaia. Al di là del piazzale, nei boschi, poche centinaia di metri al di là del filo spinato, lungo tutto il perimetro del campo, v'erano tende, fuochi di bivacco, con gruppi di guardie ucraine e di ragazze - puttane, scoprii in seguito, di tutta la zona -, che si sborniavano, ballavano, cantavano, suonavano ... ».
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« La mattina dopo - 22 agosto - sul presto, il nostro treno è stato dirottato su un altro binario, proprio lungo la piattaforma di carico, ed è stato allora che abbiamo saputo che quella gente era un trasporto di ebrei. Ci chiamavano, e ci hanno detto che stavano viaggiando da due giorni senza cibo né acqua. E poi, quando sono stati caricati su carri bestiame, abbiamo assistito alle scene più spaventose. I cadaveri di quelli che erano stati ammazzati la sera prima venivano gettati dalla polizia ausiliaria ebraica su un camion che ha fatto la spola quattro volte. Le guardie - delle SS ucraine volontarie, alcune delle quali ubriache - ammucchiavano. centottanta persone in ogni vagone. « Le contai » mi disse Herr Pfoch, i genitori in uno, i bambini in un altro. Non si facevano nessuno scrupolo di separare le famiglie. Urlavano, sparavano, picchiavano la gente col fucile, con tanta forza che a volte ne spaccavano il calcio. Quando alla fine tutti quanti furono caricati, si sentivano venire delle grida da tutti i vagoni. "Acqua!" imploravano. "Do' il mio anello d'oro per un po' d'acqua!". Altri ci hanno offerto cinquemila zloty (duemilacinquecento marchi) per una tazza d'acqua. Alcuni che hanno cercato di venire fuori attraverso i buchi di ventilazione sono stati immediatamente uccisi nel momento in cui toccavano terra, un massacro che faceva male al cuore, un bagno di sangue quale non avrei mai sognato. Una madre salta giù col suo bambino, e guarda con calma il fucile puntato contro di lei - un momento dopo sentiamo la guardia che li ha uccisi tutti e due vantarsi coi suoi compagni che era riuscito a "farli fuori" tutt'e due con un solo colpo che ha attraversato la testa di entrambi ».
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<< Quando finalmente il nostro treno lascia la stazione, scrisse Pfoch << almeno cinquanta morti, donne, uomini e bambini, alcuni dei quali completamente nudi, giacciono lungo i binari. Abbiamo visto la polizia ebraica portarli via - ogni sorta di valori scompariva nelle loro tasche. A suo tempo, il nostro treno ha seguito l'altro treno, e abbiamo continuato a vedere cadaveri da entrambi i lati del binario - bambini e altri. Dicono che Treblinka sia un 'campo di spidocchiamento '. Quando arriviamo alla stazione di Treblinka, il treno è di nuovo accanto al nostro- c'è un odore tremendo di corpi in  decomposizione, alcuni di noi vomitano. Le implorazioni per un po' d'acqua aumentano, le sparatorie indiscriminate delle guardie continuano ... Qui ne sono stati riuniti trecentomila » continua Pfoch (e dobbiamo ricordare che questo diario fu scritto nell'agosto 1942): << ogni giorno dieci o quindicimila vengono gasati e bruciati.
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« La nostra vita quotidiana? Era in ogni senso regolata,e assai particolare. V'erano alcune cose assolutamente essenziali al fine della sopravvivenza: era essenziale riempirsi completamente della determinazione di sopravvivere; era essenziale creare in se stessi una capacità di dissociarsi in una certa misura da Treblinka; era importante non adattarsi completamente a essa. Un completo adattamento significava accettazione. E nel momento stesso in cui uno accettava, era moralmente e fisicamente perduto. «Naturalmente, furono molti quelli che soccombettero: ho letto praticamente tutto ciò che è stato scritto su questo argomento. Ma in qualche modo, nessuno sembra aver capito: non era la spietatezza, che permetteva all'individuo di sopravvivere, era una qualità indefinibile - non peculiare agli individui colti o raffinati. Chiunque poteva possederla. Una specie di inestinguibile sete di vita - è forse questa la migliore definizione che si possa darne - o magari, una sorta di talento per la vita, e una fede in essa ... ».
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Emerge con grande chiarezza che a Treblinka Berek Rojzman continuò con le stesse tecniche di sopravvivenza che aveva già messo in pratica fuori. « Io commerciavo » disse, con un sorriso. «Più che altro con gli ucraini. Era gente d'affari: volevano oro, vestiti, oggetti, e roba da mangiare. D'altra parte, quando noi eravamo a corto, loro potevano avere roba da mangiare dai contadini, in cambio di oro o di denaro, e ce la portavano. Funzionava, » disse «funzionava benissimo. Erano come tutti: commerciavano ».
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«Sarebbe giusto dire che alla fine sentiva che in realtà quella gente non erano esseri umani? ».
«Una volta, anni dopo, in Brasile, ero in viaggio, » disse, con un'espressione profondamente concentrata, e rivivendo evidentemente quell'esperienza «il mio treno si fermò accanto a un mattatoio. Il bestiame nei recinti, all'udire il rumore del treno, trottò avvicinandosi alla barriera per guardare il treno. Erano vicinissimi al mio finestrino, si spingevano l'un l'altro e mi guardavano attraverso la barriera. In quel punto pensai: " Guarda, mi ricorda la Polonia; era proprio così che appariva, la gente, piena di fiducia, un momento prima che finisse nelle scatole ... " ».
«Nelle "scatole", ha detto?» lo interruppi. « Che cosa intende dire?». Ma lui proseguì senza rispondermi, come se non mi avesse udito. « ... dopo d'allora, non riuscii più a mangiare carne in scatola. Quei grossi occhi ... che mi guardavano ...senza sapere che di lì a poco sarebbero stati tutti morti ». Fece una pausa. Aveva il volto tirato. In quel momento sembrò vecchio, esausto, vero.
« E così, sentiva che non erano esseri umani? » . «Bestiame» disse con voce atona. « Semplicemente del bestiame » alzò una mano e poi la lasciò ricadere in un gesto di disperazione. Le nostre voci erano cadute a un tono basso. Fu una delle poche volte, in quelle settimane di conversazioni, che non fece alcuno sforzo per mascherare la sua disperazione, e questo suo dolore disperato mi suscitò un attimo di simpatia.
« Quando pensa che cominciò a sentirli come bestiame? Da come parlava poco fa, del giorno in cui arrivò a Treblinka, dell'orrore che provò vedendo quei cadaveri dappertutto - allora, non erano ' bestiame ' per lei, non è vero? ». « Credo che cominciò il giorno in cui vidi per la prima volta il Totenlager di Treblinka. Ricordo Wirth lì in piedi, accanto a quelle fosse piene di cadaveri lividi, nerastri. Non aveva più nulla a che fare con l'umanità... era una massa... una massa di carne che imputridiva. Wirth disse: " Che cosa dobbiamo farne di questo letame?". Credo che inconsciamente fu da quel momento che cominciai a considerarli come bestiame ». « V'erano tanti bambini, non le fecero mai pensare alle sue bambine, a come lei si sarebbe sentito se fosse stato al posto dei loro genitori? ». « No, » disse lentamente « non posso dire di aver mai pensato a una cosa simile». Fece una pausa. «Vede, » riprese dopo un poco, sempre parlando con quell'estrema serietà, e con l'evidente scopo di trovare in se stesso una nuova verità « raramente li vedevo come individui. Per me era sempre e soltanto un'enorme massa. A volte stavo in piedi sopra il muro, e li vedevo nel tubo. Ma - come posso spiegarlo - erano nudi, assiepati, e correvano sotto le sferzate ... » non fini' la frase. (« Stangl spesso saliva in piedi sul muro di terra che divideva i due campi» disse Samuel Rajzman a Montreal. «Se ne stava lassù, come Napoleone che guardasse i suoi dominii » ). «E non avrebbe potuto cambiare nulla, di questo? »
domandai. «Nella sua posizione, non avrebbe potuto far smettere la svestizione, le frustate, l'orrore di quei recinti». « No, no, no. Era quello il sistema.
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«Quale pensava che fosse) a quell)epoca) la ragione di quegli sterminii? ».
La sua risposta fu pronta: «Volevano i soldi degli ebrei ».
«Non lo dirà sul serio!».
Rimase sbalordito da questa mia reazione d'incredulità. « Ma naturalmente! Ha idea di quali fantastici capitali si trattava? È con quei soldi che cqmpravano l'acciaio in Svezia». «Ma ... non tutti erano ricchi. Solo a Treblinka furono uccisi almeno novecentomila ebrei ... (e più di tre milioni in totale sul suolo polacco) nei campi di sterminio e di concentramento. Centinaia di migliaia di loro provenivano dai ghetti dell'Est) gente che non aveva nulla ... ».
«Nessuno non aveva nulla» disse. «Tutti avevano qualcosa». « Perfino quelli dell'estremo est della Polonia, i più poveri, portavano qualcosa» disse Richard Glazar.
« Ricordo di aver lavorato sui loro indumenti: portavano giacche imbottite come i coolies cinesi. Era spaventoso maneggiare quella roba piena di pidocchi- addirittura bianca di pidocchi lungo le cuciture. Una volta stavo per infilare una di quelle giacche in un fagotto e qualcuno disse : "Un momento!". La sventrò, e appiccicati l'uno all'altro, dentro l'imbottitura, v'erano dozzine e dozzine di biglietti da cento dollari. Un'altra volta, entra una SS con un cestino pieno di roba da mangiare. "Tirati su le maniche," mi disse " e affonda la mano sino in fondo ". Io feci così. Era pieno - fino al gomito - di dollari d'oro'.
« La questione razziale '' disse Stangl « era soltanto secondaria. Altrimenti, come avrebbero potuto esservi tanti ariani onorari '? Si diceva che il generale Milch fosse ebreo». «Se la questione razziale era così secondaria perché allora tutta quella propaganda di odio?''·
« Per condizionare quelli che dovevano mettere in atto quella politica; per rendergli possibile di fare ciò che facevano ».
« Bene lei prese parte all'attuazione di questa politica: provava quell'odio?».
«Non l'ho mai provato. Non avrei mai permesso a nessuno di ordinarmi chi dovevo odiare. Comunque, le sole persone che avrei mai potuto odiare sarebbero state quelle che volevano distruggermi - come Prohaska
«Che differenza c'era per lei tra l'odio e il disprezzo implicito nel fatto di considerare della gente come 'bestiame'? ».
«Non ha niente a che fare con l'odio. Erano così deboli; si lasciavano fare qualunque cosa. Era gente con la quale non c'era alcun terreno comune, nessuna possibilità di comunicazione - è di qui che sorge il disprezzo, non potevo capire come potessero arrendersi a quel modo. Molto di recente ho letto un libro sui conigli delle nevi, che ogni cinque o sei anni si gettano in mare per morire; mi ha fatto ripensare a Treblinka ».
« Se non provava un irresistibile senso di lealismo verso il Partito o le sue idee a che cosa credeva durante tutto quel tempo in Polonia?».
« Nella sopravvivenza' rispose immediatamente. « In mezzo a tutte quelle morti, alla vita. E ciò che mi sosteneva di più era la mia fondamentale fede nell'esistenza di una giusta retribuzione».
