Reading in Biblioteca - 25 Settembre 2010

>> domenica 26 settembre 2010

In occasione di "Gustando Gustando" il gruppo dei lettori della biblioteca di Castiglione ha presentato una serie di testi sul tema del cibo. 
Il gruppo lettori è nato alcuni anni fa grazie al sostegno dell’assessorato alla cultura del Comune di Castiglione ed è composto da un gruppo di persone che ha la passione per la lettura e che pratica la cosiddetta "lettura condivisa": individuato un libro, ognuno lo legge autonomamente e poi ci si ritrova il mese successivo a discuterne. Ne scaturiscono pareri, approfondimenti, sfumature, interpretazioni diverse che arricchiscono la lettura e il piacere di gustare un libro.

I brani sono stati letti e interpretati da Ilaria Feole e Alessandro De Silvestri.

Premessa: Elogio del cibo
1-      Il senso del gusto  da P. Artusi “La scienza in cucina”
2-      Il paese di Bengodi  da G. Boccaccio “Decameron” (VIII giornata, novella terza)
3-      Le muse pancifiche da T. Folengo “Baldus”

Gh’ho ‘na fame che me magnaria anca un ogio
VIDEO La fame dello Zanni da D. Fo “Mistero buffo”
1-      Pinocchio non mangiò, ma diluviò  da C. Collodi “Le avventure di Pinocchio” (Cap. XXIV)
2-      Robba da magnare   da L. Malerba “Il pataffio”

Il cibo che stupisce
VIDEO VATEL
1-      Il banchetto a corte da L’arte di ben cucinare et istruire i men periti in questa lodevole professione di B. Stefani
2-      La bottega di Ziapìna  da F. Guccini “Croniche epafaniche”
3-      Ode alla cipolla  di P. Neruda
4-      Un monumento al  pollo  da Giò Pozzo  “Cucina crudele”
5-      La focaccia milleingredienti da Elio e le storie tese “Animali spiaccicati”

I Golosi
VIDEO CHOCOLAT
1-      Le golose di G. Gozzano
2-      I suoni del cibo da S. Valenti  “Medicina naturale”
3-      Tortelli di G B. Fagiuoli da “Zucca e tortelli” di S. Gelsi
4-      La focaccia di G. Carofiglio “Né qui né altrove. Una notte a Bari”
5-      I bigné da Muriel Barbery “Estasi culinarie”

E per finire, gustiamo cibi in rima
VIDEO Ugo Dighero – HO L’ORTO
1-      Tutti frutti di C. Albaut “Filastrocche da sgranocchiare”
2-      La caramella mou di C. Albaut (idem)
3-      Pane di R. Piumini  da “Non piangere cipolla”
4-      Pastasciutta di R. Piumini (idem)
5-      Polenta di P. Formentini da “Polpettone di parole”
6-      Filastrocca della cena di  B. Tognolini da “Rima rimani”


Premessa : elogio del cibo
Il senso del gusto di P. Artusi
Il gusto e il tatto sono i sensi più necessari, anzi indispensabili alla vita dell’individuo. Gli altri aiutano soltanto e si può vivere ciechi e sordi, ma non senza l’attività funzionale degli organi del gusto..
Com’è dunque che nella scala dei sensi i due più necessari sono reputati i più vili? Perché quel che soddisfa gli altri sensi, pittura, musica, ecc., si dice arte, si ritiene cosa nobile, ed ignobile invece quel che soddisfa il gusto? Perché chi gode vedendo un bel quadro o sentendo una bella sinfonia è reputato superiore a chi gode mangiando un’eccellente vivanda? Ci sono dunque tali ineguaglianze anche tra i sensi che chi lavora ha una camicia e chi non lavora ne ha due? Deve essere per il tirannico regno che il cervello esercita su tutti gli organi del corpo.Non si vive solo di pane, è vero, ci vuole anche il companatico; e l’arte di renderlo più economico, più sapido, più sano, lo dico e lo sostengo, è vera arte; riabilitiamo il senso del gusto e non vergogniamoci di soddisfarlo onestamente, ma il meglio che si può.


Il paese di Bengodi di G. Boccaccio
…fu da Calandrin domandato dove queste pietre così virtuose si trovassero. Maso rispose che le più si trovavano in Berlinzone, terra dei baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, e avevasi un’oca a denaro e un papero giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato sopra la quale stavan genti che niuna cosa facevano che far maccheroni e ravioli e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavano quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva: e ivi presso scorreva un fiumicel di vernaccia della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d’acqua.

Le muse pancifiche  di T. Folengo
Soltanto le muse pancifiche, le dotte sorelle Gosa, Comina, Strizza, Mafelina, Togna, Pedala, vengano ad imboccare di gnocchi il loro poeta e gli portino cinque e magari otto catini di polenta. Sono queste le grasse mie dive, le mie Ninfe imbrodolate: la loro dimora si trova in un remoto cantone del mondo che la caravella di Spagna non ha ancora scovato. […] Le Ninfe stanno sul cocuzzolo di un’alta montagna e senza sosta grattano il formaggio su grattuge forate. Con grande zelo altre si danno ad impastare teneri gnocchi che rotolano in frotta giù per il formaggio grattato e dal ciuffo del monte si voltolano fino in fondo diventando grassi come botti panciute.

Quanto giova slargare le ganasce, se di tal gnocco vuoi saziare il tuo ventre! Altre tagliano la pasta e riempiono cinquanta lavaggi di pappardelle e di grasse  lasagne. Altre ancora, se la pentola comincia brontolare per via del gran fuoco, tirano da parte i tizzoni e vi soffiano dentro, perché il brodo, quando il fuoco è troppo salta fuori dalla pignatta. Insomma ciascuna bada a cuocere la propria minestra, per cui vedi
mille camini che fumano e mille caldaie che borbottano. Qui io per primo ho pescato l’arte maccheronica, qui Mafelina mi incoronò pancifico poeta.

Gh’ho ‘na fame che me magnaria anca un ogio

da “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi Cap. XXIV
Dopo mezz'ora di strada arrivò a un piccolo paese detto “il paese delle api industriose”(...) Intanto la fame lo tormentava; perché erano ormai passate ventiquattr'ore che non aveva mangiato più nulla (...) Finalmente passò una buona donnina che portava due brocche d'acqua.
- Vi contentate buona donna, che io beva una sorsata d'acqua alla vostra brocca? - disse Pinocchio, che bruciava dall'arsione della sete.
- Bevi pure, ragazzo mio!- disse la donnina, posando le due brocche in terra.
Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbottò a mezza voce, asciugandosi la bocca:
-La sete me la son levata! Così mi potessi levar la fame!...-
La buona donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito:
-Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti darò un bel pezzo di pane.
Pinocchio guardò la brocca e non rispose né si né no.
-E insieme con pane ti darò un bel piatto di cavolfiore condito coll'olio e coll'aceto-soggiunse la buona donna.
Pinocchio dette un'altra occhiata alla brocca, e non rispose né si né no.
-E dopo il cavolfiore ti darò un bel confetto ripieno di rosolio.
Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe più resistere, e fatto un animo risoluto, disse: -Pazienza! Vi porterò io la brocca fino a casa!
La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza da portarla colle mani, si rassegnò a portarla in capo. Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavola apparecchiata, e gli pose davanti il pane, il cavolfiore condito e il confetto. Pinocchio non mangiò, ma diluviò. Il suo stomaco pareva un quartiere rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi.

Robba da magnare
In un cantone del cortile c’è un banco dove un formigotto dice di vendere robba da magnare.

“Io vendo polenta salame pagnotte salsicce braciole focacce prosciutti zucche pizze porchetta patate fritte lumache pernici busecca gatto in agrodolce frittata ova sode fagiani farciti rape rosse carote gialle castagne lesse cavoli ossibuchi caciotta carciofoli anguilla in salamoia pecorino ricotta culatello mele meloni melanzane fichi panerone eccetera ecceterone!”

I villani si fanno intorno al banco del formigotto che vende tutta questa robba buonissima. Una donnetta va avanti e indietro dal paese per richiamare gli ultimi che sono rimasti nelle case. ”Currete su al castello che se magna!” La gente corre, si
ammucchia intorno al banco mentre il formigotto continua a gridare che vende tutta questa robba, la numera a una a una come una sacra litania e poco alla volta quelli che stanno intorno si riempiono la bocca ripetendo e masticando le stesse parole e quasi gli sembra, a forza di dire polenta salame pagnotte e salsicce castagnaccio porchetta e tutto il resto, che la pancia si riempie poco alla volta e persino gli pare di sentire sotto il naso i tanti odori delle cose nominate dal formigotto. Mentre in principio molti sbadigliavano per la fame, dopo un po’ ci sono quelli che fanno dei gran rutti per digerire tutta questa spanzata di robba grassa e pesante che gli ingombra lo stomaco.

Il cibo che stupisce

BANCHETTO servito a due piatti che si potrà fare nelli mesi di novembre e dicembre

La tavola sarà apparecchiata in una sala capace, con tovaglia sottilissima, stuccata per mano di valente credenziere, e le posate di simile piegatura:

da capo della tavola sorgerà un trionfo fatto di zuccaro quale sarà la caduta di Fetonte.

Dall'altro canto, il carro trionfale di Cesare, quando entrò in Roma vincitore dopo haver superato Marc'Antonio.

