La Casa degli Spiriti - Isabel Allende

>> lunedì 9 agosto 2010

Il libro è costruito su tanti personaggi le cui storie si intrecciano nell'arco di una generazione. Le descrizioni sono eccellenti e i personaggi sembrano vivi: si gioisce e ci si emoziona con loro. Interessante l'utilizzo in alcune parti della prima persona in cui si spiega il punto di vista del protagonista principale.

Nessuno mi leverà dalla testa l'idea che sono stato un buon padrone. Chiunque avesse visto Le Tre Marie ai tempi dell'abbandono e le vedesse ora, che è un'azienda modello, dovrebbe essere d'accordo con me. Per questo non posso tollerare che mia nipote venga a parlarmi della lotta di  classe, perché, se stiamo ai fatti, quei poveri contadini stanno molto peggio adesso che non cinquant'anni fa. Ero come un padre per loro. Con la riforma agraria siamo stati fottuti.
Per togliere Le Tre Marie dalla miseria avevo investito tutto il capitale risparmiato per sposarmi con Rosa e tutto quello che mi mandava il capocantiere dalla miniera, ma non è stato il denaro a salvare quella terra, bensì il lavoro e l'organizzazione. Corse la voce che alle Tre Marie c'era un nuovo padrone e che stavamo togliendo le pietre con buoi e arando i campi per seminare. Immediatamente cominciarono ad arrivare uomini a offrirsi come braccianti, perché io li pagavo bene, davo loro pasti abbondanti. Comprai animali. Gli animali erano sacri per me e benché dovessimo passare un anno senza assaggiare carne, non venivano uccisi. Così crebbe l'allevamento. Organizzai gli uomini in squadre e dopo avere lavorato nei campi, ci mettevamo a ricostruire la casa padronale. Non erano falegnami né muratori, ho dovuto insegnar loro io ogni cosa con l'aiuto di qualche manuale che avevo comprato. Con quest'aiuto riuscimmo a fare persino il lavoro da idraulico, aggiustammo i tetti, dipingemmo tutto a calce, ripulimmo fino a rendere la casa splendente dentro e fuori. Distribuii i mobili tra gli operai, tranne il tavolo della sala da pranzo, che era ancora indenne nonostante le tarme avessero infettato tutto, e il letto di ferro forgiato a mano che era stato dei miei genitori. Rimasi a vivere nella casa vuota senz'altri mobili che quelle due cose e alcune casse sulle quali mi sedevo, finché Férula non mi mandò dalla capitale i mobili nuovi che le avevo ordinato. Erano mobili grossi, pesanti, pomposi, adatti a resistere per molte generazioni e consoni alla vita della campagna, prova ne sia che ci volle un terremoto per distruggerli. Li sistemai contro le pareti, pensando alla praticità e non all'estetica, e una volta che la casa fu confortevole, cominciai ad abituarmi all'idea che avrei trascorso molti anni, forse tutta la vita, alle Tre Marie. Le donne dei mezzadri si davano il turno per servire nella casa padronale e si occupavano del mio orto. Presto vidi i primi fiori nel giardino che avevo tracciato con le mie stesse mani e che, con pochissime modifiche, è lo stesso che c'è oggi. A quell'epoca la gente lavorava senza fiatare. Credo che la mia presenza avesse restituito loro la sicurezza e videro che a poco a poco quella terra si trasformava in un luogo rigoglioso. Era gente buona e semplice, non c'erano ribelli. C'è anche da dire che erano molto poveri e ignoranti. Prima che io fossi arrivato si limitavano a coltivare i loro piccoli poderi familiari che producevano l'indispensabile perché non morissero di fame, sempre che non fossero colpiti da qualche catastrofe, come siccità, gelata, grandine, formiche o lumache, allora le cose si mettevano molto male per loro. Con me tutto questo cambiò. Recuperammo i terreni a uno a uno, ricostruimmo il pollaio e le stalle e cominciammo a tracciare un sistema d'irrigazione affinché le semine non dipendessero dal clima, ma piuttosto da qualche meccanismo scientifico. Però