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Il Papa era certo - come lo era stato, fino a un certo punto, il suo predecessore, papa Pio XI (il quale, peraltro, era stato assai più critico nei confronti dei nazisti) - che i tedeschi sotto Hitler rappresentavano il principale baluardo contro il bolscevismo in Europa. E questa convinzione - che non era stata scossa dal patto russo-tedesco, che, con la sua esperienza diplomatica, doveva aver riconosciuto come una manovra tattica - fu determinante per la maggior parte delle sue azioni e inazioni durante gli anni di guerra. La seconda importante componente della condotta del Papa mi sembra sia stata il suo timore che i nazisti intendessero spazzar via il cattolicesimo in Germania. Imponendo misure restrittive alle organizzazioni della Chiesa (sia protestante sia cattolica), e con una costante azione di ricondizionamento delle menti dei giovani, abolendo le scuole e le pubblicazioni cattoliche, i nazisti si muovevano, con cautela, ma si muovevano. Benché, in realtà, pochissimi preti, sia tedeschi che austriaci, e non un solo vescovo cattolico, in tutta l'Europa occidentale, fosse mai stato arrestato o molestato dai nazisti (a differenza di un gran numero di religiosi polacchi imprigionati), le misure prese dai nazisti dal 1934 in poi costituivano una chiara indicazione della direzione in cui si stavano muovendo. La gravità di questa minaccia è vividamente illustrata da uno degli ultimi dei circa cinquecento libri, rapporti, pamphlet, e documenti, che io ho letto nei tre anni impiegati nella preparazione di questo libro. Si tratta del riassunto di una lettera spedita da Martin Bormann al Gauleiter dottor Meyer di Miinster in data 6 giugno 1941; una lettera che può spiegare in larga misura il silenzio di Pio XII di fronte agli orrori nazisti, e può perfino giustificare in parte i suoi più profondi timori. Vi furono due versioni di questa lettera: quella che Bormann scrisse in un primo tempo, evidentemente di sua propria iniziativa, e quella pubblicata successivamente (probabilmente nell'autunno del 1941) e inviata come circolare a tutti i Gauleiter. Le testimonianze ai processi di Norimberga indicarono che queste due versioni, che si distinguono soltanto per piccole differenze stilistiche, furono infine ritirate, con l'ordine di distruggerle. A quanto pare, fu una copia illegale di questa lettera, fatta per la preparazione di un manifestino che doveva essere lanciato dagli aerei, che fu accettata come prova dalla corte (documento di Norimberga).La lettera, intitolata « Rapporti tra il nazionalsocialismo e il cristianesimo», è un'attenta e acuta analisi di tutte le forme del dogma cristiano, e una raccomandazione per la totale abolizione di tutte le religioni positive, basata sulla logica, il patriottismo, e una sorta di panteismo che molti animi dubbiosi potevano trovare affascinante. È - almeno per quanto a me risulche mai sia stato fatto da un gerarca nazista (e infatti, come abbiamo detto, fu considerato prematuro, e ritirato). Per quanto riservata fosse questa lettera, non v'è il minimo dubbio ch'essa giunse in Vaticano. Come pure non può esservi dubbio che il Vaticano già conoscesse, assai prima di avere questa lettera, che le opinioni in essa espresse erano correnti tra i capi nazisti; questa lettera pertanto deve aver pesantemente sottolineato l'enorme pericolo che il cattolicesimo correva in Germania. La seconda ragione dell'atteggiamento del Papa mi sembra dunque la sua grande preoccupazione del reale pericolo che correva una delle più importanti roccaforti del cattolicesimo in Europa. E, fatalmente connessa con questo timore per il cattolicesimo in Germania, v'era anche la sua valutazione dell'opinione pubblica e dello stato d'animo prevalente tra i cattolici tedeschi. In un articolo su « L'Amitié Judéo-Chrétienne » (del dicembre 1949), Jacques Maudaule scriveva che « ... è quasi impossibile che il Papa esprima un'opinione se non vi è costretto da una sorta di grande movimento d'opinione che sorga dalle masse, e che si comunichi al clero dai fedeli». Poiché, egli dice, « ... (essenzialmente) la Chiesa è una democrazia». Questa spiegazione è d'importanza cruciale. Se l'Episcopato tedesco e austriaco erano persuasi che l' opinione cattolica nella Grande Germania era prevalentemente a favore del nazionalsocialismo, allora, secondo questa tesi, le possibilità d'azione del Papa, determinate da questa opinione pubblica, sarebbero state limitate. Potremmo ribattere - certo, ci verrebbe fatto di ribattere - che se era così, tanto più il pontefice sarebbe stato tenuto a influenzare un atteggiamento che portava, in ultima analisi, a un totale abbandono della morale - ma questo argomento sarebbe destinato alla sconfitta. Sarebbe sconfitto perché i tedeschi - cattolici e non cattolici - erano a favore del nazionalsocialismo, non già perché spinti da sentimenti antisemiti, o da qualsiasi altra riprovevole motivazione. Il nazionalsocialismo era essenzialmente l'affermarsi di un nuovo sistema politico ed economico che - come credeva la grande maggioranza dei tedeschi - avrebbe portato un 'nuovo ordine', di integrità morale, di dignità nazionale, e di equilibrio economico. I suoi elementi pseudomistici furono insinuati nelle masse solo gradualmente, e principalmente a beneficio dei giovani. In teoria, il Vaticano non aveva diritto di interferire nella politica interna della Germania, più di quanto l'avrebbe avuto di interferire nell'organizzazione politica della Gran Bretagna, degli Stati Oniti, o della Francia. Se colleghiamo questo «grande movimento d'opinione», che indicava al Papa che i cattolici tedeschi accettavano il nazionalsocialismo, con la sua conoscenza delle misure prese dai nazisti contro la Chiesa, e del fine a cui miravano queste misure, allora il rifiuto del Papa di condannare le atrocità naziste diviene, se non più giustificabile e accettabile, più faCilmente comprensibile. L'atteggiamento del Papa, insomma, fu determinato, prima dal suo timore del bolscevismo, e in secondo luogo dal suo timore dei piani nazisti di abolire a suo tempo la Chiesa. Egli deve aver sentito che considerata la fondamentale accettazione del nazionalsocialismo da parte della grande maggioranza dei tedeschi: e in particolare lo sconfinato entusiasmo dei giovani, qualunque critica egli avesse fatto alla politica e al comportamento dei nazisti gli avrebbe alienato i cattolici tedeschi, e avrebbe enormemente aggravato - e perfino precipitato- il grande pericolo che correva la Chiesa. (Si ricorderà che il Papa attese fino al giugno 1943 per emanare un'enciclica che condannava l'eutanasia; a quell'epoca egli era stato ovviamente assicurato che il «grande movimento d'opinione» tra i cattolici tedeschi era decisamente contro l'eutanasia). Queste furono dunque le principali ragioni dell'atteggiamento del Papa. Ma ve ne furono altre due. Una fu semplicemente ch'egli era giunto ad amare la Germania. Come disse più volte, era in Germania ch'egli aveva passato i suoi anni più felici, ed era con i tedeschi che aveva avuto in gioventù, e continuò ad avere fino alla morte, i più stretti legami sentimentali. Avendo conosciuto tanti - e così eccellenti - tedeschi, dovette trovare quasi impossibile credere alle terribili storie che cominciò a udire dal momento in cui i tedeschi avevano invaso la Polonia. Ma entro meno di un anno, non furono più semplicemente delle' storie'; egli ricevette rapporti dettagliati, lettere e documenti dolorosamente autentici, ed è qui che dobbiamo accettare l'ultima- e la più odiosa- ragione del suo silenzio. Chiunque abbia letto le lettere di Pio XII ai vescovi tedeschi (e nel tedesco originale la fraseologia è anche più significativa) troverà difficile dubitare che il Papa fosse antisemita. Non dico che questo abbia determinato la sua condotta; quali fossero le sue principali motivazioni è abbastanza evidente. Ma  questo forse istintivo antisemitismo deve aver contribuito alla sua passività nelle molte occasioni in cui - come egli usava dire alludendo alle atrocità naziste, e com'era senza dubbio vero - si sentiva «profondamente turbato». Dopo aver esaminato una volta di più le ragioni del silenzio di papa Pio XII, e sorvolando per il momento sul suo indiscutibile obbligo morale, non possiamo fare a meno di porci la drammatica domanda: se il Papa, fin dall'inizio, avesse preso una decisa posizione contro l'eutanasia, contro il sistematico indebolimento per mezzo del lavoro forzato, la fame, la sterilizzazione e lo sterminio, delle popolazioni dell'Europa orientale, e infine contro lo sterminio degli ebrei, ciò non avrebbe potuto influire sulla coscienza dei singoli cattolici direttamente o indirettamente coinvolti in queste azioni, al punto da indurre i nazisti a cambiare la loro politica? Ho deliberatamente posto questa domanda in una sequenza cronologica poiché a essa si può rispondere soltanto considerando un fatto dopo l'altro. Abbiamo visto nelle pagine precedenti, sulla base di documenti e di eventi, come Hitler fosse profondamente consapevole dell'importanza dell'opinione cattolica. E abbiamo visto, dalle dichiarazioni di personaggi interessati, come Stangl e sua moglie, fino a che punto la tacita approvazione della Chiesa contribuì alla pacificazione delle loro coscienze. Credo si possa fare un valido parallelo tra la graduale acquiescenza di Stangl (un'acquiescenza individuale) e quella del Vaticano (fondamentalmente un'altra acquiescenza individuale) alle azioni sempre più terribili. L'aver mancato di dire « no » fin dal principio, fu fatale; ogni passo successivo, infatti, non fece che confermare il fondamentale cedimento morale iniziale. È tragicamente vero che quando ormai i campi di sterminio furono pronti per l'assassinio in massa degli ebrei polacchi (non si deve dimenticare che le grandi potenze mondiali avevano dimostrato chiaramente la loro incapacità e contrarietà ad affrontare questa colossale catastrofe) una protesta papale, per quanto imperativa dal punto di vista morale, non avrebbe potuto più avere alcun effetto pratico. Ma è altrettanto indubitabile che una presa di posizione inequivoca, e ampiamente pubblicizzata, assunta alle prime voci di eutanasia, e accompagnata da una minaccia di scomunica per chiunque partecipasse a qualunque volontaria azione di assassinio, avrebbe fatto del Vaticano un fattore formidabile col quale fare i conti, e avrebbe almeno in certa misura - e forse profondamente - influenzato gli eventi successivi: l'assassinio di milioni di civili russi, sia cristiani che ebrei; il martirio dei cattolici polacchi, e infine quello degli ebrei polacchi. La questione dell'atteggiamento del Papa ha purtroppo avuto un peso anche sugli eventi del dopoguerra. Infatti non è possibile evitare di pensare ch'esso abbia influenzato le azioni e le autogiustificazioni dei prelati di Roma che prestarono un importante aiuto alla fuga dei nazisti.
Avevo raccolto con considerevole scetticismo le voci secondo le quali alcuni preti avevano scientemente aiutato a sfuggire alla giustizia secolare degli uomini ch'erano accusati di questi crimini così mostruosi. Una simile condotta era contraria a tutto ciò che avevo visto con i miei occhi nella Francia occupata, dove praticamente tutto il clero, dagli arcivescovi al più umile curato di campagna, e al più giovane novizio di convento, diede prova costante dei più alti princìpi morali e umanitari. E contrastava anche con quanto avevo appreso immediatamente dopo la guerra da molti profughi, compresi ebrei di tutte le nazionalità, che si erano salvati la vita grazie all'aiuto di preti e di monache. È naturalmente vero, e spesso dimenticato e minimizzato che, in ultima analisi, tutto ciò che si fa è fatto da singoli uomini e donne, con singole capacità di decisione. Qualunque sia la fede religiosa a cui appartiene un prete, un pastore, un frate o una monaca, rimane un individuo e - e questo è un fatto essenziale - un cittadino del suo paese d'origine. È vero che molti preti - particolarmente polacchi - morirono in campo di concentramento per le loro convinzioni religiose, e il loro martirio non ha nulla a che fare con la loro nazionalità. Santi uomini come questi vi sono stati in tutte le epoche. Ma durante il periodo di cui stiamo parlando, furono assai più numerosi i religiosi che agirono contro i tedeschi almeno in parte per ragioni di patriottismo personale. Un gran numero degli eroici preti e pastori francesi, belgi, italiani, olandesi, norgevesi, danesi, cèchi, e polacchi, che nascosero aviatori alleati, che aiutarono le organizzazioni clandestine, che fecero funzionare radiotrasmittenti, che aiutarono tedeschi antinazisti a nascondersi in mezzo alle popolazioni locali, agivano innanzitutto per amore del loro paese, piuttosto che per la loro Chiesa. Molti di loro l'hanno ammesso apertamente. In tutta l'Europa, dei bambini ebrei furono nascosti dalle monache nei conventi. Nella Francia occupata, ho conosciuto diverse di queste nobili donne, e più di una volta, quando rilevai il loro coraggio, ricevetti la risposta: «Mais je suis française, à la fìn ». Quei religiosi tedeschi e austriaci che durante la guerra agirono contro le leggi del loro paese, fatto abbastanza straordinario, sono soltanto eccezioni che confermano la regola. Ho parlato anche con alcuni di costoro, e ciascuno di questi ammirevoli uomini e donne mi ha parlato di lotte di coscienza, e di una decisione presa come individui che non potevano accettare quel ' governo, e le ' sue ' leggi, quali rappresentanti dei veri interessi del paese. E così, anche costoro agirono principalmente quali cittadini moralmente offesi, che erano anche preti, monache, e pastori. Se, naturalmente, accettiamo questi lealismi nazionali nell'ambito delle Chiese, come inevitabili e giusti in simili circostanze, allora ne segue che fu non meno giusto per dei preti tedeschi e austriaci aiutare tedeschi e austriaci in generale che dopo la guerra si trovarono in gravi difficoltà. E così, torniamo alla questione centrale, quella che immancabilmente torna a spuntare in tutte queste polemiche a proposito dell'atteggiamento della Chiesa cattolica durante quel periodo: fino a che punto sapevano?