Nel mezo il colosso di Rodii fatto di sottilissime piegature, e che vi passi sotto una neve fatta di condito,

e questo sarà tramezzato con due aquiloni fatti di gelo di color d'ambra, e rinforzate con statue fatte di zuccaro che saranno le quattro stagioni.

Primo servizio di credenza

Quattro sirene di pasta di marzapane, che sostentino con le code ritorte una stella,

ed ogni punta di stella vi sia una starna, lardata minuta, cotta allo spiedo,

e sopra un sapore fatto con fegatelli di cappone, capo di latte, noce moscata, quattr'oncie di mostaccioli pesti, stemprato con malvasia,

e gettato sopra le starne, adornate con fette di cedro lavorate, tramezzate con pere condite.

Le sirene le ponerei nel piatto con spuma di mare fatta con chiara d'ova, e smaltino, e tra una sirena e l'altra, vi sia un pesce che scherzi fra quelle spume.

Un gran tortiglione in guisa di serpente, fatto con pasta finissima empito di condito grattato, pomi appii, pasta di marzapane ed altri condimenti,

tutto il suo dorso trapunto con pistacchi e pignoli confetti, ed il suo piatto coperto d'erbettina verde fatta di zuccaro compartita con leggiadria.

La bottega di Ziapìna    Francesco Guccini – Croniche epafaniche
E c’è  la bottega di Ziapìna. Tu entri, scendi quei tre scalini, e già le nari ti si riempiono dei mille odori sapori che tutta la bottega ti offre. I primi a colpire sono i più violenti, il baccalà sciorinato secco rigido che verrà lasciato ad ammorbidirsi e dissalarsi lungamente nella tinozza piena d’acqua, e latte di turbinosi colori stracolme di sarde salate, o di saracche da  fare vicino alle braci del camino, cibo e sapore da anziani, che ancora ti si storce la bocca e piangi per un mezzo grano di pepe, ma ti piace già il tonno in grosse trance rosee ricurve che fa capolino in mezzo all’olio. C’è l’odore del  vino toscano della mescita, che esce dai bicchieri o dai mezzi di quelli che bevono o dalle damigiane e tini della cantina subito di fianco, ma se arrivi che han portato il pane, è quello l’odore che domina, anche se il pane non si compra perché si fa da noi.

 A volte prendi la pasta, che è dietro il banco vendita, in teche trasparenti di vetro che la vedi, e ce n ‘è di tanti tipi, ler farfaline, le conchiglie, i macheroni, quella piccola da brodo, ma anche di queste paste non ne prendi perché le tagliatelle larghe o strette, i pistadini o i quadrucci o tutto si fa in casa, e prendi  solo i paternostri da fare la minestra coi fagioli. C’è anche la marmellata, non che noi non si abbia, è che si fa solo di ciliegie; e lì c’è di pesca, d’albicocca o anche, e quella sì che è bòna, d’arance, o di cedro, roba di verde smeraldo candita che se ne compera un pezeto per Natale, per i dolci, e già a vedersi dà soddisfazione. C’è i prosciutti e i salami, ma quelli si hanno; si compra il formaggio sardo, ed è un’operazione che va fatta con calma. Ci si fa  il suo taselino col truvello aposta, come con la cocombra, e Ziapina lo assaggia pensosa: si compra la forma, mia un etto due etti come quei bischeri dei vilegianti. E’ come quando vedi i vecchi che bevon vino, che lo sciaguattano di qua e di là, alzan la chiorba per cercare l’ispirazione, poi fan di sì, in su e in giù, spingendo i labbri in fuori, per dire: proprio bòno.    Ma muover la testa per dir di no, in vero, non li ho mai visti.

Ode alla cipolla di P. Neruda
Cipolla, anfora luminosa,
petalo e petalo
si formò la tua bellezza
squame di cristallo ti
accrebbero
e nel segreto della terra
oscura
si arrotondò il tuo ventre di
rugiada.
Sotto la terra
fu il miracolo
e quando apparve
il tuo rozzo stelo verde
e nacquero
le tue foglie come spade
nell’orto,
la terra accumulò il suo
potere
mostrando la tua nuda
trasparenza
e come in Afrodite il mar
remoto
duplicò la magnolia
innalzando i suoi seni,
così ti fece,
cipolla,
chiara come un pianeta,
e destinata
brillare,
costellazione costante,
rotonda rosa d’acqua,
sopra
la tavola
della povera gente.
[…]
Alla portata delle mani del
popolo
innaffiata di olio,
spolverata
con un po’ di sale
uccidi la fame.
Stella dei poveri
Fata madrina
avvolta
in delicata
carta, esci dal suolo
eterna, intatta, pura
come seme d’astro,
e nel tagliarti
il coltello in cucina
sale l’unica lacrima
senza pena. (…)
Io ho cantato quanto esiste,
Cipolla,
ma per me tu sei
più bella di un uccello
dalle penne abbaglianti,
sei per i miei occhi
globo celeste, coppa di platino,
danza immobile
di anemone niveo,
e vive la fragranza della terra
nella tua natura cristallina.

Un  monumento al pollo GIO Pozzo   La cucina crudele
Ah, il pollo! Merita un monumento. Quello ruspante? Per carità, malinconia di famiglia. La produzione, la catena di produzione. Siamo nel duemila e non possiamo più rincorrere per l’aia il galletto per tirargli il collo.    La catena, migliaia di oggetti carne assolutamente uguali per misura peso e  proporzione. L’invenzione da proporre e imporre sul mercato. I miei polli sono oggetti, li ho stivati ,ne ho costretti un numero inverosimile in poco spazio. Ecco, un binario, ben allineati sul supporto e davanti al becco  un tappeto semovente  e  alle terga un altro. Il primo apporta il  mangime,  il secondo asporta lo sterco. Che peraltro recupero  a concime. Non ha distrazioni il mio benefattore. Ha solo il compito di   nutrirsi e di defecare. Non corre e non perde peso. Non conosce lo spavento, non ha stimolazioni esterne… E’ beato. Raggiunto il  peso necessario, il peso richiesto, s’intende, passa senza traumi ai banchi refrigeranti della distribuzione. E come potrebbe averne? Non ha alcuna coscienza di esistere. Se guardo i miei polli esposti nelle  vetrine, mi colpiscono per la loro immobilità. Confermano la perfezione del  trattamento, sembrano nati già pronti all’uso, non denunciano ricordi di passata spavalderia. Non costituiscono preda, sono consumo quotidiano di migliaia di persone :i miei clienti. Il mio prodotto  è buono.  Vi assicuro che io non sto a lesinare sul costo del mangime. Cosa sono poche lire in più al quintale? Sempre la migliore qualità..E poi lo mangio io, è  un a garanzia, non voglio correre rischi.   Allo spiedo, appena cotto, crocchia sotto i denti e le carni sono morbide e vellutate. Il sapore è sempre costante, non tradisce mai.

FOCACCIA MILLEINGREDIENTI
Occorrente:
una focaccia
un calamaretto
un amaretto di Saronno
un granello di Effervescente Brioschi
un cucchiaino di yogurt alle mele
una fettina di bresaola
una setola di porcellino da latte
un cioccolatino alla menta
un riccio di mare sgusciato
un’aringa
una foglia di scalogno
una caramella fondente alla frutta
un cucchiaino di tonno spalmabile
un formaggino Tigre
un fagiolo
un cece
un aspide vivo
un aspide morto

Prendete la focaccia e disponetela orizzontalmente sul tavolo. Disponete sulla sua superficie il calamaretto, l’amaretto di Saronno, il granello di Effervescente Brioschi, il cucchiaino di yogurt alle mele,la fettina di bresaola, la setola di porcellino da latte, il cioccolatino alla menta, il riccio di mare sgusciato, l’aringa, la foglia di scalogno, la caramella fondente alla frutta, il cucchiaino di tonno spalmabile, il formaggino Tigre, il fagiolo, il cece, l’aspide vivo. Lasciate per il momento l’aspide morto dov’è. Afferrate la focaccia ricoperta di tutto questo ben di dio e inclinatela di circa 45 gradi alla vostra destra; gli ingredienti aggiunti dovrebbero scivolare e cadere a terra. Se ciò non dovesse accadere inclinatela maggiormente.

Guardate gli ingredienti caduti con aria compassionevole, fermandovi a meditare un po’ su quanto cibo va sprecato ogni giorno nel mondo. Soffermatevi a osservare poi il comportamento dell’aspide vivo: se cerca di andarsene non ostacolategli la fuga (Sarà meglio per tutti). Se invece notate che assume un’aria minacciosa, come di sfida, mostrategli l’aspide morto come dire: “Hai visto, stupido rettile, cosa ti può succedere se continui a darmi noia?”. A quel punto l’aspide vivo dovrebbe capire il messaggio e levarsi di torno. Allora, e solo allora, mangiate la focaccia con niente sopra visto e considerato che quando uno ha fame non c’è niente di meglio della focaccia, senza andare a scomodare tutta quella roba indigesta che avevate preparato prima, che al limite potete usare per nutrire l’aspide vivo se si dimostra amichevole e non aggressivo come suo solito.


I golosi
Le golose di Guido Gozzano
Io sono innamorato di tutte le signore.
Che mangiano le paste nelle confetterie.
Signore e signorine-
le dita senza guanto-
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!

Perché niun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.

C'è quella che s'informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta o forma.