la vita non era facile. Era molto dura. Talvolta io andavo in paese e tornavo con un veterinario che controllava le vacche e le galline e, al tempo stesso, dava un'occhiata ai malati. Non è detto che io condividessi il principio che se le conoscenze del veterinario erano sufficienti per gli animali potevano servire anche per i poveri, come dice mia nipote quando vuol farmi imbestialire. Il fatto è che non si trovavano medici in quelle terre sperdute. I contadini consultavano una fattucchiera indigena che conosceva il potere delle erbe e della suggestione, nella quale avevano una grande fiducia. Molto più che nel veterinario. Le partorienti davano alla luce i figli con l'aiuto delle vicine, della preghiera e della levatrice che non arrivava quasi mai in tempo, perché doveva fare il viaggio su un asino, ma che serviva sia per far nascere un bambino sia per tirar fuori da una vacca un vitello podalico. I malati gravi, quelli che né gli incantesimi della fattucchiera né le pozioni del veterinario potevano guarire, venivano portati su un carretto, da Pedro Secondo García o da me, all'ospedale delle monache, dove talvolta c'era qualche medico di turno che li aiutava a morire. I morti andavano a riposare le loro ossa in un piccolo cimitero vicino alla parrocchia abbandonata, ai piedi del vulcano, dove ora c'è un cimitero come Dio comanda. Una o due volte all'anno trovavo un sacerdote che veniva a benedire le unioni, gli animali e le macchine, a battezzare i bambini e a dire qualche preghiera in ritardo per i defunti. Gli unici diversivi erano castrare i maiali e i tori, le lotte dei galli, il gioco del mondo e le incredibili storie di Pedro García, il vecchio, che riposi in pace. Era il padre di Pedro Secondo, e diceva che suo nonno aveva combattuto nelle file dei patrioti che avevano scacciato gli spagnoli dall'America. Insegnava ai bambini a lasciarsi pungere dai ragni e a bere orina di donna gravida per immunizzarsi. Conosceva tante erbe quasi quante la fattucchiera, ma si confondeva al momento di decidere della loro applicazione e commetteva qualche errore irreparabile. Per togliere i molari, tuttavia, riconosco che aveva un sistema insuperabile che gli aveva procurato giusta fama in tutta la zona, era una mistura di vino rosso e di padrenostri, che faceva sprofondare il paziente in un trance ipnotico. A me aveva tolto un molare senza farmi male e, se fosse vivo, sarebbe il mio dentista. Ben presto cominciai a sentirmi a mio agio in campagna. I miei vicini più prossimi stavano a una buona distanza a dorso di cavallo, ma a me non interessava la vita sociale, mi piaceva la solitudine e inoltre avevo molto lavoro per le mani. Stavo trasformandomi in un selvaggio, dimenticavo le parole, mi si era ridotto il vocabolario, ero diventato molto autoritario. Siccome non avevo bisogno di far bella figura davanti a nessuno, mi si era accentuato il cattivo carattere che avevo sempre avuto. Tutto mi irritava, mi arrabbiavo se vedevo i bambini girare nelle cucine per rubare il pane, se le galline schiamazzavano in cortile, se i passeri invadevano i campi di granoturco. Quando il cattivo umore cominciava a darmi fastidio e mi sentivo a disagio nella mia stessa pelle, andavo a caccia. Mi alzavo molto prima dell'alba e partivo con un fucile in spalla, il mio tascapane e il mio bracco. Mi piacevano le cavalcate al buio, il freddo dell'alba, i lunghi appostamenti nell'ombra, il silenzio, l'odore della polvere da sparo e del sangue, sentire l'arma rinculare con un colpo secco contro l'omero e vedere la preda cadere scuotendo le zampe, tutto questo mi tranquillizzava e quando tornavo da una partita di caccia, con quattro miserabili conigli nel tascapane e qualche pernice così sforacchiata che non serviva per essere cucinata, mezzo morto di fatica e pieno di fango, mi sentivo sollevato e felice.Quando penso a quei tempi, mi viene una grande tristezza. La vita mi è passata molto in fretta. Se dovessi ricominciare non farei certi errori, ma in genere non mi pento di niente. Sì, sono stato un buon padrone, su questo non ci sono dubbi.