Ci hanno detto che la Chiesa non sapeva niente dell'intenzione dei nazisti di istituire l'eutanasia nel 1939, anche se un teologo morale, che a quell'epoca era professore in una università cattolica (della quale in precedenza era stato rettore) lavorò per sei mesi a un'Opinione che gli era stata commissionata ufficialmente. Ci hanno detto che il Papa non poteva protestare contro lo sterminio degli ebrei nella Polonia occupata dai nazisti, poiché - anche se gli erano giunte voci di questi orrori - non lo sapeva con certezza. E ci hanno detto che, pur ammettendosi che dopo la disfatta tedesca importanti capi nazisti fuggirono all'estero attraverso Roma, la loro identità non era nota a coloro che li aiutavano.
Io ero pronta a farmi convincere di tutte queste affermazioni, ma su tutte quante la prova del contrario è schiacciante.
Per quanto riguarda le fughe, anche se non si presta fede a nessuna o a quasi nessuna delle storie drammatiche che sono state raccontate, e anche se si è disposti ad attribuire la maggior parte degli aiuti dati da Roma a motivi umanitari perfettamente legittimi, rimane tuttavia una quantità di fatti incontrovertibili che provano che, a parte le attività sinceramente caritatevoli del clero romano, vi fu, da parte di alcuni prelati (quasi tutti tedeschi e austriaci), uno sforzo deliberato per aiutare specifici individui che erano particolarmente implicati nei crimini nazisti. Per amore di giustizia, tuttavia, va riconosciuto un altro fatto: di tutta l'Europa coinvolta dalla guerra, Roma - principalmente a causa del Vaticano - fu la città più protetta contro scoperte azioni terroristiche da parte dei tedeschi. Non intendo minimizzare la deportazione degli ebrei romani nel 1943-44, ma a Roma non vi furono mai i continuati e incessanti orrori che vi furono altrove. Al popolo di Roma, compresi i religiosi, furono in certa misura risparmiate le esperienze di coloro che vissero in mezzo al terrore, di modo che si può concedere almeno in qualche misura una certa ignoranza psicologica a coloro che oggi si difendono con una generica - se non specifica - ignoranza. Così pure - e anche questo, nella valutazione dei fatti, a me sembra un elemento d'importanza cruciale - gran parte dell'iniziativa, e la responsabilità finale della fuga e della successiva vita oltremare, ricade sui fuggiaschi stessi. La prova migliore di questo sta nella vita relativamente modesta che hanno condotto nei paesi in cui si rifugiarono coloro di cui oggi sappiamo veramente tutto (non per sentito dire, o per aver letto storie più o meno romanzate). A me pare che la fuga di Stangl - e gli eventi che la precedettero- come li hanno descritti lui stesso, sua moglie e una quantità di altre persone direttamente o indirettamente implicate, forniscono un esempio significativo in base al quale si possono misurare altre storie analoghe, forse meno ben controllate.
[..]
Il dottor Dollmann è uno dei rari tedeschi che non abbia mai negato la sua appartenenza al partito nazista - anzi, si fa un punto d'onore di non mostrarsene affatto pentito. Aveva settantadue anni, quando lo conobbi, nel 1972, nell'elegante residence di Monaco, Das Blaue Haus, dove vive, da civilissimo scapolo, in compagnia del suo bel cane. Il dottor Dollmann sembra molto più giovane della sua età- pur non essendo alto, ha un portamento molto eretto - indossa abiti di taglio squisito, ed è un intenditore d'arte e di antichità. Durante il periodo che passò a Roma come interprete di Hitler, egli fu anche l'interprete di tutti gli altri tedeschi importanti in visita a Roma- Himmler, Heydrich, Goering, diplomatici, e generali delle SS. Assisté a tutte le più importanti conferenze italo-tedesche, a Roma e a Berlino, e fu diverse volte ospite di Hitler al Berghof. Non ha ragione di negare la sua adesione al Partito: evidentemente, egli non fece mai nulla al di fuori del suo prestigioso incarico che - visto ch'egli sembra essere stato il confidente di tutti - fu gratificante non meno che stimolante. Sia nel suo libro The Interpreter sia con me, non ha fatto mistero di quanto fosse contento della propria vita. «Il mio libro non è mai stato pubblicato in tedesco» disse. «Non osano». Leggendolo, non si vede chiaramente il perché non oserebbero, a parte forse il fatto che coloro cui piace pensare che il mondo nazista fosse un po' più intrepido ne resterebbero alquanto delusi. Il quadro che Dollmann dipinge - estremamente bene della vita di Roma durante la guerra, è senza dubbio diverso da quello descritto da altri, e il suo ritratto di Hitler, per dire il meno, è insolito. « Naturalmente,» disse.« la mia vita in quegli anni non fu molto diversa da quella che facevo in tempo di pace. In realtà, non avevo di che lagnarmi. Avevo il mio delizioso appartamento a Roma; avevo innumerevoli e altrettanto deliziosi amici italiani. E tra i tedeschi - be', sceglievo i miei amici, come chiunque farebbe. Ovviamente, si poteva stare veramente soltanto con quelli forniti di senso dell'umorismo. Come lei sa, questo costituisce una limitazione notevole, tra i tedeschi. Pure, qualcuno ce n'era». A quanto pare, anche dopo la disfatta della Germania, la vita del dottor Dollmann è continuata piuttosto piacevolmente. « Quando cominciò a far caldo, » disse « mi nascosi. Rimasi nascosto per un anno in un convento a Milano. Naturalmente, io non avevo fatto niente - ma, d'altra parte, avevo indossato quell'uniforme. Perciò, sulla carta, dopotutto, ero stato nelle SS. E lei sa che cosa voleva dire questo quando arrivarono gli Alleati. Perciò andai a stare dal cardinale di Milano. Fu un anno simpatico. Il cardinale veniva ogni sera a trovarmi nella mia stanza - la mia cella- e diceva: "Ora, beviamo un bicchier di vino insieme", e ci mettevamo a parlare di arte, di musica, e di gente - le cose che contano. « Mi hanno sempre divertito le sciocchezze che la gente va dicendo a proposito di Hitler » disse. « Tutto quel gran parlare dei suoi accessi di collera, del fatto che si metteva a spaccare i vasi, e a mangiare i tappeti. Quando alla fine mi presentai agli americani, dopo essere stato nascosto per tutto quell'anno - una fretta eccessiva di costituirmi non sarebbe stata opportuna - ascoltarono la mia storia, e poi scrissero una dichiarazione e mi chiesero di firmarla. Io cominciai a leggerla, e loro dissero che non era affatto necessario. Ma io dissi che leggevo sempre tutto ciò che dovevo firmare. Alla fine avevano scritto che io avevo detto di aver visto Hitler in preda a quei folli accessi di collera, lanciare i vasi, masticare i tappeti, e altre sciocchezze del genere. E così dissi che non avrei firmato. Dissero ch'erano disposti a pagarmi una somma considerevole in dollari - ma io dissi che non avevo nessun bisogno dei loro dollari, che non avevo mai visto cose di quel genere, e che non avrei firmato. Così dissero che ciò sarebbe andato sicuramente a mio svantaggio - ma lo cancellarono.
«Vede, io non vidi mai Hitler men che cortese. In realtà, in tutte le numerose occasioni sociali in cui gli fui accanto, per consigliarlo, come una sorta di aiutante - tutti i Capi di Stato hanno qualcuno che li consiglia in fatto di etichetta - mai una volta lo vidi fare una mossa falsa. Veramente straordinario,: per un uomo delle sue origini. Parlava con voce molto pacata, timida, e il suo molle accento austriaco aveva un fascino per i tedeschi. [Lord Boothby disse la stessa cosa: «Una voce morbida, esitante, e pensosa». Fu così che descrisse la voce di Hitler]. «Naturalmente, Mussolini era molto diverso. Vede, lui era un vero uomo, un italiano, pieno di vita, di fascino - e anche di cultura. Sì, era un uomo pieno di calore, e di cordialità. Hitler era freddo » disse il dottor Dollmann. « L'atmosfera che creava intorno a sé era gelida. Ma era incredibilmente ricettivo alle informazioni. Domandava e poi ascoltava. Era molto abile nelle chiacchiere salottiere. Una cosa in cui non ci si sarebbe mai aspettati che eccellesse; e che gli piacesse. Quando riceveva la società romana, io dicevo qualche parola tra una presentazione e l'altra, per esempio, questa è la principessa tal dei tali, ha una grande tenuta vicino a Firenze, il marito è nello Stato Maggiore del Duce, questa è la contessa X, cinque figli, s'interessa molto di puericultura, o di giardinaggio, o di zoologia, a seconda dei casi. E lui afferrava subito, e si metteva a conversare in conseguenza. E aveva una memoria fenomenale, mai che dimenticasse una cosa ».
« Che cosa pensa delle voci secondo cui Hitler era omosessuale? » gli domandai. «Be', penso non sia da escludere» disse. «Vede, in tutte le storie del periodo, nessuno ha mai detto come fossero straordinariamente belli tutti i giovanotti della cerchia immediata di Hitler. Non erano dei giovinastri, erano ragazzi assai beneducati e ben imparentati. Avevano l'aria di giovani dèi ».
«Che cosa mi dice di Eva Braun? Ritiene che vi fosse un rapporto normale, fra loro due?». «Non certo un rapporto normale dal punto di vista fisico. Era piuttosto bella, ma terribilmente stupida. Io dovevo fare un programma per lei, quando veniva a Roma con lui; tutto quello che desiderava fare era di vedere negozi, andare in giro a comprare abiti e roba del genere; non sapeva portare niente con eleganza italiana, ma non faceva che comprare. Al Berghof - si, ci sono stato diverse volte -se ne stava lì a contemplare Hitler con uno sguardo adorante; non faceva altro che star lì ad adorarlo. Non sapeva conversare, non aveva un pensiero in testa, era praticamente priva di cervello. Secondo me, era proprio questo che a lui piaceva e cercava in lei; qualcuno al quale non dovesse dir nulla, che fosse semplicemente in adorazione al suo santuario. Credo che questo bisogno sia andato sempre aumentando in lui, a mano a mano che le cose gli andavano sempre peggio.