L'una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

Un'altra – il dolce crebbe -
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita congetture!

Un'altra, con dell'arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall'altra parte!

L'una, senza abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e coccolate,
ma superliquefatte
parole del D'Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!

Perché non m'è concesso -
o legge inopportuna! -
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore di crema e cioccolate?
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie

Serena  Valenti I suoni del cibo
Personalmente ho avuto modo di scoprire che il prezzemolo sulla soia non si muove bene.
Ascoltiamolo: “ pr-e-zz-emolo”.
Due consonanti dure, all’inizio, che richiamano quelle della parola “fr-eddo” o “br-ivido”.
Non parliamo poi della doppia zeta: non è certo un suono morbido.
La parte finale “-emolo”, dà quasi l’idea vezzeggiativa, ma vivace ed esuberante, delle piccole dimensioni della foglia.
In ogni caso è fresco, quasi troppo vivace per un legume così pacifico e sonnolento.
“s-oia”. Una consonante iniziale che  “S-civola”, dolce, calda, quasi canuta, quella del “S-ole”, dell’”e-S-tate”, del “S-onno”.
Segue poi uno zuccheroso trittico di vocali, “-oia”- quasi da cantilena.
Non c’è dubbia che dalla soia l’energia sia poi regalata, senza limiti: forse è proprio il fatto che la debba serbare in esclusiva per chi se ne ciba che la fa sembrare così addormentata e trattenuta nel suo guscio.
Sicuramente il prezzemolo,secondo il mio gusto, sarebbe  l’equivalente di un ballerino di rap in una casa di riposo: l’abbinamento con un pubblico amante dei suoni sereni  e lievi, poco avvezzo ad un movimento scomposto, sarebbe deleterio per il debole timpano ultra  settantenne. In pratica si sentirebbe solo il sapore verde dell’erbetta e delle percussioni, ma non ci si diletterebbe appieno del calore  giallo della soia e delle altre nonne. Il prezzemolo è adatto ad un  risotto all’olio, senza ambizioni, bisognoso di una sferzata di  colore vivace e di un suono frizzante. Oppure ad un  piatto di pesce di mare, abituato al  movimento freneticamente scatenato dei flutti.

Tortelli tortelli
cosa squisita
voi date la vita;
il mondo non ha
di voi nè averà
conforti più belli
tortelli tortelli

la bietola fresca
le membra rinfresca
salubre rimedio
che leva l'assedio
di mali rubelli,
tortelli tortelli.

Quel cacio, quel pepe
piacevole siepe
gli spirti difende
da strane faccende
da tutti i  flagelli,
tortelli tortelli.

Voi siete così tondi
che rassembrate giusto tanti mondi
la bietola che in mezzo vi serra
raffigura la terra
e quel burro che liquido v'inonda
è l'acqua che dintorno la circonda
e questa pasta è il cielo
ciel smaltato  ( o meraviglie belle)
è di cacio grattato e non di stelle.

la focaccia barese   da "Nè qui nè altrove. Una notte a Bari"  Gianrico Carofiglio
 La focaccia barese si prepara mescolando farina di grano tenero, sale, lievito e acqua. Ne deriva un impastopiuttosto liquido che si versa in una teglia rotonda, si condisce con olio, pomodori freschi, olive e poi si cuoce nel forno a legna. Proprio perchè l'impasto è liquido, i pezzi di pomodoro e le olive sprofondano nella pasta creando e riempiendo dei piccoli crateri morbidi che diventano le parti più buone della focaccia.    Si mangia calda ma non bollente, avvolta in un pezzo di carta da panificio, uscendo da scuola, al mare, per cena o anche per pranzo: veloce, economico e deliziosamente unto.

La focaccia è una delle cose pià buone al mondo. Mi trattengo dal dire che è la più buona per mantenere un minimo di prospettiva e per evita il delirio campanilistico. ci sono quelle sottili e croccanti, quelle alte e soffici, quelle con l'aggiunta delle patate e del rosmarino e molte altre varianti. Anche se la vera  focaccia è quella  con pomodori, olive, bordi bruciacchiati e basta. Va accompagnata, possibilmente, da una bella bottiglia di birra molto fredda. Se poi uno ha proprio voglia di un'incursione nell'alta cucina,  il piacere supremo è la focaccia calda farcita con fette sottilissime di mortadella. La mortadella tagliata sottile, al contatto con la mollica calda e fragrante, sprigiona un profumo che fa impazzire le ghiandole salivari.

A differenza di molte cose buone,che sono scarse e spesso costose, la focaccia, a Bari, si trova ovunque ci sia un panificio. Cioè ovunque, e tutti la possono comprare.
la focaccia, a Bari, è una metafora dell'uguaglianza.

I BIGNE’
Avevo 15 anni e uscivo dal liceo, affamato come solo a quell’età si può essere, senza discernimento, selvaggiamente […] Aprivo il sacchetto senza troppi complimenti, laceravo la plastica e poi allargavo grossolanamente il buco che avevo praticato con impazienza. Infilavo la mano nel sacchetto, non mi piaceva il contatto appiccicoso con lo zucchero che si era incollato alle pareti per via del vapore condensato. Staccavo con cura una bignolina dalle sue simili, me la portavo religiosamente alla bocca e la inghiottivo chiudendo gli occhi. Molte pagine sono state scritte sul primo boccone, sul secondo e il terzo. Sono tutte vere. Ma non riescono a esprimere, se non alla lontana, l’ineffabilità di quella sensazione: lo sfioramento e poi la frantumazione di quella pasta umida in una bocca diventata ormai orgasmica. Lo zucchero imbevuto di acqua non si masticava: si cristallizzava sotto i denti, le sue parti si disgregavano senza opporre resistenza, in armonia, le mandibole non le rompevano, le disperdevano dolcemente, in un indicibile balletto fondente e croccante. Il bigné aderiva alle mucose più intime del mio palato, la sua molle sensualità sposava le guance e la sua indecente elasticità lo compattava immediatamente in una pasta omogenea e cremosa, a cui la dolcezza dello zucchero conferiva una punta di perfezione. Lo ingurgitavo in fretta perché ne avevo altri 19 da scoprire. […] Mi consolava unicamente il pensiero dell’ultima offerta di quel sacchetto divino: i cristalli depositati in fondo in fondo. In mancanza di un bigné a cui aggrapparmi, mi appropriavo anche di quei magici granelli con le dita appiccicose, per terminare il banchetto con un’esplosione zuccherosa.

E per finire, gustiamo cibi in rima

Tutti frutti
Caramelle di frutta,
frutti croccanti,
piccanti, frizzanti,
bonbon rinfrescanti,
ne ho riempito un sacco intero,
forse in sogno, son sincero!
Molto tenere o gommose,
tutte lisce o appiccicose,
scivolose e cristalline,
incartate zuccherine,
ne ho riempito un sacco intero,
forse in sogno, forse è vero!

La caramella mou
Morbida ti sciogli,
ti appiccichi e ti incolli,
ti attacchi ad un dente,
sei anche un po' invadente.
Molle caramella mou,
fondi piano, delicata,
più tenera della cioccolata,
fondi piano, serena,
dolce come un'amarena.
Sei come un dolce frutto,
ti mastico, ti succhio,
e coli dappertutto.

Pane
Pane del grano
fatto farina
t'impasta mano
in pasta fina
in pasta bianca
nel forte fuoco
cresce non stanca
a poco a poco
cuoce piamente
in crosta bruna
odore sente
mollica luna
sa di quel grano
e cose sane
che da lontano
si fanno pane.

Pastasciutta
Nell'acqua cuocendo
fra bolle bollendo
da rigida e dura
di varia fattura
spaghetta cherona
farfalla ditala
conchiglia trenetta
fettuccia fusilla
o sedana o penna
s'è andata mollendo.
E' ardente e al dente
non scotta ma scotta
scolata scrollando
composta nel piatto
condito mucchietto
con pesto con olio
con pepe con aglio
coperta con sugo
con trito di noce
con su del ragù.
La guardo la vaglio
di grana la spargo
l'annuso la voglio
l'infilzo la frugo
la mescolo tutta
la faccio fagotta
l'arrotolo in fretta
l'imbocco veloce
la mastico in pace
la gran pastasciutta

Polenta
Giri e rigiri molto lenta
ben bollente la polenta,
la cuoci fumosa per un'ora quasi,
poi calda gialla giù dalla pentola
su una tavola di legno travasi:
un solo vaporoso che ancora bolle
la vedi diventare, e lo tagli a fette
alte e spesse, ognuna fatta
con due righe di coltello
precise e nette

Filastrocca della cena
La foresta incantata
Dove mi ero smarrita
Era solo insalata
E allora l'ho condita
Il sole è un uovo sodo
Il piatto è una finestra
Le stelle sono in brodo
Il cielo è una minestra

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Pattuglia Bravo Two Zero - Andy McNab

>> sabato 4 settembre 2010

E' il resoconto di una missione che si è svolta effetivamente in Iraq durante la guerra del Golfo. L'autore comanda la pattuglia che, atterrata in territorio nemico, ha il compito di tagliare vie di comunicazione e mettere fuori uso rampe di lancio degli Scud. Subito scoperti, la missione diventa un'odissea tragica in cui tre di loro non ce la faranno. Scritto con un linguaggio semplice e diretto, la prima metà del libro affronta la corsa per la sopravvivenza e la seconda, le torture che seguono alla cattura. Alla fine emerge un importante  messaggio: si vince con la testa e non con il corpo.