[...]
Alla morte di sua madre, Férula si era trovata sola e senza niente di utile cui dedicare la sua vita, in un'età in cui non s'illudeva di potersi sposare. Per un certo tempo era andata a visitare i rioni popolari ogni giorno, in una frenetica opera pia che le procurò una bronchite cronica e non portò alcuna pace alla sua anima tormentata. Esteban avrebbe voluto che viaggiasse, che si comprasse abiti e che si divertisse per la prima volta nella sua malinconica esistenza, ma lei aveva l'abitudine dell'austerità ed era stata troppo tempo chiusa nella sua casa. Aveva paura di tutto. Il matrimonio del fratello la immergeva nell'incertezza, perché pensava che sarebbe stato un motivo in più di allontanamento per Esteban, che era il suo unico appoggio. Temeva di finire i suoi giorni lavorando all'uncinetto in un ricovero per zitelle di buona famiglia, perciò si sentì molto felice quando scoprì che Clara era incompetente in tutte le cose di carattere domestico e ogni volta che doveva affrontare una decisione assumeva un'aria distratta e vaga. "È un po' idiota", aveva concluso Férula soddisfatta. Era evidente che Clara era incapace di amministrare la grande casa che suo fratello  stava costruendo e che aveva bisogno d'aiuto. In modo sottile e indiretto fece sapere a Esteban che la sua futura moglie era un'inetta, e che lei, col suo spirito di sacrificio così ampiamente dimostrato, avrebbe potuto aiutarla ed era disposta a farlo. Esteban non seguiva la conversazione quando prendeva questa piega. A mano a mano che si avvicinava la data del matrimonio e si presentava l'urgenza di decidere la sua sorte, Férula cominciò a disperarsi. Convinta che con suo fratello non avrebbe ottenuto nulla, cercò l'occasione di parlare da sola con Clara e la avvicinò un sabato alle cinque del pomeriggio quando la vide passeggiare per strada. L'invitò all'Hotel Francese a prendere il tè. Le due donne si sedettero circondate da pasticcini alla crema e porcellane di Baviera, mentre in fondo al salone un'orchestra di signorine interpretava un malinconico quartetto d'archi. Férula osservava con dissimulazione la sua futura cognata, che sembrava avere quindici anni e che aveva ancora la voce stridula, per via degli anni di silenzio, senza sapere come affrontare l'argomento. Dopo una lunghissima pausa durante la quale mangiarono un vassoio di paste e bevvero due tazze di tè al gelsomino a testa, Clara si sistemò una ciocca di capelli che le cadeva sugli occhi, sorrise e diede un colpetto affettuoso con la sua mano su quella di Férula.
"Non preoccuparti. Vivrai con noi e noi due saremo come due sorelle" disse la ragazza. Férula ebbe un sussulto, chiedendosi se non fossero veri i pettegolezzi sull'abilità di Clara di leggere nel pensiero degli altri. La sua prima reazione fu di orgoglio e avrebbe rifiutato l'offerta non foss'altro che per la bellezza del gesto, ma Clara non gliene diede il tempo. Si chinò e la baciò sulle guance con un candore tale, che Férula perse il controllo e scoppiò in singhiozzi. Era molto tempo che non piangeva più e constatò stupita il bisogno che aveva di un gesto di tenerezza. Non ricordava l'ultima volta che qualcuno l'aveva toccata spontaneamente. Pianse a lungo, sfogando molte tristezze e solitudini passate, tenendo per mano Clara, che l'aiutava a soffiarsi il naso e tra un singhiozzo e l'altro le dava altri pezzi di dolce e sorsi di tè. Rimasero a piangere e a parlare fino alle otto e quella sera, all'Hotel Francese, sigillarono un patto di amicizia che durò molti anni.  