« Gli ebrei? No, non ho mai udito Hitler pronunciare la parola 'ebreo' in privato, e nemmeno nella conversazione ordinaria. Parlava degli 'Staatsfeinde' [nemici dello Stato], e con questa parola intendeva chiunque fosse contro la Germania, compresi gli Alleati, i russi, eccetera. Ma, come ho detto, mai ch'egli abbia nominato gli ebrei in mia presenza ... Naturalmente,non deve dimenticare che in Italia non v'era in realtà nessun problema ebraico di cui valesse la pena di parlare, e naturalmente erano le questioni italiane che rientravano nella mia competenza come interprete. In Italia v'erano diverse persone di rilievo che erano ebree - industriali, scienziati, scrittori, ai quali naturalmente non successe niente, se ne andarono in tempo, cioè prima del settembre 1943, quando la situazione dell'Italia cambiò da alleata a nazione occupata. Oppure furono nascosti da italiani, spesso in conventi e in monasteri. Perciò per Hitler e Mussolini non vi fu mai nessuna necessità di discutere del problema ebraico. « Non ho mai udito nemmeno Pio XII pronunciare la parola 'ebreo'. Ma d'altronde, lui parlava sempre in termini molto generici: parlava di 'umanità sofferente', di' eccessi', e così via. Al di là di queste espressioni generiche, non specificava mai... Tranne una volta » disse poi. « Ma questo fu molto tardi, nel 1944, in occasione dell'ultima udienza che il generale Wolff ebbe con lui; Pio XII chiese a Wolff di ordinare il rilascio di un giovane, figlio di un suo amico d'infanzia - erano ebrei. E fu fatto immediatamente. Nel corso di quello stesso ultimo colloquio, il Papa chiese che 'tutti gli eccessi' in Italia dovevano cessare immediatamente, e cessarono. Il generale Wolff diramò un ordine secondo cui d'ora innanzi nessuno doveva più essere toccato, e che il cibo e tutto il resto, nelle prigioni e nei campi, dovevano essere migliorati immediatamente. Naturalmente, avrebbe potuto fare una speciale menzione degli ebrei - ma non la fece nemmeno quella volta. « No, non credo proprio che il Papa fosse filonazista. Ma era senza dubbio filotedesco. In senso politico, egli era soprattutto anticomunista, non bisogna dimenticarlo. Fu certamente così fino alla fine '43-inizio '44. Fino ad allora la Germania era apparsa - doveva essergli apparsa - come il principale baluardo contro il comunismo. Io credo che questo fu l'elemento principale che determinò il suo atteggiamento. Sì, v'era, e v'è sempre stato, un latente antisemitismo, in Vaticano. Dopotutto, è l'insegnamento tradizionale cattolico che lo comporta: gli ebrei assassini di Cristo, e così via. Ora quest'atteggiamento è un po' fuori moda. Ma credo perfettamente possibile che abbia influenzato il pensiero e l'azione di Pio XII - magari inconsciamente. Poi, naturalmente, c'era anche la paura: per quanto potente, il Vaticano era in mezzo alla Roma fascista, e in seguito nazista... Comunque, sarebbe stato del tutto impossibile toccare il Papa, prima del settembre 1943; il Duce e gli italiani si sarebbero sempre opposti contro ogni interferenza in Vaticano».
La dichiarazione fatta dal generale Wolff alla stampa a proposito dei piani per arrestare il Papa era stata pubblicata un paio di settimane prima del mio colloquio col dottor Dollmann, e gli domandai che cosa ne pensasse. (A quell'epoca non sapevo che padre Robert Graham aveva fatto una dichiarazione analoga alla stampa). «Se ne parlò, ma non diventò mai un ordine effettivo. Nulla del genere avrebbe potuto esser fatto senza che io ne fossi a conoscenza. Semplicemente non succedeva».
« Fino a che punto sapeva, lei, di ciò che succedeva agli ebrei? ». « C'erano molte voci, nell'ambiente, a proposito dei campi. Ma, ripeto, tutto ciò non riguardava l'Italia, col suo numero relativamente ristretto di ebrei. Noi non sapemmo mai che gli ebrei venivano sterminati in Oriente, non lo sapevamo veramente. Ricordo che dopo la guerra, quando stavo preparando il mio libro, andai a trovare Kesselring. Gli domandai, in tutta onestà, a scopo d'informazione storica: era stato a conoscenza, lui, di questi campi di orrore? E lui disse: "Glielo giuro, non avevo alcun'idea della loro esistenza". Sì, naturalmente, lo so: tutto l'esercito del fronte orientale - soldati, ufficiali, comandi - loro devono averlo saputo; era inevitabile. No, io stesso non riesco a spiegarmi come non si sia risaputo dappertutto. È perfettamente vero, venivano in licenza, ne avranno parlato in giro. Ma il fatto rimane: noi non lo sapevamo. « Ho sempre pensato - come la maggior parte della gente - che il Papa, come tutti gli altri, non avesse nessuna informazione precisa e attendibile sulla precisa natura delle atrocità che venivano commesse contro gli ebrei, né della misura di esse. «Naturalmente se, come lei dice, ora i documenti dimostrano che lui sapeva, se non prima, certo alla fine del 1942, allora tutto il quadro cambia: ci si deve veramente domandare che cosa abbia mai potuto impedirgli di parlare ... ».
[...]
Considerazioni di spazio impediscono la riproduzione di tutti e tre i documenti che mi furono mostrati; ma la prova più incontrovertibile della perfetta conoscenza, da parte del Vaticano, dei metodi e dell'estensione dello sterminio degli ebrei in Polonia almeno dal dicembre 1942, è fornita da uno di essi, la lettera che l'ambasciatore polacco consegnò personalmente al cardinale Tardini il 21 dicembre 1942: « L'ambasciata di Polonia ha l'onore di comunicare alla Segreteria di Stato di Sua Santità le seguenti informazioni provenienti da fonti ufficiali: « I tedeschi stanno liquidando l'intera popolaZione ebraica della Polonia. I primi a esser presi sono i vecchi, gli invalidi, le donne e i bambini; il che prova che queste non sono deportazioni per lavori forzati, e conferma l'informazione che queste popolaZioni deportate sono condotte in installazioni allestite allo scopo, per esservi messe a morte con van mezzi mentre i giovani e gli abili vengono uccisi per fame o per lavori forzati. " Quanto al numero degli ebrei polacchi sterminati dai tedeschi, è valutato a oltre un milione. Nel ghetto di Varsavia soltanto, v'erano alla metà di luglio 1942 circa quattrocentomila ebrei; nel corso di luglio e di agosto, duecentocinquantamila furono portati all'Est; il primo settembre, nel ghetto furono distribuite soltanto centoventimila carte annonarie, e il primo ottobre quarantamila. La ' liquidazione' sta procedendo con lo stesso ritmo nelle altre città della Polonia. «L'ambasciata polacca coglie l'occasione per porgere alla Segreteria di Stato di Sua Santità i sensi della più alta stima.
Vaticano, 19 dicembre 1942 "· (Un'annotazione a mano in polacco, dice: « Consegnata personalmente dall'ambasciatore a monsignor Tardini il 21-11-'42 » ).
[...]
Alla fine delle nostre conversazioni, dissi a Frau Stangl che sentivo il bisogno di rivolgerle una domanda estremamente difficile, e che volevo che lei riflettesse profondamente, prima di darmi una risposta. «È la domanda più importante di tutte quelle che le ho fatto durante queste nostre conversazioni, » le dissi « e per me, la risposta che mi darà determinerà la sua posizione; il grado, scusi se mi esprimo così, della sua colpa personale ». E le suggerii che, prima di rispondermi, mi lasciasse per un poco, si stendesse, e ci pensasse su.
« Vorrei che mi dicesse » dissi « che cosa crede che sarebbe successo se a un certo momento lei si fosse messa di fronte a suo marito imponendogli una scelta assoluta; se gli avesse detto: " Senti, so che è tremendamente
pericoloso, ma, o tu ti tiri fuori da questa cosa terribile, o altrimenti io e le bambine ti lasceremo ". Quello che vorrei sapere » dissi « è: se lei gli avesse posto quest'alternativa, che cosa crede che lui avrebbe scelto?».
Lei se ne andò nella sua stanza e si stese sul letto; sentii cigolare le molle del letto, come lei vi si stese. La piccola casa era in silenzio. Fuori faceva molto caldo, e il soggiorno dove ero seduta in attesa era pieno di sole; rimasi ad aspettare per più di un'ora. Quando lei tornò era pallidissima; aveva pianto, poi si era lavata la faccia, si era pettinata, e, mi parve, si era messa un po' di cipria. Adesso si era ricomposta; aveva preso una decisione - la stessa decisione che suo marito aveva preso sei mesi prima nella prigione di Dusseldorf: aveva deciso di dire la verità. «Ho riflettuto profondamente» disse. «So quello che lei vuole sapere. So che cosa faccio, nel rispondere alla sua domanda. E le rispondo perché me ne ritengo in dovere, ritengo di doverlo a lei, agli altri, e a me stessa, credo che se avessi posto a Paul l'alternativa: o Treblinka o me, lui ... sì... in ultima analisi, lui avrebbe scelto me».
Sentii intensamente che questa era la verità. Io credo che l'amore di Stangl per sua moglie era più grande della sua ambizione, e più grande anche della sua paura. Se lei avesse trovato il coraggio e la forza morale di indurlo a fare una scelta, è vero, magari sarebbero periti tutti, ma, in un senso più fondamentale, lei l'avrebbe salvato.
[...]
Forse, in definitiva, per suo marito era stato più facile dire la verità, poiché credo sapesse che una volta che l'avesse detta sarebbe morto. L'ultimo giorno che passai con Stangl fu la domenica 27 giugno 1971. Per diversi giorni di quella settimana aveva avuto dei disturbi di stomaco, e quel giorno gli avevo portato una minestra speciale in un
thermos - era una minestra austriaca che lui mi aveva detto che sua moglie gli faceva quando non si sentiva bene. Quando tornai alla prigione dopo l'intervallo di mezz'ora per la colazione, lo trovai tutto diverso: sollevato, la faccia rilassata, gli occhi freschi. «Non so dirle come mi sono sentito bene d'un tratto » disse. «Ho mangiato quella meravigliosa minestra, e poi mi sonQ steso un poco. E mi sono riposato così profondamente, come forse mai mi era capitato. Oh, adesso mi sento splendidamente» ripeté. Poiché il tempo che potevo dedicare a queste conversazioni si stava esaurendo, e avevo l'intenzione di tornare ancora soltanto una volta - il martedì successivo per un paio d'ore, per ricapitolare i punti più importanti prima di riprendere l'aereo per Londra- il direttore della prigione mi aveva autorizzata a rimanere più a lungo del solito, quella domenica. Quel pomeriggio passammo quattro ore insieme, ritornando su molte questioni di cui avevamo parlato in precedenza. Lui mi parlò di nuovo, diffusamente, del libro di fiabe di Janusz Korczak; l'argomento di ciò che si doveva insegnare ai bambini, e di ciò che non si sarebbe dovuto insegnargli mai più, lo affascinava. Parlò a lungo, in tono deciso, ma nel tempo stesso pacato e pensoso. Poi cominciò a parlare della stupidità in generale. Scaldandosi all'argomento, e tornando a parlare delle sue esperienze personali, come spesso era avvenuto durante questi colloqui, la sua personalità cambiò bruscamente, e in modo sorprendente; la sua voce si fece più alta e più dura, il suo accento più provinciale, il volto più volgare. («Succedeva» mi disse poi sua moglie. « Che Dio m'aiuti, lo vidi anche qui in Brasile - non sempre, solo negli ultimi due anni; gli succedeva spesso soprattutto quando guidava e si arrabbiava con gli altri guidatori - stupidità, la chiamava, e mi spaventava vedere come la sua faccia cambiava»).
« In Brasile » disse lui, con voce aspra, con accento quasi volgare « alla VW, la stupidità di certa gente, bisognava vederla per crederci. Certe volte mi faceva impazzire». Fece un gesto con le mani.« C'erano degli idioti, tra loro. Minorati mentali. Spesso, mi lasciavo andare. "Mio Dio," gli dicevo "l'eutanasia vi ha risparmiati, eh?", e quando tornavo a casa, dicevo a mia moglie: " Quei minorati se la sono scampata, dall'eutanasia "».
[...]