Guardò con un occhio solo. Perfino una luce debolissima può turbare la tua visione notturna, e il processo deve ricominciare. Se devi guardare qualcosa devi chiudere l'occhio con cui prendi la mira, l'occhio dominante, e guardare con l'altro. Così ti resta in serbo il 50 per cento della visione notturna, ed è nell'occhio migliore.
Ci disponemmo a difesa coprendo l'intero arco a 360 gradi. Per i dieci minuti seguenti non facemmo assolutamente nulla. Eravamo usciti da un veicolo rumoroso e puzzolente dove si era svolta un'attività frenetica. Bisogna dare al proprio corpo la possibilità di sintonizzarsi con il proprio ambiente. Bisogna adattarsi ai suoni, ai rumori, alla vista e ai cambiamenti di clima e terreno.
[...]
Il corpo ha un termostato, situato in un piccolo lembo di tessuto nervoso alla base del cervello, che controlla la produzione o la dispersione di calore nell'intero organismo per mantenere una temperatura costante. Quando il corpo comincia ad andare in ipotermia, il termostato reagisce ordinando di sottrarre calore alle estremità per convogliarlo verso il centro. Le mani e i piedi cominciano ad irrigidirsi. Mentre la temperatura interna scende, il centro sottrae calore alla testa. Quando ciò avviene, la circolazione rallenta e la vittima non riceve l'ossigeno o lo zucchero di cui il cervello ha bisogno: lo zucchero di cui normalmente il cervello si nutre viene bruciato per produrre calore. Man mano che il cervello comincia a rallentare, il corpo smette di tremare e inizia un comportamento irrazionale. Questo è un chiaro segno di pericolo, ma è difficile da riconoscere in se stessi, perchè uno dei primi effetti dell'ipotermia è la perdita di volontà. Si smette di tremare e di preoccuparsi. In effetti si sta morendo, ma la cosa non potrebbe interessarci di meno.
[...]
C'è una tecnica usata dai venditori molto sagaci per strapparti la dichiarazione che vuoi comprare il prodotto. Si chiama...qualcosa come "pausa creativa". L'ha spiegata Victor Kiam in uno dei suoi libri: quando una trattativa era al culmine, lui si interrompeva e faceva una pausa, e se la persona cui stava cercando di vendere qualcosa sentiva la necessità di continuare la conversazione in quel silenzio, lui sapeva di essere riuscito a vendergli il prodotto. L'antagonista sentiva di dover fare qualcosa, cioè in pratica comprare.
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Un colpo particolarmente forte mi raggiunse alla mascella, appena sopra i denti. Tra la punta del fucile e due dei miei molari posteriori c'era solo la pelle della guancia. Sentii i denti rompersi e andare in pezzi, quindi il dolore mi sopraffece. Ero a terra, e urlavo come un pazzo. Cercai di sputare i frammenti, ma avevo la bocca troppo gonfia e insensibile. Non riuscivo a deglutire. Nell'attimo in cui la mia lingua toccò i moncherini molli e aguzzi, svenni.

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Zona pericolosa - Lee Child

>> giovedì 26 agosto 2010

Tutto narrato in soggettiva, è un libro avvincente con tanti colpi di scena. 
Il protagonista (un ex-militare che ha deciso di deporre la divisa e di andare alla ricerca dei luoghi in cui sono vissuti gli artisti mito del blues e che purtroppo deve far fronte agli "imprevisti" che trova sulla sua strada) sembra un super eroe da fumetto per l'intelligenza e la forza usata nello sconfiggere i cattivi, risultando quindi poco credibile. Siamo lontani dai livelli di introspezione psicologica di Ellroy, tuttavia il ritmo scorre veloce e la lettura è molto piacevole. Si imparano un sacco di cose, tra cui un originale metodo per creare dollari falsi praticamente perfetti.

Ero stato addestrato da esperti, tipi sopravvissuti alla seconda guerra mondiale, alla Corea, al Vietnam, gente passata attraverso esperienze di cui io avevo solo letto nei libri. Mi avevano insegnato metodi, dettagli, tecniche. Soprattutto l'atteggiamento corretto. Mi avevano insegnato che le inibizioni mi avrebbero ammazzato. Colpire subito, colpire duro. Uccidere al primo colpo. Rappresaglia prima ancora di essere attaccati. Ingannare. I gentiluomini non potevano addestrare nessuno. Erano già morti.
[...]
"Sei in casa mia, grassone", dissi, "ma ti lascerò una scelta".
"Scelta di che?" domandò il colosso. Senza capire. Stupefatto.
"Scelta della strategia di uscita, grassone", ribattei.
"Sarebbe a dire?"
"Sarebbe a dire che tu te ne vai, questo è sicuro. La scelta è come te ne vai. Puoi andartene con le tue gambe oppure questi sacchi di lardo che ti porti appresso ti trascineranno via nel bugliolo".
"Ah, si?"
"Sicuro", dissi.
"Ora conto fino a tre, okay? Perciò farai meglio a decidere in fretta, okay?"
Mi fissò con gli occhi lampeggianti.
"Uno", contai. Nessuna reazione.
"Due" Nessuna reazione.
Poi imbrogliai. Invece di dire "tre", mi proiettai a testa bassa contro di lui colpendolo dritto in faccia e sfracellandogli il naso con la fronte. Un bel lavoretto. La fronte è un arco perfetto e solidissimo, il cranio in quel punto è molto spesso.
[...]
"L'economia americana, nel suo insieme, ha proporzioni enormi, un attivo e un passivo di grandezza incalcolabile. Trilioni di dollari. Ma quasi niente di questa somma colossale è rappresentata dai contanti. Quel signore vale mezzo milione di dollari, ma solo cinquanta di questi sono in banconote, tutto il resto è sulla carta o nei computer. Il fatto è che in giro il contante è scarso, in tutti gli Stati Uniti circolano attualmente centotrenta miliardi di contanti".
Alzai le spalle.
"A me non sembra tanto poco", osservai.
L'uomo mi squadrò severamente.
"Ma quanta gente c'è fuori? Quasi trecento milioni di individui, il che significa un misero quattrocentocinquanta dollari in contanti pro capite. E' questa la difficoltà con cui devono combattere le banche, quotidianamente. Ritirare dalla banca quattrocentocinquanta dollari sembra ben poca cosa, eppure, se tutti decidessero di fare un prelievo di quelle proporzioni, le banche della nazione intera rimarrebbero senza contanti in un batter d'occhio" dichiarò.

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Musica Dura - Micheal Connelly

>> mercoledì 18 agosto 2010

Dopo Ellroy ho voluto leggere Connely di cui avevo apprezzato Debito di Sangue, proprio per fare un confronto ravvicinato tra i due scrittori di genere. Musica Dura ha una lettura scorrevole ma purtroppo non è un libro particolarmente riuscito. Non ci sono paragoni con la profondità e la ricchezza di personaggi e situazioni che si trovano in Dalia Nera.

Bosch la ringraziò e raggiunse il tavolo dei poveracci. Posò un gettone da cinque sul numero sette e osservò la pallina di metallo rimbalzare sui numeri della ruota. Non gli fece alcun effetto. Per i veri giocatori quello che conta non è vincere o perdere, ma l'attesa. Che si tratti della carta seguente, della faccia di un dado o del numero su cui si ferma la pallina, è l'adrenalina che si scatena in quei pochi secondi di attesa e di speranza a eccitarli, a drogarli. Ma a Bosch non faceva né caldo né freddo.
[...]
Una brunetta alta, con un paio di jeans tagliati dietro a mostrare la parte inferio-re delle natiche e un top rosa shocking, sbucava ondeggiando dal sipario luccicante e cominciava a muoversi al ritmo della musica. Bosch rimase ipnotizzato. Perché lo fa?, si chiese. La ballerina era molto bella e lui aveva sempre creduto che la bellezza aiutasse le donne a evitare le cose peggiori della vita. E invece... Forse era proprio questo ciò che affascinava maggiormente gli uomini in sala. Non tanto il vederle nude, ma la consapevolezza della loro sottomissione, il brivido di sapere che la dignità di un'altra donna era stata piegata. A Bosch venne il dubbio di essersi sempre sbagliato sulle belle donne.
[...]
«Oh, quello è un vecchio trucco che usa la gente dello spettacolo.»
«Un trucco?»
«Ma certo, attrici, modelle, ballerine. Usano tutte quella pomata.»
Bosch la fissò, in attesa di ulteriori spiegazioni, ma siccome lei non ag-giungeva altro, chiese:
«Non capisco. Perché la usano?».
«Sotto gli occhi, detective Bosch. Lo sa che serve a ridurre il gonfiore, vero? Be', si spalmi la Preparazione H sotto gli occhi e anche le peggiori borse di una giornata faticosa non si vedranno più. Probabilmente metà della gente che compra questo prodotto nella nostra città lo usa sotto gli occhi, e non dove dovrebbe.

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Dalia Nera - James Ellroy

>> domenica 15 agosto 2010

Ottimo romanzo con una trama piena di colpi di scena e costruito su peronaggi multisfaccettati ricchi di contraddizioni. Difficile da etichettare: poliziesco, giallo, thriller, autobiografico, orrore,... il mix di temi è inaspettato e sicuramente non lascia indifferenti. 
Non mi convince sulle motivazioni che rende la Dalia Nera un ossessione per il protagonista (e per il suo socio), tuttavia ciò non scalfisce le qualità dell'opera. Di grande valore le parti che descrivono l'incontro di boxe tra i due poliziotti e la visita di Bleichert alla famiglia Sprague.