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Qui è proibito parlare - Boris Pahor

>> venerdì 30 luglio 2010

Le oppressioni dei popoli e la pulizia etnica sono tutte insensate e dolorose. Qui è uno scrittore sloveno che parla evidenziando la situazione di Trieste nel periodo del ventennio fascista quando fu attuata una sistematica rimozione della lingua, della cultura e dei simboli fisici della presenza slovena. La città fa da sfondo ad una storia d'amore e alla presa di coscenza (e di orgoglio delle proprie origini) della protagonista femminile. Il libro presenta originali metafore e molti passi poetici, tuttavia risulta spesso eccessivamente verboso tale da risultare noioso.

Che farebbe un uomo senza la fiducia? Tutto si ridurrebbe al male di oggi, un alto muro d'acciaio lo separerebbe dal futuro. No, senzalafiducia, del futuro non potremmo averne neppure un'immagine.
[...]
Nell'acqua del Canale galleggiano lisce sfere verdi e bucce rosicchiate d'anguria; nelle sfere si aprono ferite rosa pallido, le scorze a forma di  mezzaluna, per via della polpa biancastra mordicchiata, sembrano invece grandi mascelle prive di denti. Un pò dappertutto ci sono ceste mezze disfatte, che aspettano pacifiche il momento in cui andando in pezzi contribuiranno a rendere l'acqua ancora più densa. Quest'acqua, infatti, non assomiglia affatto a quella blu chiaro del mare all'imbocco del Canale; in questo punto è più simile ad un balsamo verde sul quale riposano immobili le barche. Solo di tanto in tanto dal mare arriva una corrente che si propaga di onda in onda, fino a raggiungere a malapena gli scafi.

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Invisibile – Paul Auster

>> lunedì 31 maggio 2010

Romanzo particolare costituito da quattro capitoli scritti con stili diversi. Uno di questi è scritto in seconda persona e per me è stata un’esperienza nuova di lettura. La trama approfondisce varie fasi della vita del protagonista. 
La qualità della scrittura è eccellente, ma il risultato nell’insieme non mi convince perchè le storie narrate non sembrano far riferimento allo stesso protagonista o, se lo sono, presentano certe forzature. Come il rapporto tra fratello e sorella che risulta fine a se stesso e sembra inserito solo per creare argomenti di discussione.

Ti rendi conto che tutto deve procedere piano, si deve costruire con incrementi minimi, che a lungo sarà solo una danza titubante, incerta di sì e di no, e così preferisci, perché se uno di voi ci ripensasse ci sarà tempo per fare retromarcia e interrompere tutto. Il più delle volte è meglio che quanto smuove la fantasia, e Gwyn lo sa, è saggia a sufficienza per sapere che la distanza fra pensiero e atto può essere immensa, un abisso grande come il mondo intero. Quindi saggiate le acque con cautela, un passettino dopo l’altro, sfiorandovi l’un l’altra il collo con la bocca, sfiorandovi le labbra con le labbra, e anche se vi siete avvinti in un abbraccio stretto, le mani non si muovono. Passa più di mezz’ora, e nessuno dei due mostra la minima intenzione di smettere. E qui che tua sorella apre la bocca. E qui che apri la tua, e insieme cadete a capofitto nella notte.

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La bestia a due schiene – Emily Maguire

>> mercoledì 12 maggio 2010

In La bestia a due schiene la storia parte con l’iniziazione al sesso di una quattordicenne da parte del suo insegnate di letteratura. Prosegue con l’abbandono di lui e con lei che inizia una ricerca ossessiva della fusione con un altro essere che la porta a cambiare continuamente partner lasciandole un’insoddisfazione perenne. E’ interessante per una serie di temi affrontati con una certa profondità di giudizio: il sesso usato come strumento di conoscenza della parte più profonda degli esseri umani, i genitori assenti tanto più immersi nei libri per imparare ad essere genitori quanto fallimentari nel mettere in pratica i principi base dell’educazione. Lascia perplessi come la passione per la letteratura e la poesia della protagonista non freni la sua caduta verso il baratro e come lei resti impermeabile all’amore dell’unico uomo che la rispetti veramente.