« Per quello che ho fatto, la mia coscienza è pulita >> disse, le stesse parole, rigidamente pronunciate, che aveva ripetuto innumerevoli volte al suo processo, e nelle scorse settimane, ogni volta che eravamo tornati su questo argomento. Ma questa volta io non dissi nulla. Lui fece una pausa e aspettò, ma la stanza rimase silenziosa. « Io non ho mai fatto del male a nessuno, intenzionalmente >> disse, in un tono diverso, meno incisivo, e di nuovo aspettò molto a lungo. Per la prima volta, in tutti questi giorni, io non gli davo nessun aiuto. Non c'era più tempo. Lui si afferrò al tavolo con entrambe le mani, come per tenersi a esso. « Ma ero lì >> disse poi, in un tono di rassegnazione, curiosamente secco e stanco. C'era voluta quasi mezz'ora per pronunciare quelle poche frasi. « E perciò, sì... >> disse alla fine, molto pacatamente «in realtà, condivido la colpa ... perché la mia colpa ... la mia colpa ... solo adesso, in queste conversazioni ... ora che ho parlato ... ora che per la prima volta ho detto tutto ... » si fermò. Aveva pronunciato le parole «la mia colpa>>: ma più delle parole, fu l'improvviso afflosciarsi del suo corpo, il volto cadente, a denunciare l'importanza di quell'ammissione. Dopo più di un minuto, riprese, come controvoglia, con voce atona. « La mia colpa>> disse « è di essere ancora qui. Questa è la mia colpa>>. «Ancora qui?>>. «Avrei dovuto morire. Questa è la mia colpa>>. «Intende dire che avrebbe dovuto morire, o che avrebbe dovuto avere il coraggio di morire?>>. «Può anche metterla così >> disse in tono vago; sembrava stanco, ora. « Be', lo dice adesso. Ma allora? >>. « Questo è vero >> disse lentamente, forse fraintendendo volontariamente la mia domanda. « Ho avuto altri vent'anni - venti buoni anni. Ma, mi creda, adesso preferirei essere morto allora, anziché questo ... >> guardò attorno, nella piccola stanza della prigione.«Non ho più speranza>> disse poi.
[...]
Stangl morì diciannove ore dopo, appena passato mezzogiorno del giorno dopo, lunedì, per un attacco di cuore. Non aveva visto nessuno, da quando l'avevo lasciato, tranne la guardia che gli aveva portato il carrello con la colazione. Su un pezzo di carta appuntato alla parete aveva buttato giù un nome che voleva ricordarsi, sul tavolo tutto era in perfetto ordine. Dentro il libro di fiabe di Janusz Korczak, il foglio col quale aveva segnato una pagina che voleva mostrarmi non era più bianco come io l'avevo visto, ma coperto di citazioni tratte dal libro, ed enfaticamente sottolineate, ciascuna con accanto il numero della pagina. Il libro della biblioteca della prigione che stava leggendo al momento della morte era Leggi e Onore di Josef Pilsudski. Tutti quanti, me compresa, pensammo che avesse potuto suicidarsi, e pertanto l'autopsia cui fu sottoposto per legge il suo cadavere fu particolarmente accurata. Non si era suicidato. Era malato di cuore, e sarebbe morto presto comunque. Ma io credo sia morto allora perché alla fine, sia pure per un momento, s'era messo di fronte a se stesso e aveva detto la verità; era stato uno sforzo ciclopico, per raggiungere quel momento fuggevole in cui era divenuto l'uomo che avrebbe dovuto essere.
[...]
EPILOGO
Io non credo che tutti gli uomm1 siano uguali, poiché la nostra caratteristica essenziale è proprio di essere individuali e diversi. Ma l'individualità e la differenza non sono dovute soltanto alle qualità che ci capita di avere alla nascita. Dipendono altrettanto dalla misura nella quale abbiamo potuto liberamente svilupparci.
V'è un nucleo essenziale del nostro essere, ancora mal definito e mal compreso, che, godendo di questa libertà, sorge e si sviluppa, quasi come il nascere, e che ci libera e ci separa da influenze intrinseche, e in seguito determina la nostra condotta e il nostro sviluppo morale. Io credo che un mostro morale non sia tale dalla nascita, ma sia prodotto da interferenze nel suo sviluppo. Io non so che cosa sia questo nucleo. Mente, spirito, o forse una forza morale finora innominata. Ma io credo che, nel senso più profondo, la personalità individuale esista soltanto, sia valida soltanto, dal momento in cui essa emerge; quando, a qualunque età (se abbiamo fortuna, nell'infanzia), cominciamo a essere padroni e progressivamente responsabili delle nostre azioni.  La moralità sociale dipende dalla capacità dell'individuo di prendere decisioni responsabili, di fare la scelta fondamentale tra il giusto e l'ingiusto; questa capacità deriva da questo misterioso nucleo - che è l'essenza stessa della persona umana. Quest'essenza, tuttavia, non può sorgere né esistere in un vuoto. È profondamente vulnerabile e profondamente dipendente dal clima di vita; dalla libertà nel senso più profondo: non licenza, ma libertà di svilupparsi: nell'ambito della famiglia, nell'ambito della comunità, nell'ambito delle nazioni, e nell'ambito della società umana nel suo complesso. Il fatto che essa esista, pertanto - il fatto stesso che noi esistiamo come individui validi - è prova della nostra interdipendenza e della nostra responsabilità reciproca.

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Il Profumo delle Foglie di Limone - Clara Sanchez

>> sabato 19 gennaio 2013

Miracoli dell'effetto placebo. Questo in sintesi un libro che ha tutte le premesse per essere molto interessante ma che rimane nell'ambito del leggibile/scorrevole. L'idea della caccia ai criminali nazisti che cercano di nascondersi nell'anonimato di tranquilli pensionati è interessante come anche quella dell'inedita coppia di detective costituita da un ottantenne ex reduce di un campo di concentramento e della giovane incinta che decide di vivere da sola la sua maternità. Ma la storia è poi disseminata di vicende poco credibili e di trame non sviluppate che lasciano interdetti. L'elisir di lunga vita e la vitalità dei nonnetti, l'adesione della protagonista alla setta, l'interesse degli aguzzini per il nascituro, il personaggio dell'Anguilla, ... è tutto lasciato lì, non spiegato, non approfondito. Anche sull'olocausto si poteva magari andare più a fondo nelle dinamiche che legavano vittime e carnefici  a tutto vantaggio dei giovani che si avvicinano al tema leggendo proprio questo libro. Un occasione persa. Interessante comunque le considerazioni sugli anziani e il gioco psicologico che il protagonista attua nei confronti di uno dei suoi avversari per spingerlo alla pazzia: ne riporto di seguito le parti più significative.
 Io ho "letto" la versione in audiolibro che consiglio perchè le voci dei due protagonisti sono rese alla perfezione dai due interpreti.

Non dovevo più pensare alla strategia da seguire e ai passi da fare, il piano si stava creando da solo. A poco a poco, intorno a me si era andato costruendo un mondo invisibile alle altre persone, un mondo in cui io avevo qualcosa da dire e da fare. Così, non appena ebbi portato a termine la commissione per Sandra e salii in macchina, sapevo già cosa dovevo fare.
Dovevo tornare alla barca del Macellaio: in quel momento stava sicuramente facendo la spesa o era uscito a fare due passi. La sua era l’unica abitazione accessibile tra quelle dei membri della Confraternita, probabilmente perché aveva vissuto molti anni senza che gli succedesse niente e non aveva niente di cui diffidare. Passare inosservato, camuffarsi, essere uno dei tanti, non avere apparentemente nulla da nascondere, per lui era più sicuro che circondarsi di muri e di vigilanza. Eppure, improvvisamente, una saponetta in meno, un fiore in meno, un coltello in meno. Chi saliva su una barca per rubare queste
cose? Poteva pensare solo a una sua disattenzione. 
Rimasi in calzini per scendere le scale. Tutto era esattamente come l’ultima volta. Quell’organizzazione maniacale gli dava un’impressione di stabilità, gli faceva pensare che nel suo piccolo mondo niente potesse cambiare. Lo capivo perché a me accadeva lo stesso. Se mettevo gli occhiali in una tasca diversa dal solito, mi confondevo. Così rimisi di nuovo la saponetta e il coltello al loro posto e i fiori non li toccai. Poi presi dagli scaffali quanti più quaderni riempiti dal pugno di Heim potevo prendere. Uscii, mi misi le scarpe e aspettai che tornasse, seduto su una panchina di fronte. Entrò con le sue gambe forti e muscolose e lo sguardo basso e scese nel recinto sacro. Avevo freddo ma aspettai di vederlo salire di nuovo in coperta.
Fece qualche passo qua e là, poi scese un’altra volta. Nei catamarani ormeggiati ai lati non c’era nessuno a cui chiedere se fossero saliti sulla sua barca. E perché qualcuno sarebbe dovuto salire per fare quella stupidaggine? Sarebbe stato prudente, si sarebbe detto che forse non aveva visto bene, che aveva pensato mancasse qualcosa che in realtà non mancava. Decise di tornare dentro. Quando uscì di nuovo perlustrò il pavimento della coperta come doveva aver ispezionato le scalette e l’interno. E a un certo punto scosse la testa, come a dire a sé stesso che si trattava di una sciocchezza e che non valeva più la pena di pensarci.
Il giorno dopo, però, prima del mio appuntamento con Sandra, nell’orario in cui lui di solito usciva per andare in pescheria o per fare un giro sulla terraferma, rimase in barca.
Sicuramente voleva vedere se qualcosa si spostava, spariva o saltava fuori mentre lui era lì.
Il seme dell’insicurezza era stata gettato, ora bisognava solo aspettare che crescesse. Ero certo che avrebbe iniziato a fare quello che avrei fatto io. A innaffiare la pianta del sospetto ci avrebbe pensato lui. Un giorno sì e uno no passavo di là, non volevo perdere di vista il Macellaio. Mi faceva male vederlo e allo stesso tempo non riuscivo a smettere di guardarlo mentre era impegnato nelle sue faccende quotidiane, per esempio pulire la sua amata coperta, come un tempo aveva svolto altre faccende quotidiane, per esempio uccidere esseri umani, con la stessa cura e organizzazione.
Quando Sandra entrava in quel bunker che era Villa Sol non avevamo più modo di comunicare, per cui non sapevo quando avrei potuto tranquillizzarla dicendole che l’inquilino stava bene e che per quanto pazzi potessero essere non si sarebbero giocati tutto per un capriccio di Karin. Per raccontarci le novità dovevamo aspettare di vederci un giorno sì e un giorno no al Faro alle quattro del pomeriggio, a meno che Sandra non riuscisse a lasciarmi un messaggio in albergo o nella nostra «cassetta» del Faro o che io mi facessi vedere quando scendeva in paese per portare Karin in palestra. L’aspetto positivo del nostro essere animali abitudinari è che finiamo per avere orari più o meno fissi. Io stesso, nonostante il tipo di vita che stavo conducendo negli ultimi tempi, nonostante non dovessi rendere conto a nessuno e dovessi approfittare di qualunque opportunità mi si presentasse per proseguire le mie indagini sulla Confraternita, non potevo far altro che prendermi una pausa a metà giornata per riposarmi e andare a dormire presto la sera.
[...]
“Salva, se mi avessi visto salire e scendere placidamente dalla barca di Heim. Salva, se potessi vedere tutto questo”, pensavo davanti allo spettacolo di Heim, il Macellaio, che stava impazzendo.
Sapevo cosa provava, perché di tutto il fango della vecchiaia in cui uno finisce per rigirarsi, la perdita della memoria era quello che più mi sconvolgeva. E per quanto diversi fossimo io e Heim, su questo punto potevamo assomigliarci. Prima furono la saponetta, il fiorellino nel vaso e il coltello. Sparirono e poi ricomparvero, il che, per un uomo così metodico, abituato a organizzare al millimetro il mondo che lo circondava, dovette essere piuttosto inquietante.
E adesso i quaderni in cui annotava le sue efferatezze a Mauthausen.
“Dove posso averli messi?” si stava certamente domandando. “Perché dovrei averli tolti dalle mensole in cui erano nascosti, camuffati fra i libri normali?” Che fosse salito qualcuno in barca? No, non era salito nessuno, e se anche l’avessero fatto avrebbero dovuto sapere fin troppo bene cosa cercare. E in quel caso il fatto che avessero rubato i quaderni non avrebbe mai spiegato la sensazione di aver perso e ritrovato il coltello.
Sicuramente doveva aver pensato alla possibilità di cambiare posto ai quaderni.
E se avesse finito per farlo e per dimenticarsene?