La folla andò in visibilio schiamazzando e battendo i piedi sul pavimento. Lennon restò zitto finché il clamore non si quietò in un mormorio e poi dichiarò: «Stasera avranno luogo dieci round per la categoria pesi massimi. Nell'angolo bianco, in calzoncini bianchi, agente della polizia di Los Angeles con un record da professionista di quarantatré vittorie, quattro sconfitte e due pareggi. Peso  novantadue chili e trecento grammi. Signore e signori il grande Lee Blanchard. Blanchard si sfilò l'accappatoio e baciando i guantoni rivolse inchini in tutte le direzioni. Lennon lasciò che gli spettatori si sfogassero, poi sovrastò i clamori con la voce amplificata. «Nell'angolo nero, peso ottantotto chili, poliziotto di Los Angeles, mai sconfitto. Trentasei vittorie da professionista, ecco a voi l'astuto Bucky Bleichert.» Andai a raccogliere i miei evviva cercando di stamparmi nella memoria le facce assiepate attorno al ring. Mi comportai come se non avessi deciso di fare il tuffo. Puntai verso il centro del ring mentre i clamori della palestra si smorzavano. Blanchard si mosse a sua volta e l'arbitro biascicò qualche parola che non riuscii a intendere. Fuoco e io sfiorammo i guantoni. Ritornai al mio angolo con la fifa addosso. Fisk mi infilò in bocca il proteggidenti. La campana suonò e niente altro ebbe più importanza. Si andava a incominciare. Blanchard mi si avventò contro. Lo attesi al centro del ring e accennai a due diretti di sinistro mentre lui si chiudeva e muoveva la testa. Fallito il bersaglio con i diretti, mi spostai sulla sinistra senza accennare un tentativo di risposta, nella speranza di trovare uno spiraglio per il destro. Il suo primo colpo fu un gancio avvitato al corpo. Vedendolo arrivare, arretrai, allungandogli nello stesso tempo un sinistro corto alla testa. Schivai il gancio di Blanchard, un colpo davvero potente. La sua destra era ancora abbassata quando infilai un montante corto. Arrivò a segno e mentre Blanchard si copriva gli assestai un unodue ai fianchi. Mi ritrassi per evitare a mia volta qualche colpo al corpo, ma fui scosso da un sinistro sul collo. Mi ripresi subito e ricominciai a saltellare in circolo sulla punta dei piedi. Blanchard mi stava addosso, ma io cercavo di stare al di fuori della sua portata, tenendo sotto tiro la testa con diretti di sinistro. Stavo attento a non colpire troppo forte per non aprire la ferita sul sopracciglio. Blanchard si acquattava e poi usciva con dei ganci al corpo. Io indietreggiavo e contrattaccavo con qualche colpo. Mi bastò un minuto per sincronizzare i miei diretti di sinistro con le sue finte e quando copriva la testa lo colpivo con ganci veloci ai fianchi. Ballonzolavo in circolo, ribattendo i suoi attacchi, mentre Blanchard si faceva sotto cercando un'occasione per piazzare il colpo grosso. In chiusura della ripresa i bagliori delle luci e la cortina di fumo mi offuscarono la vista impedendomi di distinguere le corde. Mi concessi un solo attimo di disattenzione per sbirciare l'angolo alle mie spalle, ma mi bastò per ricevere un cazzotto in faccia. Indietreggiai barcollando verso l'angolo bianco mentre Blanchard mi inseguiva. La testa mi scoppiava e le orecchie ronzavano come se vi fossero precipitati bombardieri giapponesi in picchiata. Annaspai con le braccia per proteggere il viso. Blanchard cercò di farmele calare con una gragnuola di ganci di destro e sinistro, e io allora, con un barlume di lucidità, mi spinsi in avanti e placcai Fuoco con una presa da orso. Lo scorrere dei secondi mi restituì un po' di energie che utilizzai spingendolo verso il centro del ring. L'arbitro intervenne intimando il "Break!", ma non me ne diedi per inteso. Rimasi aggrappato a Lee finché l'arbitro non venne a separarci. Indietreggiai mentre il ronzio nelle orecchie svaniva. Blanchard si fece sotto appoggiando i piedi di piatto e a guardia scoperta. Fintai di sinistro e il grosso Lee sollevò macchinalmente il destro, ma finì pesantemente sul culo. Non so chi fosse il più scioccato dei due. Blanchard restò seduto a bocca aperta in attesa del conteggio dell'arbitro; io mi spostai in un angolo neutrale. Blanchard si rimise in piedi al sette. Adesso toccava a me di andare all'assalto. Fuoco mi aspettò a pie fermo, gambe divaricate, pronto a vendere cara la pelle, ma l'arbitro si intromise gridando: «Campana, campana». Tornai al mio angolo. Duane Fisk mi tolse la dentiera e mi rinfrescò con un asciugamano bagnato. Lanciai uno sguardo agli spettatori che acclamavano in piedi. Quelle facce mi dicevano ciò che già sapevo. Avrei potuto stendere Blanchard quando volevo. Fisk, che mi stava addosso, mi infilò la protezione. «Evita il corpo a corpo. Tieni le distanze, lavora di sinistro.» Suonò la campana. Fisk uscì dal ring; Blanchard aveva assunto una posizione eretta e mi teneva a distanza lavorando di sinistro, muovendosi in avanti un passo alla volta, cercando di prendere le misure per un colpo grosso di destro. Io mi muovevo in punta di piedi e gli lanciavo dei diretti di sinistro piuttosto inefficaci perché caricati troppo da lontano. Cercavo di darmi un ritmo che portasse Blanchard a scoprirsi.La maggior parte dei miei colpi andava a segno, ma BlanchardBlanchard aveva cura di proteggere il mento dai miei sinistri. Raccolti in difesa, ci colpivamo sulle braccia e le spalle. Blanchard era più potente di me, ma io non mi sottraevo ai colpi, proponendomi di assestarglieneBlanchard fece un passetto all'indietro e mi calò un sinistro sul ventre, un colpo pesante che mi fece indietreggiare. Sentendo le corde rialzai la guardia, ma prima di riuscire a sgusciare di lato fui colpito ai reni da un destro-sinistro. Abbassai la guardia e il gancio sinistro di Blanchard si abbattè sul mio mento. Rimbalzai contro le corde e finii al tappeto sulle ginocchia. La mascella e il cervello erano investiti da ondate di dolore. Vidi, comunque, che l'arbitro tratteneva Blanchard e lo spediva in un angolo neutrale. Mi rialzai su un ginocchio aggrappandomi a una delle corde inferiori, ma persi l'equilibrio e caddi in avanti. Blanchard aveva raggiunto l'angolo neutrale e si protendeva in avanti per vedere meglio ciò che mi stava succedendo. Respirai a fondo e la boccata d'aria fresca mi schiarì il cervello. L'arbitro riprese a contare. Al sei mi feci forza. Un po' malfermo sulle ginocchia, riuscii comunque a rimettermi in piedi. Blanchard stava lanciando baci ai suoi tifosi mentre io respiravo con tanta foga da rischiare di sputare fuori la dentiera. All'otto l'arbitro asciugò i miei guantoni sulla sua camicia e diede a Blanchard il segnale di riprendere il combattimento. Blanchard si fece sotto a corpo scoperto, i guantoni aperti, come se non valessi la pena di una botta. Travolto dalla collera, umiliato come un bambino, andai verso di lui a testa bassa. Non appena fui a portata di tiro gli lanciai un diretto sgonfio che Blanchard riuscì a schivare facilmente. Stava caricando il destro per finirmi, ma fui più lesto io a schiacciargli il mio destro sul naso. La testa gli rimbalzò all'indietro e io raddoppiai con un gancio sinistro al corpo. Questo gli fece abbassare la guardia e io infilai un gancio corto. La campana prese a suonare mentre lui si aggrappava alle corde. La folla urlava ritmando: «Buck-kie! Buck-kie! Buck-kie!» Dal mio angolo risposi al saluto. Sputai la dentiera e boccheggiando inalai più aria che potevo; guardai i tifosi. Le scommesse erano ribaltate, avrei potuto fare polpette di Blanchard, beccarmi il posto alla Squadra Mandati, mettere le mani sui dollari della vincita e mandare il vecchio all'ospizio con quei soldi. Duane Fisk urlò: «Fallo fuori! Fallo fuori!» Gli alti papaveri delle prime file mi sorridevano e io, dimentico dei denti sporgenti, li gratificai del mio miglior sorriso. Fisk mi ficcò in bocca una bottiglia d'acqua. Risciacquata la bocca, sputai nel secchio. Il mio secondo mi passò quindi sotto il naso un bastoncino di ammoniaca. Mi aveva appena infilata la dentiera quando suonò la campana. Adesso si trattava solo di muoversi d'astuzia, la mia specialità. Nei quattro round successivi mi limitai a danzare, fintare e lanciare diretti da lontano, utilizzando il vantaggio della lunghezza delle mie braccia, senza lasciarmi allacciare da Blanchard e farmi chiudere alle corde. Mi concentrai su un solo obiettivo, la cicatrice sull'occhio, e lì sopra battevo e ribattevo con i guantoni. Quando il mio diretto arrivava a segno, Blanchard sollevava la guardia e io piazzavo un gancio di destro sul bacino scoperto. La metà delle volte Blanchard mi centrava al corpo e ogni colpo che arrivava a segno mi toglieva un po' di agilità nelle gambe e di fiato. Verso la fine del sesto round cominciò a scendergli un rivolo di sangue dalle sopracciglia. A me dolevano i fianchi per tutta la loro lunghezza. Ansimavamo tutti e due. Il settimo round ebbe il carattere di una guerra di trincea combattuta da guerrieri esausti. Mi sforzai di tenere le distanze e lavorare con il diretto sinistro; Blanchard teneva alti i guantoni per ripulirsi gli occhi dal sangue e proteggere le ferite da altri colpi. Tutte le volte che mi facevo sotto mirando ai guantoni e allo stomaco, lui mi colpiva al plesso solare. L'incontro si stava trasformando di nuovo in una guerra di posizione. In attesa dell'ottavo round notai che alcune gocce di sangue imbrattavano i miei calzoncini. Gli urli "Buck-kie! Buck-kie!" mi trafiggevano le orecchie. Dal lato