Ogni giorno, per due ore, Sara Clark cessava di esistere. In seguito, neanche lei avrebbe saputo spiegare quando avvenne di preciso, ma provava sempre quella sensazione di assorbimento, di varcare la soglia e di mischiarsi. Non c’era un confine che stabiliva dove finisse il suo corpo e iniziasse quello del professor Carr. Lui le aveva spiegato che era proprio questo che intendeva Shakespeare con la bestia a due schiene. Quando due persone erano coinvolte completamente nell’atto amoroso, smettevano di essere individui separati e diventavano un’unica creatura. L’amplesso, quando eseguito in modo corretto, dava vita ad un organismo più grande della somma delle sue parti, una bestia a due schiene ma con una sola anima.
[…]
Era proprio questo che Jamie non capiva: non era mai solo sesso. Anche la scopata più svelta, sporca e impersonale non era puramente sesso. Si trattava di connessione. Guardare dentro un altro essere umano per vedervi riflessa la propria solitudine e un disperato bisogno di attenzioni. Era riconoscere che insieme era possibile bandire temporaneamente quel senso di isolamento. Era un’esperienza che permetteva di comprendere il significato di essere umani a livello primordiale, più istintivo.
[…]
Per otto anni, Sarah aveva vissuto con un senso di vuoto che nessuno poteva scalfire. Non gli uomini, nemmeno l’alcol o la droga, la conoscenza o la speranza. Vi aveva convissuto e ora si era trasformato in un tratto della sua personalità. Era il suo confine, il suo punto forte, la sua abilità a essere partecipe e distante allo stesso tempo, passionale e calma. Aveva costruito la sua vita intorno al buco che aveva la forma di Daniel Carr. E ora quel buco si era riempito.

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Scritto sul corpo - Jeanette Winterson

>> domenica 2 maggio 2010

Scritto sul corpo è un libro di considerazioni sull’amore costruito attorno ad una storia tra un narratore (di cui non si capisce se uomo o donna e che comunque ha relazioni con entrambi i sessi) e una donna. Ci sono parti estremamente poetiche e altre che risultano ridondanti e fini a se stesse. Interessante il dilemma che a un certo punto della storia si pone al protagonista: è giusto per amore scegliere anche per l’altro? Si può amare così tanto una persona da uscire dalla sua vita perché questa scelta dolorosa può essere l’unica in grado di far in modo che questa continui a vivere? La risposta, che condivido, è no. Non si può scegliere per gli altri. Inoltre la perdita c’è comunque con l’aggravante che si soffre molto di più.

Quando dico “ti sarò fedele” sto delimitando un territorio tranquillo, fuori dalla portata dei desideri altrui. Nessun può dettar legge all’amore; non gli si possono dare ordini e non lo si può rimettere in riga con le lusinghe. L’amore appartiene a se stesso, sordo alle suppliche e irremovibile di fronte alla violenza. L’amore non è qualcosa di negoziabile. L’amore è la sola cosa più forte del desiderio e l’unica vera ragione per resistere alle tentazioni.
…
Perchè è la perdita la misura dell'amore?... Dicesti: “Ti amo”.
Com'è che la cosa meno originale che sappiamo dirci è tuttavia la sola cosa che desideriamo sentire? “Ti amo” è sempre una citazione. Non sei stata tu a dirlo per la prima volta e nemmeno io, eppure, quando lo dici tu e quando lo dico io, siamo come dei selvaggi che hanno scoperto due parole e le venerano. Io le ho venerate ma adesso mi ritrovo nella solitudine di una roccia scavata dal mio stesso corpo.
....