Fu un martedì mattina: il tempo era bello, anche se non abbastanza caldo da potersi mettere i pantaloni corti.
Quel giorno mi dedicai a contemplare Heim che portava in coperta praticamente tutto quello che c’era giù. La riempì di libri, asciugamani, lenzuola, pentole, altri quaderni con la sovraccoperta di tela nera che io non avevo trovato. Saliva e scendeva. Alla fine si sedette sulla sdraio pieghevole su cui dormicchiava dopo pranzo per controllare quegli oggetti uno a uno e catalogarli su un altro quaderno con la copertina di tela nera. Di tanto in tanto si prendeva la testa fra le enormi mani e poi andava avanti con l’ispezione. A mano a mano che segnava, scendeva per rimettere l’oggetto in questione al suo posto. Andò avanti così per diversi giorni, mattina e pomeriggio. Io lo osservavo di tanto in tanto, un po’ la mattina e un po’ al pomeriggio, gustandomi un buon caffè espresso nel bar di fronte e pensando a Salva e a cosa avrei dato perché fosse con me in quel momento. Ero stato tentato di raccontarlo a Sandra, ma pensai che fosse meglio per lei non sapere. Fin quando l’ultimo giorno, dopo aver tirato fuori e inventariato le sue cose diverse volte ed essere giunto alla terribile conclusione che il conteggio non quadrava, lo vidi scendere con passo deciso dalla barca e andare verso il garage dove teneva la sua imponente Mercedes nera.
Lo aspettai.
Il muso della macchina uscì lentamente dal garage. Guardava di fronte a sé senza battere ciglio, il viso sembrava di pietra sotto il berretto. Non era difficile seguirlo. Nonostante la macchina potentissima che aveva a disposizione, i suoi riflessi erano peggiori dei miei ed erano ulteriormente rallentati dall’insicurezza che era affiorata in lui.
“Figlio di puttana”, pensai, “mi auguro che arrivi a sentirti un essere inutile, a pensare che la tua vita non valga la pena di essere vissuta e a provare sulla tua pelle quello che hai fatto agli altri.” 
[...]
La vita è sorprendente.
Era l’unica certezza di cui avevo fatto tesoro con il passare degli anni. La vita era crudele e sorprendente, monotona e sorprendente, meravigliosa e sorprendente. Adesso le toccava essere solo sorprendente.
Successe quando tornai in camera dopo aver sorvegliato la Stella e i movimenti di Heim in coperta. Tornavo contento perché ogni giorno che passava lo trovavo sempre peggio. Saliva e scendeva in cabina disorientato. Dopo pranzo non faceva più un riposino come prima, e quando se ne andava al mercato per comprare il pesce che tanto gli piaceva tornava indietro almeno due volte a controllare che fosse tutto ben chiuso. Si guardava intorno come se qualcuno lo stesse sorvegliando, il che d’altronde non era molto lontano dalla realtà, e l’ultima volta che aveva portato fuori la sua enorme Mercedes dal parcheggio aveva rigato la fiancata. Forse stava andando da Sebastian a piagnucolare e a chiedergli altre iniezioni. Quello che probabilmente non gli avrebbe detto è che sospettava di essere stato scoperto, perché se avessero scoperto lui avrebbero scoperto anche gli altri e questo avrebbe comportato un problema per tutto il gruppo. Né perdere la memoria né essere scoperto era un bene, e non mi meravigliava che avesse rigato la sua imponente armatura, quella che si metteva quando andava a fare visita agli altri angeli caduti.
[...]
Intanto, mentre si avvicinava il giorno in cui quella lettera sarebbe stata spedita, mi dedicai a far impazzire Heim. Sapevo come farlo, me lo avevano insegnato loro.

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La Tigre Bianca - Aravind Adiga

>> martedì 8 gennaio 2013

Il libro di esordio di Aravind Adiga è una sorpresa estremamente piacevole. Scritto con un linguaggio semplice ma fortemente efficace nel descrivere situazioni e stati d'animo, rappresenta per i profani come me, un'introduzione lucida e disincantata dell'India moderna. Il dietro le quinte di una nazione che ha le potenzialità per essere la prima al mondo ma che deve risolvere le tante contraddizioni che scuotono il suo tessuto sociale caratterizzato da un divario abissale tra ricchi e poveri. L'autore indugia in più di un occasione a spiegare in dettaglio i meccanismi della corruzione e della sopraffazione che regolano molte delle attività sia all'interno delle classi agiate che in quelle più infime dei moderni schiavi. Molto interessante la similitudine della "stia per polli" come meccanismo di annullamento naturale delle aspirazioni a progredire e migliorare da parte degli ultimi. La visione è estremamente pessimistica: non si salva nessuno e lo stesso protagonista, che è un assassino, sembra migliore di tutti gli altri.

Ho accennato al fatto che il corpo di mia madre era avvolto in una pezza di satin. Adesso le coprirono la faccia con questo tessuto; e ceppi di legno, tanti quanti potevamo pagarne furono impilati sopra il corpo. Poi il sacerdote diede fuoco n mia madre.
- Era una brava ragazza tranquilla quando è arrivata a casa nostra, - disse Kusum mettendomi una mano sulla faccia.
Non sono io che ho cercato la lite.
Mi tolsi dalla faccia la sua mano. Guardai mia madre.
Quando il fuoco cominciò a divorare il satin, un piede pallido schizzò fuori come una cosa viva; le dita, che si stavano sciogliendo per il calore, si arcuavano come se cercassero di porre resistenza a ciò che subivano. Kusum ricacciò il piede nel fuoco, ma continuava a non bruciare. Il cuore mi batteva all'impazzata. Mia madre non avrebbe lasciato che la distruggessero.
Sotto la piattaforma con la pila di legna da ardere, dove il fiume lambiva l'argine, c'era un gigantesco ammasso di fanghiglia nera. Era cosparso di ghirlande di gelsomino, petali di rosa, frammenti di satin, ossa carbonizzate; un cane dal manto pallido si aggirava nel fango fiutando i petali e il satin e le ossa carbonizzate. Io guardai quella melma, guardai il piede contratto di mia madre e capii. Era quel fango che le ripugnava, quell'ammasso di melma nera. Mia madre stava cercando di tenerlo lontano, quel fango nero; le dita dei piedi si contraevano nel tentativo di resistere, ma il fango la stava risucchiando, risucchiando. Era così denso, e aumentava sempre più ogni volta che il fiume lambiva il ghat. Presto anche lei sarebbe divenuta parte di quell'amnmasso nero, e il cane dal manto pallido avrebbe cominciato a leccarla.
Poi capii: è quello il vero dio di Benares, quel fango nero del Gange in cui ogni cosa muore e si decompone e rinasce per morire di nuovo. Sarebbe accaduto lo stesso a me quando fossi morto e mi avessero portato lì. Lì niente poteva liberarsi. Restai senza fiato. E per la prima volta in vita mia, svenni.
Da allora non sono mai tornato a vedere il Gange, lo lascio ai turisti americani!
[...]
Il corpo di un ricco è come un cuscino di cotone di prima qualità, bianco e soffice e immacolato. I nostri corpi sono diversi. La spina dorsale di mio padre era una corda attorcigliata, come quelle che usano le donne nei villaggi per attingere l'acqua al pozzo; le clavicole gli formavano intorno al collo un rilievo pronunciato, che faceva pensare al collare di un cane; tagli e graffi e cicatrici, come piccoli segni di frustate sulla pelle, gli correvano lungo il torace e la schiena, giu oltre le ossa del bacino, fino alle natiche. La storia della vita di un povero è scritta sul suo corpo, con una matita ben temperata.
[...]
Iqbal, che è uno dei quattro maggiori poeti del mondo- gli altri tre essendo Rumi, Mirza Ghalib e un altro che non ricordo, anche lui musulmano- ha scritto una poesia che dice questo a proposito degli schiavi:
«Rimangono schiavi perché non sanno vedere ciò che è bello in questo mondo».
E la cosa più vera che sia mai stata detta. Grande poeta, questo Iqbal, anche se era musulmano.
(A proposito, signor primo ministro: ha notato che tutt'e quattro i piu grandi poeti del mondo sono musulmani? Eppure tutti i musulmani in cui ti imbatti o sono analfabeti o coperti dalla testa ai piedi dai burqa neri o in cerca di edifici da far saltare in aria. E' un mistero, non trova? Se riesce a capirci qualcosa, mi mandi una mail.). Già da bambino sapevo vedere ciò che è bello in questo mondo. Non ero destinato a restare schiavo.
[...]
Origliando io imparavo un sacco di cose sulla vita, sull'India e sull'America - e anche un poco di inglese. (Forse più di quanto abbia lasciato trasparire finora ... !) Molte delle idee migliori le ho prese a prestito dal mio ex datore di lavoro o da suo fratello o da qualcun altro che ho portato in giro. (Lo confesso, signor primo ministro: non sono,un pensatore originale, però sono un ascoltatore originale.). E vero che alla fine io e Mr Ashok abbiamo avuto qualche disaccordo in materia fiscale e le cose fra noi si sono fatte un po' tese, ma quel pasticcio viene molto più tardi nella storia. Al momento filiamo d'amore e d'accordo: ci siamo appena incontrati, lontano da Delhi, nella città di Dhanbad.
Giunsi a Dhanbad dopo la morte di mio padre. Era stato ammalato per qualche tempo, ma a Laxmangarh non ci sono ospedali, anche se ci sono tre diverse prime pietre per un ospedale, posate da tre diversi politici alla vigilia di tre diverse elezioni. Quando quella mattina cominciò a sputare sangue, io e Kishan lo portammo in barca al di là del fiume. Continuavamo a sciacquargli la bocca con l'acqua del fiume, ma l'acqua era cosi inquinata che lui sputava ancora più sangue. Sull'altra sponda del fiume c'era un conducente di risciò che riconobbe mio padre e ci portò tutt'e tre gratis all'ospedale pubblico. Sui gradini del grande edificio sbiadito erano accucciate tre capre nere; la puzza di sterco di capra si diffondeva attraverso la porta aperta. I vetri di gran parte delle finestre erano rotti; da una finestra ci fissava un gatto. Una targa all'ingresso diceva:
OSPEDALE GENERALE PUBBLICO DI LOHIA.
ORGOGLIOSAMENTE INAUGURATO DAL GRANDE SOCIALISTA
SANTA PROVA DEL FATTO CHE MANTIENE LE SUE PROMESSE
Io e Kishan portammo dentro nostro padre, calpestando lo sterco di capra disseminato sul pavimento come una costellazione di stelle nere. Nell'ospedale non c'erano medici. Dopo averci estorto dieci rupie, il ragazzo del pronto soccorso ci disse che forse la sera ne sarebbe arrivato uno. Le porte delle camere erano spalancate; dai letti spuntavano le molle metalliche, e quando entrammo nella camera il gatto cominciò
a soffiare.
- Nelle camere non è sicuro ... il gatto ha leccato il sangue. Due uomini musulmani avevano disteso un giornale sul pavimento e ci stavano seduti sopra. Uno di loro aveva una ferita aperta sulla gamba. Ci invitò a sederci con lui e il suo amico. Io e Kishan adagiammo nostro padre sui fogli di giornale e aspettammo lì.
Arrivarono due bambine e si sedettero alle nostre spalle; entrambe avevano gli occhi gialli.
- Itterizia. Me l'ha attaccata lei.
- No. Sei tu che l'hai attaccata a me. E adesso moriremo tutt'e due!
Un vecchio con una benda su un occhio venne a sedersi dietro le bambine. I due musulmani continuavano ad aggiungere fogli di giornale, e la fila di occhi malati, ferite a nudo e bocche deliranti continuava ad allungarsi.
- Perché non c'è un dottore, zietto?- domandai. - Questo è l'unico ospedale sulle due sponde del fiume.
- Le cose stanno cosi, - disse il più anziano dei due musulmani.
-C'è un incaricato del governo che dovrebbe sorvegliare che negli ospedali di campagna come questo vengano dei dottori. Ora, ogni volta che il posto di incaricato resta vacante, il Grande Socialista fa sapere ai dottoroni che bandisce un concorso pubblico per quel posto. Di questi tempi il prezzo medio per questo tipo di posti è di circa quattrocentomila rupie.