opposto del ring il secondo stava ripulendo le sopracciglia di Blanchard con una penna emostatica e applicava delle strisce sottili di adesivo sui brandelli di pelle. Mi abbandonai sullo sgabello e lasciai che Duane Fisk mi versasse l'acqua in bocca e mi massaggiasse le spalle. Tenni lo sguardo fisso su Fuoco per tutti i sessanta secondi. Per caricarmi e fare una scorta di odio per i prossimi nove minuti mi convinsi che somigliava al mio vecchio. Suonò la campana. Mi mossi verso il centro del ring sulle mie gambe legnose. Blanchard, raccolto in difesa, mi venne addosso. Anche le sue gambe tremavano. Le lacerazioni si erano richiuse. Allungai un debole diritto di sinistro. Blanchard lo incassò ma continuò ad avanzare. Le mie gambe si rifiutavano di indietreggiare. Mentre il mio guanto gli riapriva la ferita e la faccia di Blanchard si copriva di sangue, ebbi lo stomaco devastato da un colpaccio. Sentii le ginocchia piegarsi. Sputai la dentiera. Barcollai ali'indietro contro le corde. Un bomba di destro si stava abbattendo su di me. Mi dava l'idea di venire da molto lontano e pensai di avere tutto il tempo per contrario. Caricai il mio destro di tutto l'odio di cui disponevo e picchiai sulla ferita sanguinolenta che avevo di fronte. Sentii il rumore della cartilagine che si spappolava, poi tutto diventò nero e giallo. Mi resi conto che mi sollevavano per le braccia. Poi Duane Fisk e Jimmy Lennon si materializzarono. Sputai sangue e biascicai: «Ho vinto». Lennon mi rispose: «Stasera no, ragazzo. Hai perso per k.o. all'ottava ripresa.»
[...]
Suonai il campanello di casa Sprague alle otto in punto. Mi  ero vestito di tutto punto in blazer blu, camicia bianca e pantaloni grigi di flanella, anche se progettavo di spogliarmi al più presto, non appena Madeleine e io fossimo arrivati a casa mia. Nonostante la doccia, ero ancora rincitrullito da dieci ore filate di lavoro al telefono. Avevo l'orecchio sinistro ancora indolenzito per il chiacchiericcio incessante su Dalia e non mi sentivo del tutto a mio agio. Venne ad aprire Madeleine in gonna e maglietta di cashmere attillate, una visione da togliere il fiato. Mi prese per mano dicendo: «Scusa il contrattempo, ma ho accennato a te con mio padre e lui ha insistito perché ti fermassi a cena. Gli ho detto che ci siamo conosciuti a quella mostra allo Stanley Rose's Bookshop e se ti saltasse in mente di verificare il mio alibi, fallo con un po' di tatto, d'accordo?» «Ma certo» risposi prendendola sottobraccio e lasciandomi guidare dentro. Se l'esterno era Tudor, l'atrio era spagnolesco. Sui muri rivestiti di tappezzerie spiccavano delle spade d'acciaio incrociate, il pavimento incerato era coperto da tappeti persiani. L'atrio dava su un'enorme soggiorno arredato con gusto virile: poltrone di cuoio, tavolini bassi, divani, un enorme camino di pietra, tappetini orientali multicolori disseminati ovunque sul pavimento di quercia. Ai muri rivestiti in legno di ciliegio erano appesi ritratti di antenati e vecchie foto di famiglia. Notai uno spaniel imbalsamato che teneva fra i denti la copia ingiallita di un giornale. «Questo è Balto» mi spiegò Madeleine. «Il giornale è il Times del 1 agosto 1926, il giorno in cui papà seppe di avere messo assieme il primo milione. Balto era il nostro cane. Il commercialista aveva chiamato papa per annunciargli: "Emmett, sei milionario!" proprio mentre lui stava pulendo le pistole. Balto entrò in quel momento con il giornale in bocca e mio padre, per consacrare quell'attimo, gli sparò. Se osservi da vicino noterai il foro nel petto del cane. Trattieni il fiato, tesoro, ti presento la famigliola.» Lasciai che Madeleine mi introducesse in un salotto dai muri ricoperti di vecchie foto incorniciate. Lo spazio interno era interamente occupato da tre Sprague, seduti su poltrone identiche. Alzarono lo sguardo, ma nessuno si alzò in piedi. Sorrisi senza mettere in evidenza i denti e salutai: «Buonasera». Madeleine fece le presentazioni e io rivolsi un inchino a quella sorta di natura morta. «Bucky Bleichert, ti presento la mia famiglia. Mia madre Ramona Cathcart Sprague, mio padre Emmett Sprague. Mia sorella Martha McConville Sprague.» Il quadretto si animò di piccoli cenni e sorrisi. D'un tratto Emmett Sprague si alzò in piedi e mi porse la mano. «È un piacere conoscerla, signor Sprague» dissi stringendogli la mano e guardandolo fisso negli occhi. Il patriarca, un uomo di bassa statura, dal petto robusto, la faccia abbronzata e una massa di capelli bianchi che un tempo dovevano essere stati bruni, mi restituì lo sguardo. Giudicai che doveva essere sulla cinquantina e la sua stretta di mano lasciava intuire una certa dimestichezza con il lavoro fisico. L'accento scozzese se possibile era più pronunciato della imitazione che ne aveva fatto Madeleine. «L'ho vista combattere con Mondo Sanchez» mi disse «quella volta in cui lo ridusse a uno straccio. Ma lo sa che lei avrebbe potuto diventare un altro Billy Conn?» Ripensai a Sanchez, un peso medio stupido e goffo che il mio manager era andato a pescare per costruirmi la reputazione di stendimessicani. «La ringrazio signor Sprague.» «Grazie a lei per avermi fatto godere di quell'eccezionale esibizione. Che cosa ne è stato di lui?» «E morto per un'overdose di eroina.» «Dio l'abbia in gloria. Peccato che non sia morto sul ring, avrebbe risparmiato un dolore alla famiglia. A proposito di familiari, le presento i miei.» Martha Sprague si alzò in piedi. Era bassa di statura, bionda, grassottella e somigliava moltissimo al padre. Gli occhi azzurri erano così chiari da sembrare bianchi, il collo coperto di foruncoli era arrossato dall'eccessivo grattare. Aveva ancora addosso la ciccia dell'infanzia e l'aria di un'adolescente la cui bellezza non era sbocciata. Le strinsi la ma no con un senso di pena. La ragazza dovette percepire immediatamente ciò che mi stava passando per la testa perché si ritrasse e il suo sguardo pallido si accese per un attimo. Fra i tre, Ramona Sprague era l'unica a somigliare vagamente a Madeleine. Senza di lei avrei supposto che la ragazza fosse stata adottata. Aveva la stessa capigliatura corvina e la pelle chiara di Madeleine, ma meno smaglianti, e a parte ciò non aveva nulla di attraente. Si era messa solamente il rossetto e il suo viso flaccido appariva sghembo. Stringendomi la mano mi disse con tono strascicato: «Madeleine ci ha parlato di lei in termini molto lusinghieri». Il fiato non puzzava di alcol, ma mi sorse il dubbio che fosse imbottita di pillole. Madeleine sospirò. «Papa, andiamo a mangiare? Bucky e io vorremmo andare allo spettacolo delle nove e mezzo.» Emmett Sprague mi mollò una pacca su una spalla. «Obbedisco sempre agli ordini della mia figlia maggiore. Bucky, perché non ci racconta qualche aneddoto sulla sua carriera di pugile o di poliziotto?» «Mi sforzerò di farlo fra un boccone e l'altro» gli risposi. Sprague mi mollò un'altra pacca sulla spalla. «Mi da proprio l'idea che lei, come Fried Allen, di colpi alla cabeza ne abbia ricevuti pochi. Andiamo, la cena è servita.» Entrammo in una sala da pranzo con i muri rivestiti di legno. Al centro spiccava una tavola di dimensioni ridotte con cinque posti già apparecchiati. Da un carrello portavivande posto accanto alla porta emanava l'aroma inconfondibile di corned beef e cavoli. Il vecchio dichiarò: «II cibo genuino fa crescere la gente sana, la haute cuisine fa crescere degenerati. Si serva, amico mio. La cameriera va alle riunioni voodoo alla domenica sera, e rimaniamo solo noi bianchi.» Presi un piatto e lo riempii di carne. Martha Sprague si versò il vino e Madeleine si servì di una modesta porzione di entrambe le portate. Si accomodò a tavola facendomi cenno di sedere accanto a lei e io accettai volentieri. Martha disse: «Voglio sedere davanti al signor Bleichert, così potrò ritrarlo.» Emmett incrociò il mio sguardo e ammiccò. «Bucky, dovrà assoggettarsi a una crudele caricatura. La matita di Martha non perdona. Ha solo diciannove anni, ma è già un'artista quotata. Maddy è più graziosa, ma Martha ha preso il mio genio.» Martha abbozzò. Si sistemò proprio di fronte a me posando la matita e il taccuino sul tovagliolo. Ramona Sprague si sedette accanto a lei e le posò carezzevole una mano sul braccio. Emmett, in piedi accanto alla sedia a capotavola propose un brindisi: «Al nostro nuovo amico e al grande sport della boxe». «Amen» soggiunsi e infilata con la forchetta una fetta di carne la trangugiai. Era grassa e secca, ma dichiarai lo stesso in tono deliziato: «Eccellente». Ramona Sprague mi lanciò un'occhiata inespressiva e Emmett commentò: «Lacey, la nostra cameriera, crede nel voodoo, o perlomeno in una variazione cristiana dello stesso. Con ogni probabilità ha operato un sortilegio sulla carne e chiesto l'intercessione del Gesù nero per renderla tenera e succosa. A proposito di marmaglia, che emozioni ha provato stendendo quei delinquenti neri, Bucky?» Madeleine mi sussurrò: «Assecondalo». Emmett colse il sussurro e ridacchiò. «Ma sì ragazzo, mi assecondi. In effetti bisognerebbe sempre assecondare i ricchi sulla sessantina. Potrebbero ricordasene nel testamento.» Scoppiai a ridere mettendo in evidenza i denti sporgenti. Martha afferrò subito la matita. «Non ho provato niente di particolare. Si trattava di noi o di loro.» «E il suo collega? Quel tipo biondo con cui si è battuto l'anno scorso?» «Lee l'ha presa peggio di me.» «I biondi sono sempre molto