L'amore pretende l'espressione. Non starà fermo, zitto, non sarà buono, schivo, visibile, non rimarrà muto, no. Irromperà in canti di lode, la nota acuta che spezza il bicchiere e ne fa versare il liquido. Non è un conservatore l'amore. E un cacciatore e del suo gioco noi siamo la preda. Maledetto sia il suo gioco. Come si può essere preda quando le regole cambiano continuamente? Mi chiamerò Alice e giocherò a croquet con i fenicotteri. Nel Paese delle meraviglie tutti barano e l'amore è il Paese delle meraviglie, no? L'amore fa girare il mondo. L'amore è cieco. All You Need Is Love. Nessuno è mai morto d'amore. Ti passerà. Sarà diverso quando saremo sposati. Pensa ai bambini. Il tempo rimargina le ferite. Ancora in attesa del Signor Right? della Signora Right? E magari di tutti i piccoli Right? Sono i clichè il problema. Perchè un'emozione precisa richiede un'espressione precisa. Se ciò che provo non è preciso, dovrò comunque chiamarlo amore? E così terrificante, l'amore, che tutto quello che posso fare è ficcarlo dentro un cesto pieno zeppo di soffici giocattolini rosa e spedirlo al mio indirizzo con un biglietto di “felicitazioni per il fidanzamento”. Ma non è il fidanzamento, è la confusione, il punto. Faccio di tutto per distogliere lo sguardo, perchè l'amore non si accorga di me. Voglio la versione annacquata, il linguaggio sdolcinato, i gesti insignificanti. La poltrona sfondata dei clichè. Va bene, milioni di culi si sono seduti qui prima del mio. Le molle hanno ceduto, il tessuto ha un odore familiare. Non devo aver paura, ascolta, l'hanno fatto anche i nonni, lui con il colletto inamidato e il cravattino, lei col vestito di mussola bianca che tirava un po' sui fianchi. L'hanno fatto loro, l'hanno fatto i miei genitori, adesso lo farò anch'io, no? Le braccia aperte, non per abbracciarti, ma per tenermi in equilibrio, mentre camminando nel sonno mi dirigo verso la poltrona. Come saremo felici. Come saranno tutti felici. E vissero tutti felici e contenti.
...
Fu allora che incontrai Louise. Se dovessi ritrarre Louise, dipingerei i suoi capelli come uno sciame di farfalle. Un milione di farfalle rosse in un alone di movimento e di luce. Ci sono molte leggende su donne che si trasformano in alberi, ma ce n'è qualcuna su alberi che si trasformano in donne? E strano dire che la persona che ami ti ricorda un albero? Ebbene, lei mi ricorda un albero, per il modo in cui i suoi capelli si riempiono di vento e le ondeggiano intorno alla testa. Spessissimo mi aspetto che stormisca. Non stormisce ma la sua carne ha il riflesso lunare di una betulla bianca. Vorrei trovare riparo tra quegli arboscelli nudi e spogli. ...
…
Scritto sul corpo c’è un codice segreto, visibile solo in certe condizioni di luce; quello che si è accumulato nel corso della vita si ritrova lì. In certe parti il palinsesto è inciso con forza tale che le lettere si possono sentire al tatto, come fosse stato scritto in braille. Preferisco tenere il mio corpo ripiegato, al riparo da occhi indiscreti. Mai aprirsi troppo, svelare tutta la storia. Non sapevo che Louise avesse mani capaci di leggere. Mi aveva tradotto nel suo
...
cos'è che uccide l'amore? Soltanto la disattenzione. Non vederti quando mi stai davanti. Non pensare a te nelle piccole cose. Non spianarti la strada, non prepararti la tavola. Sceglierti per abitudine e non per desiderio, passare davanti al fioraio senza accorgermene. Lasciare i piatti da lavare, il letto da rifare, ignorarti al mattino, usarti la notte. Desiderare un'altra persona mentre ti bacio sulla guancia. Dire il tuo nome senza ascoltarlo, dare per scontato che sia mio diritto pronunciarlo.