Restai di stucco: - Cosi tanto!
- Perché no? Nel servizio pubblico girano parecchi soldi! Ora, immagina che io sia un dottore. Chiedo in prestito dei soldi e li dò al Grande Socialista, toccandogli pure i piedi. Lui mi dà il lavoro. Io giuro su Dio e sulla Costituzione indiana e poi vado a scaldare una scrivania nella capitale dello stato. - Sollevò i piedi e fece mostra di posarli su un tavolo immaginario. - A quel punto convoco nel mio ufficio tutti i giovani dottori che dovrei sorvegliare. Tiro fuori il grosso libro mastro del governo e comincio: «Dottor Ram Pandey». Puntò un dito verso di me e io assunsi il mio ruolo nella recita: - Sissignore! .
Mi tese la mano col palmo rivolto in su.
-Prego, dottor Ram Pandey, posa gentilmente un terzo del tuo stipendio sul palmo della mia mano. Bravo ragazzo. In cambio, io faccio questo. - Fece una crocetta sull'immaginario libro mastro. - Puoi tenere per te il resto dello stipendio e andare a lavorare in un ospedale privato per il resto della settimana. Dimentica il villaggio. Perché secondo questo libro mastro tu ci sei già andato. Hai curato la mia gamba ferita. Hai guarito l'itterizia delle due bambine.
- Ah, - dissero i pazienti. Anche gli infermieri, che si erano radunati intorno per ascoltare, fecero cenni di apprezzamento col capo. Le storie di disonestà e corruzione sono sempre le migliori, dico bene?
Quando Kishan gli mise del cibo in bocca, papà lo sputò fuori insieme al sangue. Il suo scheletrico corpo nero fu preso dalle convulsioni, e il sangue cominciò a schizzare dappertutto. Le bambine con gli occhi gialli si misero a piagnucolare. Gli altri pazienti si allontanarono.
- Tubercolosi, vero? - chiese il musulmano più anziano scacciando le mosche dalla ferite sulla gamba.
-Non lo sappiamo, signore. E un po' che tossisce, ma non sappiamo cos'ha.
-Oh, è Tbc. Non è il primo conducente di risciò che se la prende. Il lavoro li fiacca. Chissà, magari stasera arriva un dottore. Non arrivò. Quel giorno intorno alle sei, come senza dubbio è accuratamente riportato nel libro mastro del governo, mio padre guarì per sempre dalla tubercolosi. Gli infermieri ci fecero ripulire tutto prima di lasciarci rimuovere il corpo. Entrò una capra e si mise a fiutare l'aria, e quelli del pronto soccorso la carezzarono e le diedero una carota succulenta mentre noi strofinavamo il sangue infetto di nostro padre dal
pavimento.
[...]
È bene che le spieghi due o tre cose sulla casta. Anche gli indiani fanno confusione con questa parola, soprattutto gli indiani colti delle città. Hanno una gran difficoltà a spiegare di cosa si tratta. Ma in realtà è molto semplice.
Partiamo da me.Allora: Halwai, il mio nome, significa «pasticcere». E la mia casta, il mio destino. Nelle Tenebre chi sente il mio nome sa subito tutto di me. Ecco perché io e Kishan ovunque andassimo trovavamo lavoro in chioschi e pasticcerie. Il proprietario pensava: «Ah, sono Halwai, il tè e i dolci ce li hanno nel sangue».
Ma se eravamo Halwai, perché mio padre non faceva i dolci e invece tirava un risciò? Perché sono cresciuto spezzando il carbone e pulendo i tavoli invece di mangiare gulab jamun e pasticcini ogni volta che mi andava? Perché ero magro e scuro e scaltro, e non grasso, color crema e sorridente come dovrebbe essere un ragazzo cresciuto a dolciumi? Vede, all'epoca della sua grandezza, quand'era la piu ricca nazione della terra, questo paese era come uno zoo. Uno zoo pulito, ordinato e ben tenuto. Tutti al loro posto, tutti contenti. Qui i fabbri. Qui i mandriani. Qui i possidenti. L'uomo chiamato Halwai faceva i dolci. L'uomo chiamato mandriano teneva le vacche. Gli intoccabili pulivano i cessi. I possidenti erano gentili con i propri servitori. Le donne si coprivano il capo con un velo e tenevano gli occhi bassi quando parlavano con gli estranei.
Poi, grazie a tutti quei politici a Delhi, il 15 agosto I947 - il giorno in cui gli inglesi se ne andarono - le gabbie vennero aperte e gli animali presero ad aggredirsi e a sbranarsi l'un l'altro, e la legge della giungla soppiantò la legge dello zoo. I più feroci, i più affamati, divorarono tutti gli altri, e misero su pancia. Adesso è quella  l'unica cosa che conta, le dimensioni della pancia. Non importa se sei una donna, o un musulmano, o un intoccabile: puoi salire in alto, purché tu abbia la pancia. Il padre di mio padre dev'essere stato un vero Halwai, un pasticcere, ma mi sa che quando mio padre ha ereditato la bottega un membro di qualche altra casta gliel'ha fregata, probabilmente con la complicità della polizia. Mio padre non aveva la pancia per farsi valere. Ecco com'è sprofondato sempre piu nel fango, fino allivello di conducente di risciò. Ecco come mi è stato sottratto il mio destino di ragazzo grasso, color crema e sorridente.
Per riassumere: ai vecchi tempi in India c'erano mille castee mille destini.
Adesso ci sono solo due caste: Uomini con Grandi Pance e Uomini con Piccole Pance.
E due destini soltanto: mangiare o essere mangiati.
[...]
Ora, dico che mi avevano assunto come «autista». Non so come siate organizzati in Cina con i vostri servi, ma in India, o quantomeno nelle Tenebre, i ricchi non hanno autisti, cuochi, barbieri e sarti. Hanno semplicemente servi. Il che significa che ogni volta che non ero al volante dell'auto dovevo spazzare il cortile, preparare il tè, togliere le ragnatele con una lunga scopa o cacciare via una vacca dal giardino.
[...]
Aveva una malattia della pelle: la vitiligine gli aveva tinto le labbra di un rosa vivido, in mezzo a una faccia nera come il carbone. Meglio spendere due parole su questa malattia che affligge così tanti poveri nel nostro paese. Non so in che modo si prende, ma quando la prendi la pelle cambia colore dal marrone al rosa. In nove casi su dieci si tratta di qualche chiazza rosa sul naso o sulle guance, come una stella esplosa sulla faccia, oppure di uno sfogo rosa sull'avambraccio, come se uno si fosse bruciato con l'acqua bollente, ma a volte tutto il corpo cambia colore, e quando vedi uno così pensi: «Un americano!» Ti fermi a guardare esterrefatto, vorresti avvicinarti per toccarlo. Poi capisci che è uno di noi, affetto da quell'orribile malattia. Nel caso di questo autista, dato che la chiazza rosa gli aveva scolorito soltanto le labbra, sembrava un pagliaccio con le labbra dipinte. A guardarlo in faccia mi si rivoltava lo stomaco. Ma era l'unico fra gli autisti che mi trattava con gentilezza, perciò gli restavo vicino.
Eravamo fuori da un centro commerciale - una decina di chauffeur - ad aspettare che i nostri padroni tornassero dallo shopping. Ovviamente l'accesso al centro commerciale ci era vietato, non c'era neanche bisogno di dircelo. Avevamo formato un cerchio su un lato del parcheggio, e ce ne stavamo li a fumare e chiacchierare, e ogni tanto qualcuno sputava uno schizzo rosso di paan dalla bocca. Dato che veniva anche lui dalle Tenebre - naturalmente si era accorto subito delle mie origini - l'autista con le labbra infette mi fece un corso accelerato di sopravvivenza a Delhi, in modo che non mi caricassero su un autobus per rispedirmi
nelle Tenebre.
- La cosa più importante da sapere su Delhi è che le strade sono buone e la gente è cattiva. La polizia è  totalmente corrotta. Se ti beccano senza cintura di sicurezza, devi ungerli con cento rupie. Anche i nostri padroni non sono granché. Quando vanno a un party la sera tardi, per noi è un inferno. Dormi in macchina, e le zanzare ti divorano. Se sono le zanzare della malaria va ancora bene, ti limiti a delirare per un paio di settimane, ma se sono quelle del dengue allora sei davvero nella merda, ci lasci la pelle. Alle due del mattino
il padrone ricompare, batte sui finestrini urlando per svegliarti, puzza di birra e scoreggia per tutto il viaggio di ritorno. A gennaio fa un gran freddo. Se sai che il padrone andrà a una festa, portati dietro una coperta, cosi in macchina ti puoi scaldare. Serve anche per le zanzare. Ora, a un certo punto ti annoierai ad aspettare che il padrone torni. Ho conosciuto un autista che a forza di aspettare è impazzito. Perciò hai bisogno di qualcosa da leggere. Tu sai leggere, vero? Bene. Questa è in assoluto la cosa migliore da leggere in macchina. Mi passò una rivista con una copertina molto allettante: c'era una donna in reggiseno e mutandine sdraiata su un letto, sopra la quale incombeva l'ombra di un uomo.
[...]
Non so come siano progettati gli edifici nel suo paese, Eccellenza, ma in India in ogni condominio, ogni casa, ogni albergo ci sono gli alloggi della servitù, a volte sul retro, a volte (come nel caso del Buckingham Towers B Block) sottoterra. Un dedalo di stanze dove tutti i domestici, gli autisti, i cuochi, le cameriere e lo staff condominiale possono riposare, dormire, aspettare. Quando i padroni avevano bisogno di noi, un campanello elettrico si metteva a squillare in tutto il seminterrato, e noi correvamo a un tabellone per verificare il numero dell'appartamento vicino al quale lampeggiava la luce rossa.
[...]
Signore, quando lei arriverà qui, le diranno che noi indiani abbiamo inventato tutto, da Internet alle uova sode alle navi spaziali, prima che gli inglesi ci rubassero l'idea. Sciocchezze. Il massimo che questo paese abbia prodotto in diecimila anni di storia è la Stia per Polli.
Vada nella vecchia Delhi, dietro la Jama Masjid, e guardi come tengono i polli li al mercato. Centinaia di galline biancastre e galli a colori vivaci, ammassati in gabbie di fil di ferro, schiacciati uno sull'altro come vermi in uno stomaco, a beccarsi a vicenda e cagare uno addosso all'altro, ad azzuffarsi per conquistare un minimo di spazio vitale. Dalla gabbia si alza una puzza orrenda: puzza di pennuti terrorizzati. Sulla tavola di legno posata sopra la stia siede un giovane macellaio ghignante, che esibisce la carne e le interiora di un pollo appena macellato, ancora ricoperto di una patina oleosa di sangue scuro. I galli nella stia sentono l'odore del
sangue. Vedono le interiora dei loro fratelli sparse intorno. Sanno di essere i prossimi. Eppure non si ribellano. Non cercano di uscire dalla stia. I n questo paese si fa esattamente la stessa cosa con gli esseri umani. Osservi le strade di Delhi la sera; prima o poi vedrà un uomo su un risciò a pedali che arranca trascinandosi dietro un letto a due piazze, o un tavolo, legato sul carretto. Ogni giorno quell'uomo consegna i mobili a casa della gente. Un letto costa cinquemila rupie, anche seimila. Aggiunga le sedie e un tavolino da salotto e fanno dieci o quindicimila. Un uomo arriva col suo carro a pedali e ti porta il letto, il tavolo e le sedie, un pover'uomo che non guadagna più di cinquecento rupie al mese. Ti scarica tutti quei mobili, e tu gli dài i soldi in contanti, una mazzetta di banconote spessa come un mattone. Lui se la mette in tasca, o nella camicia, o nella canottiera, torna dal suo capo e gli consegna i soldi senza aver toccato una sola rupia! Ha sotto mano il salario di un anno, forse di due, e non prende neanche una rupia.