sensibili» commentò Emmett. «Lo so perché anch'io lo ero. Per fortuna ci sono due bruni in famiglia con una certa tendenza al pragmatismo. Maddy e Ramona hanno quella tenacità da mastini che a Martha e a me manca.» Il cibo che avevo in bocca mi impedì di scoppiare in una risata. Pensai alla ragazza viziata, frequentatrice dei bassifondi che più tardi mi sarei scopato e guardai la madre che mi sorrideva scioccamente. L'impulso di ridere si fece più pressante. Riuscii a trangugiare il boccone, ruttai invece di sbellicarmi dalle risa e sollevando il bicchiere dissi: «Alla sua salute signor Sprague. Era una settimana che non ridevo così di gusto.» Ramona mi lanciò un'occhiata infastidita; Martha si concentrò sulla sua opera d'arte. Madeleine mi faceva piedino sotto la tavola e Emmett rispose al mio brindisi chiedendomi. «Ha avuto una settimana pesante?» Ripresi a ridere. «Molto. Sono stato distaccato alla Ornicidi per il caso Dalia Nera. Mi hanno tolto i giorni di riposo, i] mio collega sta perdendo la testa su questa faccenda e attorno al caso brulica una quantità di mitomani e di scarafaggi. Siamo in duecento impegnati su un singolo caso, è assurdo.» «Tragico, direi» ribadì Emmett. «Ma lei che idea si è fatto? Chi può avere fatto un tale scempio di un essere umano?» Poiché la famiglia non era al corrente dei legami sia pure tenui che fossero, di Madeleine con Betty Short, decisi di non approfondire l'argomento del suo alibi. «Secondo me è stato un assassinio casuale. Quella Short era una ragazza , come dire, piuttosto facile, oltre che irrimediabilmente bugiarda. E frequentava centinaia di uomini. Solo il caso ci consentirà di catturare l'assassino.» «Speriamo che riusciate a beccarlo e a trovargli un ricovero in una di quelle stanzette verdi di San Quentin» commentò Emmett. Facendo scorrere le dita sulla mia coscia Madeleine disse con tono imbronciato: «Papa, stai monopolizzando la serata. Lascia mangiare Bucky in pace.» «Quando siete arrivato negli Stati Uniti?» gli chiesi incuriosito. Emmett assunse un'espressione raggiante. «Sarò felice di raccontarle la mia storia di immigrato. E il suo, Bleichert, che razza di nome è? Olandese per caso?» «Tedesco» lo corressi. Emmett sollevò il bicchiere. «Un grande popolo il vostro. Forse Hitler ha esagerato un po', ma temo che un giorno rimpiangeremo di non esserci alleati con lui contro i rossi. Da quale parte della Germania arriva, amico mio?» «Ah, Monaco. Mi sorprende che se ne sia andato» disse Emmett. «Se fossi nato a Edimburgo o in qualche altra grande città a quest'ora porterei ancora il kilt. Ma sono di Aberdeen, un posto dimenticato da Dio e sono stato costretto a venire in America subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Ho ammazzato una quantità di tedeschi durante la guerra, ma ho un'attenuante, loro cercavano di uccidere me, per cui credo di essere giustificato. Ha visto Balto nel soggiorno?» Annuii. Madeleine sospirò. Ramona Sprague ebbe un sussulto e infilzò una patata. Emmett soggiunse: «Lo ha imbalsamato il mio amico Geòrgie Tilden. Quel Geòrgie era un tipo geniale. Eravamo nello stesso reggimento scozzese durante la guerra e gli ho salvato la vita sottraendolo alle baionette di un gruppo di suoi connazionali. Geòrgie andava matto per il cinema. Tornati a casa ad Aberdeen dopo l'armistizio trovammo che la città era un mortorio e Geòrgie insistette perché partissi per la California con lui. Voleva lavorare nell'industria del cinema muto, ma temeva di non riuscire a combinare nulla senza di me. Dato che ad Aberdeen non c'era futuro gli dissi: "D'accordo Geòrgie, California sia. Magari facciamo soldi a palate. E se no, almeno saremo già dove tramonta il sole."» Ripensai al mio vecchio, che era venuto in America nel 1908, anche lui carico di speranze. Ma si era sposato subito con la prima tedesca che aveva trovato e si era ridotto a lavorare con un salario da fame per la Pacific Gas and Electric. «E poi come è andata?» lo sollecitai. Emmett Sprague picchiò la forchetta sul tavolo. «Arrivai al momento giusto. Hollywood era ancora un pascolo per vacche, ma il successo del cinema era nell'aria. Geòrgie andò a lavorare come assistente alle luci, io invece mi misi a costruire case a buon mercato. Dormivo sotto le stelle e investivo tutto, fino all'ultimo centesimo, nel mio lavoro. Chiesi prestiti a tutte le banche e a tutti gli usurai disponibili. Con quel denaro comprai degli ottimi terreni a buon mercato. Geòrgie mi fece conoscere Mack Sennett e lavorai ai suoi teatri di posa negli studios di Edendale. Poi gli chiesi un finanziamento per comprare altre proprietà. Il vecchio Mack aveva fiuto per la gente capace di farsi strada e me lo concesse a patto che entrassi in un progetto di urbanizzazione che gli stava a cuore, Hollywoodland, proprio sotto quell'enorme insegna alta trenta metri sul Mount Lee. Il vecchio Mack sapeva far fruttare i dollari. La gente che lavorava per lui faceva il doppio lavoro. Andavo a prendere le comparse sul set con un autocarro e quelli, dopo dieci o dodici ore di lavoro nei teatri di posa, si facevano altre sei ore nell'edilizia a lume di torcia. A me capitò persino di lavorare come aiuto regista in un paio di film. Il vecchio Mack era felicissimo di come riuscivo a spremere i suoi schiavi.» Madeleine e Ramona continuavano a mangiare con aria imbronciata, come se avessero sentito la storia chissà quante volte prima. Martha mi fissava e continuava a disegnare. «E del suo amico che ne è stato?» gli chiesi. «Purtroppo per ogni storia di successo ce n'è una di fallimento. Geòrgie frequentò la gente sbagliata. Non riuscì a indirizzare bene il suo talento naturale e non combinò nulla. Nel '36 restò sfigurato in un incidente e adesso è ridotto a una larva. Gli ho dato qualche lavoretto, fa il guardiano in alcune mie proprietà e lavora allo scarico dei rifiuti per il comune.» Alzai lo sguardo verso l'altro lato del tavolo udendo un rumore stridulo. Ramona aveva sbagliato mira e invece di infilare la patata aveva fatto scivolare la forchetta sul piatto. «Mamma, ti senti bene? Il cibo è di tuo gradimento?» disse Emmett. Tenendo lo sguardo abbassato, Ramona rispose: «Sì papa». Martha le posò una mano sul gomito. Madeleine riprese a farmi piedino e Emmett soggiunse: «Mamma, tu e quella tua figlia di genio non siete state di compagnia con il nostro ospite. Perché non vi degnate di partecipare alla conversazione?» Stavo cercando una battuta per alleggerire l'atmosfera, ma Madeleine mi distrasse toccandomi la caviglia con il piede. Ramona Sprague infilò un boccone fra le labbra e masticandolo con degnazione disse: «Sapevate che il Ramona Boulevard ha preso il nome da me, signor Bleichert?» Aveva un'espressione molto sussiegosa e pronunciava le parole con una strana dignità. «No, signora Sprague» risposi. «Non lo sapevo.» «Quando Emmett mi sposò, per mettere le mani sul denaro di mio padre, beninteso, promise alla mia famiglia di usare le sue conoscenze nella municipalità per dedicare una strada a mio nome. Non aveva nient'altro da offrire: aveva investito fino all'ultimo centesimo nei terreni. Non gli erano restati neanche i soldi per comprare l'anello. Papà pensava a una bella strada residenziale, ma Emmett riuscì a ottenere solo una strada in un quartiere malfamato, nel distretto di Lincoln Heights. Conosce la zona signor Bleichert?» Adesso il tono si era fatto spigoloso e rasentava la collera. «Ci sono cresciuto, signora» le risposi. «Allora saprà che le prostitute messicane si espongono in vetrina per attirare i clienti. Bene, quando Emmett riuscì a ottenere che la Rosalind Street fosse rinominata Ramona Boulevard, mi portò a fare un giro da quelle parti. Le prostitute lo salutavano per nome. Alcune lo chiamavano con dei nomignoli anatomici. La cosa mi ferì alquanto, ma me ne feci una ragione. Quando le ragazze erano piccole organizzavo piccole rappresentazioni, qui in giardino. Usavo i bambini dei vicini come comparse e mettevo in scena delle vicende del passato del signor Sprague, che lui avrebbe forse preferito dimenticare...» La tavola tremò sotto il pugno del padrone di casa. I bicchieri si rovesciarono e i piatti tintinnarono. Abbassai lo sguardo per dare ai miei ospiti il tempo di recuperare la loro dignità e vidi che Madeleine aveva afferrato il ginocchio del padre. Con l'altra mano strinse anche il mio: con una forza dieci volte maggiore di quanto pensavo fosse capace. Seguì un silenzio imbarazzante. Ramona Cathcart disse infine: «Papa, sono disposta a fare la padrona cordiale quando vengono a cena il sindaco Bowron o il consigliere Tucker, ma non me la sento di farlo con i gigolò di Madeleine. Un semplice piedipiatti. Mio Dio, Emmett, che scarsa considerazione hai di me.» Udii delle sedie strisciare sul pavimento, sentii delle ginocchia che urtavano contro la tavola e dei passi che si allontanavano dalla sala da pranzo. Mi accorsi di stringere la mano di Madeleine, la quale mi sussurrava: «Mi dispiace Bucky, mi dispiace». Una voce mi chiamò: «Signor Bleichert?» Alzai la testa perché il tono mi era parso allegro e normale. Era Martha McConville Sprague. Reggeva in mano un foglio di carta e me lo porgeva. Lo presi con la mano libera e Martha se ne uscì sorridente. Madeleine mormorava ancora qualche parola di scuse mentre io lasciavo cadere un'occhiata sul disegno. Eravamo noi due nudi. Madeleine era a gambe spalancate, io la penetravo e la mordevo con i miei dentacci.