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Uomo nel buio – Paul Auster

>> giovedì 22 aprile 2010

Una buona idea sprecata.
Questa l'impressione appena si finisce di leggere il libro. La buona idea è quella iniziale in cui l'autore immagina che la guerra sia solo un’invenzione di uno scrittore settantenne costretto da un incidente sulla sedia a rotelle a confrontarsi con la sua vita piena di lutti e occasioni mancate. Lo scrittore insonne per fuggire dalla sua realtà immagina un modo parallelo in cui cala un personaggio che ha la possibilità di eliminare una volta per tutte la guerra dal mondo se accetta la missione, che un'organizzazione militare gli affida, di uccidere proprio lo scrittore. Questo intreccio tra mondo reale e immaginario foriero di paradossi spazio-temporiali ha un potenziale di sviluppo narrativo enorme che purtroppo si esaurisce a metà del libro quando il tutto inizia a scorrere su binari più usuali. Non che la seconda parte non sia bella, anzi per la descrizione delle vicende e delle reazioni dei personaggi vale tutto il libro, ma la perplessità sull’opera complessiva rimane.

Non c'è unica realtà, caporale. Ce ne sono molte. Non c'è un unico mondo. Ci sono molti mondi, e tutti continuano in parallelo l’uno con gli altri, mondi e antimondi e mondi-ombra, e ciascuno mondo è sognato o immaginato o scritto da qualcuno in un altro mondo. Ciascun mondo è la creazione di una mente.
[…]
Darsi la buona notte sulla porta, classica scena di ogni corteggiamento agli inizi. Baciarla o non baciarla? Un cenno del capo o una stretta di mano? Sfiorarle la guancia con le dita? Stringerla in un rapido abbraccio? Tante possibilità, e così poco tempo per scegliere. Come capire i desideri di un’altra persona, come entrare nei pensieri di qualcuno che si conosce appena? Non volevo spaventarla precipitando le cose, ma neanche farle credere che fossi un timidone che non sa ciò che vuole. La via di mezzo, dunque…che improvvisai come segue: le misi le mani sulle spalle, mi chinai in avanti e in basso (in basso perché era più piccola di me) e premetti le labbra sulle sue – con una certa energia. Niente lingua, niente abbracci polipeschi, ma un bello sbaciucchio deciso lo stesso. Sentii un gorgoglio attutito nella gola di Sonia, un suono basso tipo m, mmmm, e poi un breve arresto del respiro, una discesa a un altro registro e qualcosa che somigliava a una risata. Indietreggiai, vidi che stava sorridendo e l’abbracciai. Un attimo dopo le sue braccia erano attorno a me e allora mi tuffai in un vero bacio, un bacio alla francese con la ragazza francese che da un momento all’altro rimase l’unica persona importante. Solo uno, ma lungo, e poi, non volendo abusare della mia fortuna, le dissi buonanotte e andai verso la scala.

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Ulisse, Il mare color del vino - Giovanni Nucci

>> sabato 17 aprile 2010

E’ la trasposizione del mito di Ulisse in modo accessibile ad adulti e soprattutto bambini. L’edizione in audiolibro aggiunge un’ulteriore freschezza al testo.
Personalmente avrei preferito qualche divagazione ironica in più rispetto a quelle inserite dall’autore perchè avrebbe reso il lavoro più distintivo da quanto già raccontato da Iliade e Odissea.

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Il cammello e la corda – Domenico Seminerio

>> lunedì 5 aprile 2010

Questo libro è una piccola perla e non ha probabilmente ottenuto il successo che merita.
La storia è quella di un parroco quarantenne che scopre un Giardino di Venere nascosto all’interno di una grotta duemila anni prima da un patrizio romano vissuto, suo malgrado, nel periodo di transizione tra la religione politeista e quella cristiana. L’autore descrive sia le vicende del parroco combattuto tra la scelta di svelare o meno l’esistenza delle 24 statue ritratte in pose lascive (nonché i suoi turbamenti personali in seguito oltre che alla visione dell’opera anche all’accoglimento in canonica di una giovane donna come aiuto-perpetua) sia quelle del patrizio che è costretto dalla morale istituita dalla nuova religione a liberarsi di un’opera dal grande valore artistico e simbolico. I temi toccati sono tanti (ragione e fede, castità e tentazione, amore spirituale e fisico, ignoranza e cultura, valore dell’opera d’arte) ma tutti sapientemente affrontati in una trama che coinvolge e in una prosa eccellente che sul filo dell’ironia ti conduce verso conclusioni condivisibili.