Ogni giorno, nelle strade di Delhi, qualche chauffeur è al volante di un'auto vuota con una valigetta nera posata sul sedile posteriore. Dentro la valigetta ci sono un milione, due milioni di rupie; piu soldi di quanti lo chauffeur ne vedrà in tutta la vita. Se prendesse quei soldi potrebbe andarsene in America, in Australia, ovunque, e cominciare una nuova vita. Potrebbe dormire negli alberghi a cinque stelle su cui ha sempre fantasticato ma che ha sempre visto solo da fuori. Potrebbe portare la famiglia a Goa, o in Inghilterra. Invece
porta la valigetta nera dove vuole il suo padrone. La ripone dove gli è stato detto e non tocca una rupia. Perché? Perché gli indiani sono il popolo piu onesto del mondo, come la brochure del primo ministro non mancherà di informala?
No. Perché il 99,9 per cento di noi sono imprigionati nella Stia per Polli, proprio come quei poveri galli al mercato. La Stia per Polli non sempre funziona quando si tratta di minuscole somme di denaro. Non metta alla prova il suo chauffeur con una o due rupie, quelle potrebbe rubarle. Ma lasci un milione di dollari davanti a un servo e lui non toccherà un centesimo. Faccia una prova: lasci una valigetta nera con un milione di dollari in un taxi di Mumbai. Il tassista chiamerà la polizia e restituirà i soldi il giorno stesso, glielo garantisco io. (Se poi la polizia li restituirà a lei o meno è un'altra storia, signore!) In questo paese i padroni affidano ai servi anche i diamanti! E vero. Ogni sera il treno in partenza da Surat, il centro mondiale del taglio e della lucidatura dei diamanti, è gremito di servi dei mercanti con valigette piene di diamanti tagliati da consegnare a qualcuno a Mumbai. Perché nessuno di quei servi sparisce con la valigetta piena di diamanti? Nessuno di loro è un Gandhi, sono uomini qualunque, come lei e me. Ma sono chiusi nella Stia per Polli. L'affidabilità dei servi è la base dell'intera economia indiana.
La Grande Stia per Polli Indiana. In Cina avete qualcosa di simile? Ne dubito, Mr Jiabao. Altrimenti non avreste bisogno del Partito Comunista per sparare alla gente e di una polizia segreta che fa irruzione di notte nelle case e arresta le persone. Qui in India non abbiamo bisogno di una dittatura. E nemmeno di una polizia segreta. Perché noi abbiamo la stia. Mai prima nella storia dell'umanità cosi pochi hanno dovuto cosi tanto a cosi tanti, Mr Jiabao. In questo paese una manciata di uomini ha addestrato il restante 99,9 per cento
- uomini altrettanto forti, abili e intelligenti - a vivere in un perenne stato servile; uno stato servile radicato al punto che se dài a un uomo la chiave della sua emancipazione lui te la scaglia addosso con un insulto.
Bisogna vederlo con i propri occhi, per crederci. Ogni giorno milioni di persone si alzano all'alba, affollano autobus luridi per raggiungere le eleganti case dei loro padroni; poi puliscono i pavimenti, lavano i piatti, tagliano l'erba, dànno da mangiare ai bambini, massaggiano i piedi, e il tutto per una miseria. Non invidio i ricchi americani o europei, Mr Jiabao: non hanno servi. Non immaginano neppure cosa significa fare la bella vita. Ora, un uomo pensante come lei, Mr Jiabao, dovrebbe porsi due domande.
Primo: perché la Stia per Polli funziona? Come fa a tenere in trappola in modo tanto efficace milioni di uomini e donne?
Secondo: è possibile fuggire dalla stia? Se ad esempio un giorno un autista prendesse i soldi del suo datore di lavoro e scappasse? Come sarebbe la sua vita? Risponderò per lei a entrambe le domande, signore.
La risposta alla prima domanda è che l'orgoglio e la gloria della nostra nazione, la depositaria di tutto il nostro amore e tutti i nostri sacrifici, l'oggetto di uno spazio senza dubbio considerevole nella brochure che le passerà il primo ministro, e cioè la famiglia indiana, è la ragione per cui siamo intrappolati senza scampo nella stia. La risposta alla seconda domanda è che solo un uomo pronto a vedere la propria famiglia distrutta - perseguitata, massacrata di botte, bruciata viva dai padroni - può fuggire dalla stia. E questa persona non può essere un uomo normale, ma solo un mostro, uno scherzo di natura. Insomma, una Tigre Bianca. Quella che lei sta ascoltando è la storia di un imprenditore sociale, signore.
[...]
La Stia per Polli era di nuovo all'opera. I servi devono impedire agli altri servi di diventare innovatori, sperimentatori, imprenditori. Sì, è questa la triste verità, signor primo ministro. La stia è sorvegliata dall'interno.
[...]
Tornai alla schiera dei cagatori. Uno di loro aveva finito e se n'era andato, un altro aveva preso il suo posto.
Mi accovacciai alloro fianco con un ghigno sul volto. Alcuni distolsero immediatamente lo sguardo: erano ancora esseri umani. Altri mi fissarono con un volto inespressivo, come se per loro il pudore non avesse piu ragione di esistere. Poi notai un tizio magro e nero che mi guardava sogghignando, fiero di quel che stava facendo. Sempre accucciato, mi spostai verso di lui, ostentando un enorme sorriso. Lui fece lo stesso.
Poi scoppiò a ridere, e scoppiai a ridere anch'io, e ben presto tutti i cagatori ridevano.
- Ci faremo carico noi delle spese del matrimonio, - gridai.
- Ci faremo carico noi delle spese del matrimonio! - gridò lui.
- Ci scoperemo anche tua moglie al posto tuo, Balram!
- Ci scoperemo anche tua moglie al posto tuo, Balram!
Continuava a ridere, a ridere a crepapelle, tanto che cadde con la faccia in avanti, mostrando il culo sozzo al sozzo cielo di Delhi.
Mentre tornavo indietro, i centri commerciali stavano aprendo. Mi lavai la faccia nel bagno comune e mi tolsi dalle mani la sporcizia dello slum. Scesi nel parcheggio, trovai una chiave inglese e provai un paio di volte a brandirla nell'aria, poi me la portai in camera. Un bambino mi aspettava vicino alletto. Stringeva fra i denti una lettera, e si stava abbottonando i calzoncini. Si girò quando mi senti, e la lettera gli sfuggi dalla bocca cadendo a terra. A me invece cadde di mano la chiave inglese.
- Mi hanno mandato qui. Ho preso l'autobus e il treno, ho chiesto alla gente e sono arrivato qui. - Batté le palpebre. - Dicono che ti devi occupare di me, che devi far diventare autista anche me.
- Chi diavolo sei ?
- Dharam, - disse. - Sono il quarto figlio di zia Luttu. Mi hai visto l'ultima volta che sei venuto a Laxmangarh. Avevo una camicia rossa. Mi hai baciato qui -. Indicò la sommità della testa.
Raccolse la lettera e me la porse.
«Caro nipote, è passato molto tempo dall'ultima volta che ci sei venuto a trovare, e ancor piu tempo, un totale di undici mesi e due giorni, dall'ultima volta che ci hai mandato dei soldi. La città ha corrotto la tua anima e ti ha reso egoista, borioso e malvagio. Sapevo fin dall'inizio che sarebbe accaduto, perché eri un bambino perfido e insolente. Appena potevi, andavi ad ammirarti davanti allo specchio, e dovevo tirarti le orecchie per farti lavorare. Sei uguale a tua madre. Hai preso la sua natura, e non la natura mite di tuo padre. Finora abbiamo sofferto in silenzio, ma ora basta. Devi riprendere a mandarci i soldi. Se non lo fai, lo diremo al tuo padrone. Abbiamo anche deciso di organizzare il tuo matrimonio, e se tu non vieni, ti mandiamo la ragazza con l'autobus. Ti dico queste cose non per minacciarti, ma per amore. Dopotutto non sono la tua nonna? Come ti ingozzavo di dolci! Inoltre è tuo dovere badare a Dharam e prenderti cura di lui come fosse tuo figlio. Ora bada alla salute e ricorda che ti sto preparando dei buoni piatti di pollo da mandarti per posta, insieme alla lettera che scriverò al tuo padrone.
La tua affezionata nonna, Kusum»
Piegai la lettera, me la infilai in tasca, poi diedi al bambino uno schiaffò cosi forte che barcollò all'indietro, batté contro il fianco del letto e ci cadde sopra tirando giu la zanzariera.
- Alzati, - dissi. - Ti devo picchiare di nuovo.
Raccolsi la chiave inglese e la alzai sopra la sua testa ... poi la gettai sul pavimento. Il bambino era livido, aveva un labbro rotto e sanguinante, eppure non aveva fiatato. Sedetti sotto la zanzariera, sorseggiando una mezza bottiglia di whisky. Lo osservai. Ero sull'orlo del precipizio. Ero pronto ad ammazzare il mio padrone. L'arrivo del bambino mi aveva salvato dall'omicidio (e dall'ergastolo).
[...]
Ora, signor primo ministro, ogni giorno migliaia di stranieri sbarcano dall'aereo nel mio paese in cerca di illuminazione. Poi vanno sull'Himalaya, o a Benares o a Bodh Gaya. Si mettono in pazzesche posizioni yoga, fumano hashish, si sbattono due o tre sadhu e pensano di aver raggiunto l'illuminazione. Ah!
Se siete venuti in India in cerca dell'illuminazione, dimenticate il Gange, dimenticate gli ashram, andate dritti al
National Zoo, nel cuore di New Delhi. Io e Dharam guardammo le cicogne dal becco d'oro appollaiate
sulle palme nel mezzo di un lago artificiale. Scesero in picchiata sull'acqua verde del lago, mostrandoci le
screziature rosa delle ali. Sullo sfondo si vedevano le mura diroccate del Vecchio Forte. Iqbal, il grande poeta, aveva ragione. Quando ti accorgi di cosa c'è di bello in questo mondo, smetti di essere schiavo. Al diavolo i naxaliti e i loro fucili forniti dalla Cina. Se si insegnasse a dipingere a tutti i poveri dell'India, per i ricchi sarebbe la fine.
Mi assicurai che Dharam apprezzasse la maestosa sagoma del forte, l'azzurro del cielo che faceva capolino dalle feritoie, le antiche pietre che scintillavano nella luce del sole. Camminammo per mezz'ora, passando di gabbia in gabbia. Il leone e la leonessa se ne stavano ciascuno per conto proprio, senza parlare, come una vera coppia di città. L'ippopotamo era sdraiato in una gigantesca pozza di fango; Dharam avrebbe voluto fare quel che facevano gli altri - tirare una pietra all'ippopotamo per farlo muovere - ma io gli spiegai che sarebbe stato crudele. Gli ippopotami se ne stanno sdraiati nel fango senza far niente, è la loro natura.
Lasciamo che gli animali vivano da animali, e che gli uomini vivano da uomini. Ecco, in una sola frase, la mia intera filosofia.
[...]
Stati Uniti: ha reso la sodomia perfettamente legale nel suo paese, e adesso gli uomini si sposano uno con l'altro invece che con le donne. L'hanno detto alla radio. Questo sta portando al declino dell'uomo bianco. Inoltre i bianchi,usano troppo il cellulare, e il cellulare spappola il cervello. E un fatto risaputo. I telefonini causano il cancro al cervello e seccano i testicoli. I giapponesi li hanno inventati per attentare al cervello e alle palle degli uomini bianchi. L'ho sentito una sera alla fermata dell'autobus. Fino ad allora ero molto fiero del mio Nokia, lo facevo vedere a tutte le ragazze dei call center dentro cui speravo di ficcare il becco, ma l'ho subito buttato via. Adesso se qualcuno mi vuole chiamare, mi deve chiamare al fisso. Per la mia azienda è un danno, ma il cervello è troppo importante, signore: è l'unica cosa su cui può far conto un uomo pensante.
Vivrò abbastanza a lungo da vedere la fine dell'uomo bianco. Ci sono anche i neri e i rossi, ma non ho idea di come se la passino, la radio non ne parla mai. La mia umile previsione è questa: nel giro di vent'anni al vertice della piramide ci saremo noi uomini gialli e uomini marroni, e domineremo il mondo.
Dio abbia pietà di tutti gli altri.

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Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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