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Caos Calmo - Sandro Veronesi

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Questo libro appartiene a quei casi letterari che dividono i lettori in due fazioni equamente distribuite di detrattori ed entusiastici. Ho iniziato a leggerlo proprio spinto dalla curiosità di capire chi avesse ragione. Alla fine sono andato a rafforzare le file dei secondi: per l'acutezza nell'analisi delle situazioni e dei personaggi è un dei libri più belli usciti negli ultimi anni. Tanto bello il libro quanto pessimo il film che ne è stato tratto. Riporto di seguito la lettera che accompagna le dimissioni del direttore del personale dell'azienda che viene acquistata, che è tra le parti più riuscite del libro.

Che cos'è una fusione? Una fusione è il conflitto di due sistemi di potere atto a crearne un terzo, realizzata per finalità finanziarie. E' concepita per creare valore, ma la creazione di valore è un concetto buono per gli azionisti, o per le banche d'affari, non per gli esseri umani che lavorano nelle aziende, per i quali una fusione è, al contrario, il trauma lavorativo più violento che possa essere loro inflitto.
Una volta che si è trovato l'accordo sulla transazione, cosa che non è affatto facile, si ha la tendenza a credere che il più sia fatto. Questa convinzione deriva dalla storica sottovalutazione che il mondo dell'economia riserva al fattore umano e, più in generale, alla psicologia. Ma è sbagliata. I problemi più grossi di una fusione non sono legati al documento che la sancisce.
Prima che di cifre, infatti, un'azienda è fatta dagli uomini che ci lavorano, cioè dai suoi dipendenti, e dopo l'annuncio di una fusione la reazione di qualsiasi dipendente a qualsiasi livello è l'incertezza. Che cosa mi aspetta? Resterò o verrò mandato a casa? La mia funzione cambierà? Di chi mi devo fidare? Come verranno risolti i miei problemi? Riuscirò a mantenere i privilegi che mi ero conquistato? A nessuno importa granché della creazione del valore fintantoché il nuovo assetto non avrà risposto a queste domande, garantendogli una nuova legittimità.
Durante una fusione bisognerebbe parlare con i dipendenti, informarli e aggiornarli tutti il più spesso possibile; il dipendente ha bisogno di fiducia, di sentire che non è considerato solo una pedina. Invece gli viene riservato un discorso-standard, buttato giù una volta per tutte da un paio di consulenti in comunicazione interna, che ha il solo effetto di accrescere le sue preoccupazioni. Quelle dichiarazioni asettiche su future sinergie che non toccheranno il personale sono ipocrisia bella e buona, poiché tutti sanno che l'unica garanzia concreta per creare valore sui mercati è la riduzione dei costi aziendali, e le riduzioni dei costi sono realizzate all'80% con tagli del personale.
Così i dipendenti durante un periodo di fusione entrano in una zona di costante turbolenza. Si tratta di un periodo assai critico, che per le grandi fusioni può durare molto a lungo, e durante questo periodo il sentimento dominante diventa l'ansia. Un'ansia che, se trascurata, da individuale può farsi collettiva, o addirittura trasformarsi in panico.
L'esperienza a contatto col personale durante una fusione insegna che l'impatto è duplice. Sul piano fisico la macchina umana tende ad avvertire maggiormente stress e stanchezza ed ad accentuare ogni naturale tendenza alla somatizzazione, con un sensibile incremento di allergie, disturbi respiratori, cistiti, cefalee, dermatiti e, tra le donne, candidosi, amenorree e disminoree; mentre su quello psicologico la mente viene invasa dall'insicurezza, qualsiasi evento suscita emozioni ansiogene quali paura, angoscia, scoraggiamento e frustrazione, che a loro volta producono gravi sintomi di depressione, tanto più gravi quanto più il soggetto è spinto istintivamente a rifiutarli, poiché la cultura alla quale appartiene è una cultura di pura performance, nella quale l'esistenza di simili disagi non è nemmeno concepita.
Tale impatto è più devastante per la fascia d'età che va dai quaranta ai cinquant'anni, quando le riserve d'adattamento sono minori ed il rischio di perdere qualcosa nel cambiamento è molto più alto. Si ha l'impressione di regredire, si percepisce un senso d'ingiustizia. Il trauma da assorbire è enorme: si era attaccati ad una cultura aziendale, ad una squadra, a colleghi con cui si lavorava con piacere, con spirito di corpo. Quando ci si ritrova faccia a faccia con gli altri è dura. Anche se viene premesso che sono loro le "vittime", si tratta pur sempre del nemico che si materializza. Fino a ieri eravamo in dura competizione con loro; all'improvviso, eccoli entrati nel nostro ambiente. Ci si sente invasi, foss'anche soltanto fisicamente, e si sente il desiderio di mandarli a farsi fottere, di dirgli che ce la cavavamo bene anche senza di loro. Invece ci si deve lavorare insieme, e lo shock è grande. Si sono visti dirigenti provenienti da aziende classiche, dove i titoli e la gerarchia sono sacri, non riuscire a sopportare d'esser messi in gruppi di lavoro insieme a personale proveniente dall'altra azienda, di rango gerarchico nettamente inferiore, in nome di una comune competenza contingente.
E' una situazione altamente destabilizzante, e ci sono solo tre categorie di persone che riescono a reggerla: i fedelissimi, i voltagabbana e i collaborazionisti. Tutti gli altri rischiano di andare a picco. Bisogna sviluppare una grande resistenza, fisica e psicologica, per non crollare, e solo pochi sono in grado di farlo senza adeguata assistenza. Ma un'assistenza del genere non esiste. Così, il risultato più comune durante le fusioni è che una grande quantità di ottimi elementi lascia volontariamente il proprio incarico, prima ancora che la fusione sia compiuta; cosa che viene miopemente considerata con favore in quanto alleggerisce la successiva azione di taglio del personale, ma che invece rappresenta una perdita secca. Perché gli uomini e le donne che se ne vanno si portano dietro le proprie conoscenze e le proprie capacità tecniche, ed a fronte del valore virtuale creato sui mercati, il risultato reale è uno spaventoso impoverimento. Ecco perché non si è ancora vista una sola grande fusione che non sia fallita, porca della madonna, nel giro di un anno o due.

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Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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