Lo turbava Minuzza. Ma non il turbamento violento che aveva provato le volte precedenti, era come un intenerimento, un vagheggiamento continuo in cui non faceva capolino nessun cattivo pensiero. Non capiva cosa gli stesse succedendo.
[…]
Mangiò di buon gusto, le cose cominciavano a ripigliare sapore e poi Minuzza cucinava bene. Si accorse che lo guardava e spiava le sue reazioni.Voleva essere incoraggiata. Si complimentò con lei per la cena, semplice ma gustosa. Con una maestra come donna Filomena sarebbe certamente diventata una bravissima cuoca.
Arrossì al complimento e accennò un sorriso, abbassando gli occhi sul suo piatto.
Dopo cena andò a sedersi nella sua solita poltrona, per vedere un po’ di televisione. Uno spettacolo musicale, con cantanti, comici e ballerine.
Minuzza lo aveva raggiunto dopo mezz’ora e s’era seduta sul divano. Rise apertamente alle battute dei comici, canticchiò seguendo i cantanti, si agitò mimando le ballerine. In un movimento più ardito scoprì le cosce, fino a mostrare il chiarore della biancheria. Belle cosce, davvero, si sorprese a pensare, per non dire del seno prepotente che guizzava sotto il golfino.
La tentazione. Pater, Ave, Gloria.
[…]
L’agitato Giustino, a braccia aperte, esclamò che era più facile che un cammello passasse per la cruna di un ago che un ricco entrasse in paradiso: era scritto nei sacri testi!
Atenodoro gli chiese serenamente se conoscesse il greco.
E che centrava il greco, la sua conoscenza del greco? Si volse dubbioso al giudice, che con un gesto di condiscendenza lo invitò a rispondere alla domanda.
Il diacono rispose seccamente che non lo conosceva.
E quindi?
Atenodoro cominciò a dire sornionamente che la citazione fatta prima dal diacono conteneva un errore. Aveva voluto documentarsi sulla nuova religione e s’era fatto inviare i sacri testi, che, come Giustino doveva sapere, erano originariamente scritti in Greco.
Ricordava perfettamente il brano citato, per l’icasticità del paragone. Ma nonc’era nessun cammello, bensì una gomena. Nel testo greco da lui letto c’era gomena e non cammello. Evidentemente c’era un errore di traduzione. Quella giusta, e più logica, doveva essere: è più facile che una gomena entri nella cruna di un ago, che un ricco in paradiso.
Giustino balzò in piedi gridando. La sua citazione l’aveva presa da una traduzione che tutti riconoscevano ispirata direttamente da Dio! Se errore c’era, era un errore ispirato da Dio! Era un felix error! Concluse tra l’applauso della folla e il sorriso compiaciuto di Vincino.
Atenodoro tacque allibito. Ma come passava per opera di Dio anche l’errore di un traduttore frettoloso o assonnato? Era preferito il cammello della fede alla gomena della ragione?

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La mano sinistra di dio - Jeff Lindsay

E’ il libro che ha dato origine alla serie televisiva di Dexter. La storia è originale nel filone molto sfruttato dei serial killer che si divertono a fare a pezzi le proprie vittime. In questo caso il protagonista sevizia, uccide e affetta altri assassini perché è riuscito, tramite gli insegnamenti paterni, ad incanalare la sua furia omicida in questo modo. Per certi versi ricorda “Lo Straniero” di Camus: Dexter è indifferente a tutto, amore, affetto e sentimenti in genere gli sono sconosciuti. E’ costretto ad “imparare” le emozioni umane per potersi mimetizzare nella società. E’interessante per la descrizione di alcune atmosfere e per il dialogo interiore con la sua metà oscura. La parte del romanzo che fa da contorno a questo deriva da un buon mestiere di scrittore di thriller.

Luna. Luna, grandiosa. Luna piena, paffuta, rossa, che illuminava la notte come fosse giorno, che diffondeva la sua luce dappertutto e portava gioia, gioia, gioia. E con essa le grida a squarciagola della notte tropicale, il soffio selvatico e dolce del vento tra i peli delle braccia, il gemito vacuo delle stelle, il muggito a denti stretti del riflesso sull’acqua.
Tutto richiamava al Bisogno. Oh, lo stridore sinfonico di mille voci nascoste, il grido del Bisogno dentro me, l’entità, il guardiano silenzioso. La cosa calma e gelida, quello che ride mentre danza sotto la luna. Il me che non era me, la cosa che tra lazzi e sberleffi veniva a bussare con la sua fame. Con il Bisogno.

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Harry Potter e la pietra filosofale - Joanne Kathleen Rowling

L’edizione in audiolibro della Salani è molto coinvolgente e crea a mio avviso un’opera intermedia tra la fruizione del libro come lettura solitaria e il film che ne è stato tratto. Ha la voce narrante di Giorgio Scaramuzzino, attore e autore di laboratori di lettura ad alta voce che è molto bravo a differenziare i tanti personaggi e il ritmo delle diverse situazioni. Il libro in sè, come anche a suo tempo il film, non mi ha entusiasmato. Non è una questione di scrittura, peraltro buona e fantasiosa, quanto invece di natura della storia (trattando di magia può succedere di tutto e il suo contrario) e del protagonista principale (bravo, perfetto, invincibile,…). Harry Potter fa parte di quei personaggi (come Topolino e Superman) che non mi dicono nulla.


Essere stati amati tanto profondamente ci protegge per sempre, anche quando la persona che ci ha amato non c’è più. È una cosa che ci resta dentro, nella pelle.

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Lettura di Sciascia in biblioteca

5 Marzo ore 20,30, Biblioteca Castiglione delle Stiviere

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